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Evoluzione
naturale
Dopo
l’innegabile successo del Planet Ocean in versione solotempo, tutti
si aspettavano una sua evoluzione in chiave cronografica, e la Omega non
si è certamente fatta trovare impreparata. Esaminiamo di seguito
i segreti del best seller di questo 2006.
Nella
lunga e irrisolvibile diatriba riguardante la primogenitura della modellistica
subacquea, uno dei motivi di maggiore interesse è senza dubbio
legato alla contrapposizione tra il Seamaster dell’Omega e il Submariner
della Rolex. Voci, alle volte anche autorevoli, hanno di volta in volta
spostato l’attenzione sull’uno o sull’altro modello,
come ha fatto recentemente Osvaldo Patrizzi, il quale, nel presentare
la sua prossima asta Omegamania (appuntamento da non perdere, a Ginevra
il 14 e 15 aprile del prossimo anno), ha affermato: «Il Seamaster,
commercializzato nel 1948 e in costante evoluzione, nasce come orologio
sportivo ed elegante, con carica automatica e cassa impermeabile, per
poi divenire sempre più orologio da immersioni, riprendendo le
stesse caratteristiche dei modelli commercializzati dalla Rolex nel 1950,
con il Turn-o-Graph, e nel 1953, con il Submariner». Discorso sostanzialmente
corretto, anche se andrebbe approfondito. Il Seamaster del 1948, il quale
traeva la sua ispirazione “tecnica” da un modello militare
da 30 millimetri utilizzato nella Seconda Guerra Mondiale sia dall’esercito
che dall’aviazione inglese, non solo alla sua nascita era solamente
il lontano parente dei subacquei che porteranno lo stesso nome, ma questo
“salto qualitativo” arriverà soltanto nel 1957 (è
questa la vera data di nascita dei sub professionali Omega) grazie al
Seamaster 300, quindi ben quattro anni dopo il Submariner... La realtà
è che questa contrapposizione Omega/Rolex è, a guardarla
bene, una creazione nostra, ovvero a posteriori. In quei lontani anni
’50, infatti, la concorrenza tra i marchi non era affatto sentita
come avviene oggi: il mercato era decisamente più rarefatto, la
commercializzazione non globalizzata ma soprattutto lo scambio di “idee”
tra i vari costruttori rappresentava la normalità. Quindi nessuna
concorrenza diretta, e questo sia per la differenza nel target dei compratori
dell’epoca, sia perché la modellistica subacquea è
stata, per lungo tempo, appannaggio quasi esclusivo dei professionisti.
Segnatempo subacquei venivano indossati dai sub essenzialmente durante
le im-mersioni e, solo come vezzo, portati al polso anche sulla terra
ferma. Lo stesso avveniva per i modelli militari, quelli da aviatore,
da regata... Il boom degli sportivi “per tutti” ha invece
natali ben più “tardivi”. Cominciato all’inizio
degli anni ’70, grazie al balzo tecnologico dell’uomo sulla
Luna (Omega ancora una volta docet), e reso ancora più importante
dall’avvento dell’elettronica dei quarzi, si afferma definitivamente
a partire dagli anni ’80, diventando il denominatore comune delle
collezioni di maggior successo “numerico” dell’ultimo
ventennio.
Il Planet Ocean, ultimo nato dei Seamaster contemporanei, ne è
la migliore delle conferme. La sua affermazione è stata così
repentina da lasciare senza parole anche gli osservatori più lungimiranti.
Il merito risiede, essenzialmente, in un riuscito mix tra tecnica, blasone,
garanzia di qualità e disegno a suo modo innovativo. Già,
perché quel colpo di arancione che in molti davano per spacciato
a pochi mesi dalla sua presentazione (avvenuta per il solotempo nella
primavera dello scorso anno), non solo ha superato “l’effetto
moda”, ma sta scrivendo un nuovo canone per questa linea di design.
