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Diverse
visioni del tempo
GUALTIERO
MARCHESI
Non
solo un cuoco, ma un protagonista assoluto nel processo di rinnovamento
della cucina italiana, avviato verso la fine degli anni '70. Autore
anche di libri e articoli, consulente di numerose aziende gastronomiche
e non. Sempre con stile e spesso, molto spesso, in anticipo sui tempi...

Una
cosa è sicura: il rinnovamento dell'alta cucina in Italia è
passato in gran parte attraverso le idee e le azioni di Gualtiero Marchesi.
Al punto che si potrebbe addirittura scrivere una storia della nostra
cucina divisa in due parti: prima e dopo il Divin Gualtiero...
Ho voluto iniziare con un'esagerazione, una piccola provocazione, perché
oggi si rischia di dimenticare che è stato proprio lui a introdurre
nel nostro Paese tutta una serie di innovazioni, che sono poi entrate
nel bagaglio professionale di un'intera generazione di cuochi.
Nato a Milano nel 1930, Mar-chesi ha iniziato la sua carriera di "cuoco
senza pregiudizi" al "Mercato del Vecchio Verziere",
il ristorante dei genitori. Poi andò in Francia, dove ebbe modo
di perfezionarsi presso alcuni ristoranti di grande tradizione. Ma l'esperienza
decisiva fu a Roanne (non lontano da Lione), alla corte dei fratelli
Troisgros. Al ritorno, mutò l'iniziale progetto di aprire un
albergo, puntando invece su un ristorante dove mettere in pratica le
nuove idee, senza compromessi. Apre così il Ristorante di via
Bonvesin della Riva, a Milano. Il successo arriva rapidamente: una,
due, tre stelle Michelin, posizionato dal "Time" tra i primi
quindici del mondo, 18/20 attribuito dalla guida (e rivista) "Gault-Millau".
Lo abbiamo raggiunto nel suo ampio e raffinato ristorante presso "L'Albereta"
di Erbusco, sul lago d'Iseo, a 22 chilometri da Brescia e 69 da Milano.
Tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre aprirà a Roma
"L'Osteria dell'Orso", locale tra i più antichi della
Capitale, evidentemente destinato a una brillantissima nuova vita...
Beh,
io direi che in cucina il tempo è fondamentale sotto moltissimi
aspetti, al punto che si può addirittura considerarlo come parte
stessa dell'attrezzatura...
Scandire il tempo è
una delle cose più importanti nell'organizzazione di un ristorante.
In cucina noi lavoriamo con quelle che si chiamano "partite".
E' una divisione in reparti: le carni, i pesci, i primi piatti, i contorni,
la pasticceria e così via. Ognuno fa il suo lavoro. Quando arriva
la comanda in cucina e viene letta, dallo chef o dal maitre, ognuno
si mette in movimento nel suo settore, e tutto deve essere coordinato
in funzione del tavolo. Si segna l'orario in cui la comanda è
arrivata e, nel caso non venga evasa nei tempi giusti, ci si domanda
il perché. Qualcuno addirittura impiega delle apparecchiature
sofisticate, nelle quali una spia si accende se entro un certo periodo
di tempo i piatti destinati ad un dato tavolo non sono ancora usciti...
Il tempo è importante anche nel coordinamento tra le varie partite:
un pesce o una carne, ad esempio, devono essere accompagnati nei tempi
giusti dal relativo contorno, che viene preparato da un'altra partita.
Poi c'è il problema di riuscire a servire, nello stesso momento
e per lo stesso tavolo, piatti che hanno diversi tempi di preparazione.
O, ancora, rendere comunque fluido e piacevole il servizio per un tavolo
dove le varie persone consumano un numero diverso di piatti: oggi capita
infatti sempre più spesso che qualcuno ordini solo un piatto
o due, invece di un menù completo.
Poi c'è ovviamente il tempo al di fuori della cucina, ovvero
in sala, dove il maitre o lo chef de rang debbono esser capaci di smistare
e controllare il "traffico". Osservare ad esempio il momento
in cui i componenti di un dato tavolo hanno consumato i primi piatti
e quindi possono essere "chiamati" i secondi piatti...
Oltre al coordinamento all'interno della cucina, c'è quindi anche
quello tra cucina e sala.
Poi ci sono i problemi relativi ad alcuni piatti particolari. Un cosciotto
d'agnello ha un tempo di cottura variabile a seconda del suo peso. Oppure
i risotti: in genere la cottura viene avviata nel momento in cui si
serve il piatto precedente, di solito un antipasto. Da quel momento,
il riso ha bisogno di 17-18 minuti di cottura... Per noi l'orologio
è davvero uno strumento importantissimo.
Quello
dei tempi di cottura è un altro tema fondamentale. Del resto,
proprio lei è stato uno dei primi propugnatori, in Italia, di
nuove tecniche basate su una riduzione dei tempi di cottura per alcuni
tipi di alimenti...
Sì, anche se ci
sono molte cose che non si possono proprio cambiare. Se si vuole proporre
una civet di lepre non si può certo prepararla al momento. Ci
sono dei piatti che si possono fare quasi solo su ordinazione. Io li
faccio su ordinazione, oppure li inserisco in un menu particolare per
una data serata, che mi consente di prevedere i lunghi tempi di preparazione
necessari.
Per quanto riguarda le nuove idee (Marchesi pubblicò nel 1980
per Rizzoli "La mia nuova grande cucina italiana", n.d.r.),
il discorso è lungo e complicato, e tenterò di sintetizzare.
Un tempo c'era l'osteria del camionista, del tipo "lì ci
sono i camion, si mangia bene". Pensi come eravamo ridotti! Anche
e soprattutto perché le esigenze di chi lavora duramente in senso
fisico non possono esser quelle di chi sta semplicemente seduto dietro
una scrivania. E poi c'era la cucina chiamata "internazionale",
o anche "professionale", quella che si faceva sulle navi e
nei grandi alberghi, appannaggio delle persone con possibilità
economiche e con una storia alle spalle. Infatti anche i nomi dei piatti
che si usavano allora erano quelli tradizionali, appoggiati sui nomi
celebri, che so, il filetto alla Rossini o la pesca Melba. Nomi che
non davano alcuna indicazione sugli ingredienti o sui metodi di preparazione,
ma comunque conosciuti dal tipo di clientela che all'epoca frequentava
quei posti. Poi c'è stato un passaggio violento, nel secondo
dopoguerra. La cucina ha cercato di salire rapidamente i gradini, anche
se non so quanti ne abbia saliti effettivamente. Tutti hanno preso a
fare alta ristorazione, anche le trattorie, e quindi c'è stato
un cambiamento, ma forse qui sto divagando...
No,
assolutamente, sempre di tempo si parla. Di come il tempo ha inciso
sul panorama gastronomico italiano. E' il tempo inteso come storia,
quindi va benissimo. Il tempo incide anche sulle abitudini, sulla richiesta
da parte del pubblico e sulla proposta da parte dei ristoranti.
Sono nati un'infinità
di ristoranti che si sono complicati la vita, mentre invece avrebbero
dovuto dedicarsi a far le cose semplici. E così abbiamo un po'
perso le radici della cucina tradizionale. Ora si cerca di recuperare
tutto questo, ma si sta puntando soprattutto sui prodotti e troppo poco
sulla professionalità. Invece si dovrebbe lavorare un po' di
più sui cuochi, perché non basta avere dei buoni prodotti,
bisogna anche saperli cucinare.
Sempre
in tema di cambiamenti epocali, uno dei fenomeni più rilevanti
della ristorazione moderna ha un riferimento al tempo addirittura nella
sua intestazione. Fast food, il mangiare veloce: una risposta al mutato
modo di vivere, di lavorare e di trascorrere il tempo libero.
La gente non mangia più
come un tempo. I ristoranti a mezzogiorno sono morti. Si salvano solo
le cosiddette colazioni di lavoro. Ciò che funziona è
soprattutto il bar, il panino, il piatto arrangiato. Io trovo che il
fast ha solo il compito di far le cose fatte bene. E' la risposta a
un'esigenza moderna, perciò non la metto in discussione. Forse
bisognerebbe prestare maggior attenzione al ristorante di sera...
Anche se mangiare bene la sera è un po' contro la salute. Ma
ormai è così: è alla sera che si hanno esigenze
maggiori. E c'è una concentrazione verso il fine settimana: noi
la osserviamo nel nostro ristorante. Anche perché c'è
più relax, i clienti hanno meno premura.