Non è il giallo dei Royal Oak anni ’90, oggi inevitabilmente
d’antan, e neanche il “chocolate” che da Basilea ad
oggi si è già inevitabilmente “sciolto”, proprio
come l’omonimo cibo ispiratore. In questo caso l’arancione
si presenta come simbolo tecnologico, un po’ come nella fotografia
avviene per il rosso sulle Nikon professionali, introdotto nel 1980 da
Giorgietto Giugiaro (uno dei teorici dell’unione inscindibile tra
estetica ed ergonomia) per la celebre F3. Anche per l’Omega basta
un sottile filo colorato, posto solo sui pulsanti o sugli indici, per
connotarne immediatamente non solo la tecnicità, quanto e soprattutto
“l’appartenenza”. Già, perché quella del
Planet Ocean sta diventando una “tribù” che non ama
confondersi, che si identifica, che si fa riconoscere anche dai meno attenti,
da quelli che “un orologio vale l’altro, tanto segnano tutti
l’ora, meglio spendere il meno possibile” e poi magari “buttano”
2.000 euro in più sull’auto nuova per dei fendinebbia che
non utilizzeranno mai...
Insomma, non un segnatempo qualsiasi, e neanche solamente uno dei best-buy
odierni (tra l’altro dotato di una buona rivendibilità, e
per alcuni è giustamente un valore aggiunto importante), quanto
uno dei riferimenti contemporanei più interessanti in assoluto,
che il mercato sta premiando anche nella sua nuova ed importante versione
cronografo, arrivata proprio in questi giorni nelle vetrine delle concessionarie
ed oggetto delle fotografie di queste pagine. Ma vediamo più da
vicino le sue caratteristiche tecniche.
Esteriormente, il nuovo Planet Ocean Chronograph conferma senza tentennamenti
le scelte stilistiche del fortunato capostipite solotempo del 2005. Pressoché
identica la cassa in acciaio, dal diametro di 45,5 millimetri, disponibile
sia con la lunetta, cifre e dettagli di colore arancio, sia completamente
in nero con dettagli bianchi o arancio. Immutato anche il valore dell’impermeabilità,
garantita fino a 600 metri/2.000 piedi di profondità, superando
quindi i requisiti richiesti da un segnatempo subacqueo professionale
(impermeabilità fino a 300 metri/1.000 piedi). Fondamentali a questo
riguardo la corona e il fondello a vite, assieme alla valvola per l’elio
(posizionata al 10 e di tipo ad attivazione manuale, svitando la corona
di protezione), la lunetta girevole unidirezionale, la luminosità
di quadrante e lancette. Non sono invece serrati a vite, come accade nella
maggior parte dei suoi concorrenti diretti (primo fra tutti il Daytona
della Rolex) i pulsanti cronografici. Questi, però realizzati in
acciaio e riconoscibili per l’originale anello colorato in alluminio,
possono essere azionati, a detta del costruttore, in qualsiasi condizione,
quindi anche durante le immersioni.
Complesso, per la grande mole di informazioni che presenta, ma comunque
sempre ben leggibile il quadrante, sul quale troviamo anche le oramai
inconfondibili lancette “broad arrow”, ovvero con punta a
freccia. Da un punto di vista meccanico, infine, è perfettamente
in linea con la qualità generale la scelta di un movimento meccanico
di manifattura, il calibro Omega 3313 a carica automatica con autonomia
di marcia di 52 ore, progettato in esclusiva per la Casa dalla Frédéric
Piguet (anch’essa appartenente allo Swatch Group). Tecnicamente,
meritano di essere ricordate l’adozione dello scappamento coassiale,
divenuto uno dei must della Casa di Bienne, l’utilizzo di una ruota
a colonne per lo smistamento delle funzioni cronografiche, l’innesto
verticale a frizione e la certificazione di cronometro del COSC, a garanzia
di una precisione senza compromessi.
In definitiva, un orologio interessante, per di più proposto ad
un prezzo ancora allettante (4.330 euro per la versione fotografata, solo
70 euro in più per quella con il bracciale in acciaio), che riesce
felicemente a coniugare forma e funzione. La sua grande diffusione è
poi, per la maggior parte dei suoi estimatori, un ulteriore motivo di
vanto. In fondo, come abbiamo detto in precedenza, quello del Planet Ocean
è un nuovo popolo orologiero, che non ha nessuna intenzione di
nascondersi e che, al contrario, continuamente fa nuovi proseliti. E tutto
questo non può che essere un segnale positivo per l’orologeria
nel suo insieme.
di
Paolo Gobbi
foto di Alessandro Neri
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