La nostra cucina è complessa, richiede tempo, è tutta
costruita al presente, ogni singola cottura è fatta al momento
e le cose non possono andare al meglio se i clienti hanno fretta. Mi
piacerebbe che il lavoro all'interno della mia cucina venisse ripreso
da una troupe televisiva in tempo reale. Ho una brigata di ragazzi stupendi,
molto giovani, dai 17 ai 28 anni; vederli lavorare è appassionante.
In questo periodo definirei la mia cucina come una macchina da guerra.
Il ristorante impegnato, come il nostro, richiede un po' d'attenzione.
Non si può andare in un ristorante per mangiare, per gustare,
per bere dei grandi vini, di corsa...
...Guardando
l'orologio.
Io ho scelto la campagna
perché ho sempre pensato che in campagna si può celebrare
meglio il rito della serata. A Milano la gente ha premura anche se non
ha premura, è un'abitudine al correre. A Milano c'è un
ritmo pazzesco, ma forse è così in ogni grande città...
E comunque noi Italiani siamo ansiosi. Molti stranieri invece ci fanno
rallentare. Alle volte mi è capitato di sentirmi dire da dei
clienti stranieri: "Non abbiamo premura!" A tavola bisognerebbe
star tranquilli, passare la serata, chiacchierare... Anche se spesso
si vedono delle coppie che non parlano per niente...
La storia
e la carriera di un cuoco, o di un ristorante, si misurano su anni,
su tempi anche abbastanza lunghi. I riconoscimenti in genere arrivano
dopo attese notevoli, ma se la stoffa c'è, la clientela arriva.
In tal senso c'è però un argomento spinoso, quello relativo
alle guide gastronomiche...
Mamma mia! Mi fa ricordare
una cosa. Quando venne da me Valerio Staffelli a portarmi il Tapiro
(il premio "ironico" attribuito da "Striscia la notizia",
n.d.r.)... Che io tra l'altro sfoggio all'ingresso del ristorante,
e attendo ancora che mi portino quello di dimensioni più grandi,
perché me l'han promesso...
La prima cosa che mi domandò fu: " Ma come, di solito nel
tempo non si migliora?" E io dissi: "Forse per le guide no!".
Guardi, io sono talmente legato al lavoro che mia moglie mi ha chiesto
se sono sposato con i miei cuochi! Ma lo sono in maniera intellettuale.
Non sono più lo "spadellatore". Penso che faccia parte
dello scorrer del tempo anche questo. Si comincia imparando, facendosi
la mano, come dicono i francesi il tour de main, la manipolazione.
Io tengo moltissimo alla tecnica, al mestiere, alla professionalità.
Noi continuiamo a parlare di cucina, ma non pensiamo mai a formare dei
cuochi, perché la formazione in Italia è scarsissima in
tutti campi, e non parliamo dei cuochi. Quelli bravi sono quelli non
professionali, "inventati". Per originalità fanno delle
cose interessanti, che però possono anche essere discutibili,
perché se un cuoco non ha una formazione professionale tecnica,
farà delle cose inventate, magari ha gusto, ma il gusto non presuppone
la capacità di cucinare. Se un pianista amico mio si siede al
pianoforte può far cose bellissime, ma se arriva Benedetti Mi-chelangeli
la differenza si coglie subito. E io infatti a Staffelli dissi anche
che non voglio essere giudicato da dei dilettanti.
Ieri sono stato a Milano, a vedere una mostra di Kandinskij e ho letto
una cosa che ho voluto copiare: "Tutto ciò che viene fatto
con la teoria è morto. Bisogna lavorare su due piani senza mescolarli.
Io faccio personalmente molta teoria, ma non ci penso mai quando dipingo".
Non so se ha presente il film "Amadeus"...
Certo...
Ecco, il momento bello
di quel film è quando Mozart sta morendo, e detta a Salieri un
pezzo di musica. E' il momento della creazione. Il musicista non ha
mica bisogno di aver davanti l'orchestra per comporre. La musica l'ha
dentro, a un certo punto gli viene fuori. Paul Klee alla domanda "Dov'è
l'arte?" rispose "Tra la vernice e la tela".
Non sono capace di "tirare avanti". Sono in continuo fermento.
Non ho pace, inseguo sempre una perfezione... Non una perfezione, una
semplicità che mi sfugge. Perché ogni volta che raggiungo
un obbiettivo mi sembra che invece si allontani, perché c'è
qualcosa d'altro. Vorrei arrivare a mettere sul piatto una cosa informe,
che all'aspetto lasci perplessi, poi si mette la forchetta e all'assaggio
si sviene. Però è un obbiettivo che mi sfugge. E' una
continua ricerca, allo spasimo, mi ci arrabbio, e poi, magari capita
anche di non essere compresi a fondo...
Ultimamente mi diverte molto riproporre delle suggestioni artistiche.
Su "provocazione" del direttore della rivista d'arte "Stile"
ho lavorato su Marc Chagall, e il lavoro è stato pubblicato.
Poi ho lavorato su Andy Warhol. Sono delle cose che non avrei mai fatto,
gastronomicamente concepite bene, ma solo esteticamente diverse. E'
la presentazione sul piatto che cambia.
C'è
qualche occasione in cui il tempo diventa un'ossessione?
Ad esempio, è importante la puntualità del cliente. O
anche il numero. Se un tavolo prenotato per otto diventa da dodici si
creano dei problemi. Noi cerchiamo di dare degli orari in modo tale
da non sovraccaricare il lavoro. Se arrivano molte persone tutte insieme
alla stessa ora qualsiasi cucina va in tilt.
Un'altra cosa. Quando ho pronto un piatto per un cliente che in quel
momento non è al tavolo, io lo porto comunque, con la cloche.
Perché quel piatto è giusto servito in quel momento. C'è
un momento magico nel quale un piatto è pronto, con la salsa
al punto giusto... Tutto è perfetto. Se passa quell'istante,
la salsa si restringe, bisogna allungarla, e comunque il momento magico
è perso. Queste sono cose importanti, per le quali bisogna avere
rispetto. La professionalità va rispettata, in tutti i settori.
E io esigo rispetto. Se la cucina è uno spartito, beh, dipende
da come si suona il violino. Oggi sento molto spesso magnificare la
materia prima, e va bene. Ma se si ha uno splendido branzino di pesca,
poi bisogna anche saperlo cucinare...
C'è
qualcuno tra i suoi colleghi, in Italia o all'estero, che la stimola
particolarmente?
Ma, guardi, ognuno di noi
fa la sua cucina, e mi piacerebbe che anche il cliente quando va nel
ristorante cercasse di capire cosa intende fare il cuoco. E comunque
certe cose andrebbero spiegate, bisognerebbe aiutare i clienti a capire
meglio.
Anni fa a Milano partecipai a delle iniziative sotto l'intestazione
"Altopalato", un centro di "Enogastronomia applicata".
Eravamo in tre e organizzavamo delle serate. Ognuno presentava il suo
menu per 30 persone al massimo. E poi si spiegava, il cliente poteva
fare delle domande, ci si stuzzicava, non so... Per esempio sugli abbinamenti
tra i vari ingredienti, perché non è mica una cosa facile.
Oggi tutti pensano di saper cucinare, di saper comporre un menu...
Ognuno fa veramente a modo suo. Io invece ho sempre cercato di andare
oltre, di tenere in conto gli aspetti anche culturali...
Tornando
ancora su temi temporali, si riescono a individuare delle differenze
nell'organizzazione del lavoro in cucine diverse?
Beh, una differenza evidente
c'è tra la cucina diciamo "normale" e la pasticceria.
Quest'ultima ha tempi di preparazione in gran parte anticipabili rispetto
al servizio. La preparazione espressa è abbastanza rara. Noi
magari facciamo i pasticcini all'ultimo momento, alcune cotture...
Ma, insomma, la pasticceria non è sotto stress. Invece la cucina
è sempre sotto stress: arrivano i clienti, e lì si comincia!
Quanto sarebbe bello poter far vedere come "viaggia" una cucina
nel vivo del lavoro. Anni fa, quand'ero ancora a Milano, una troupe
tedesca venne a riprendere il lavoro nella cucina, 45 minuti e più:
è una cosa bellissima, non la solita cosa che si vede in televisione,
dove di solito si fa vedere la preparazione di una ricetta e basta.
E' interessante, invece, seguire proprio i ritmi della cucina dal vero...
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