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Diverse visioni del tempo MAURIZIO NICHETTI "E' questo il bello dei film... Quando hai imparato il mestiere, se sei bravo, se Dio ti aiuta e hai la fortuna di avere una personalità che viene fuori, ecco quello che fai: dai alla gente piccoli pezzetti di tempo... Frammenti che non dimenticheranno mai." (James Stewart).
Chi segue il tuo cinema dall'inizio sa che il tempo è sempre stato per te un tema ricorrente. Ci racconti come mai ti appassiona tanto? Il tempo è uno degli elementi fondamentali della vita perché scandisce le nostre possibilità e i nostri rimpianti. Questo rapporto di ottimismo/pessimismo è quello che determina il nostro atteggiamento nei confronti della vita: quando si vive il tempo come qualcosa che ci sfugge e non torna più, allora la prospettiva è tragica. Ma si può anche vivere l'attrazione affascinante verso il futuro e scegliere di vedere la bottiglia mezza piena. Abbiamo sempre un po' di tempo alle spalle e un po' di tempo davanti: è chiaro che dobbiamo viverlo come una possibilità di cambiare le cose, il lavoro, la vita... Di mettere a posto le cose che magari nel presente non ci soddisfano. Però il rapporto dei tuoi personaggi col tempo è sempre abbastanza conflittuale: anche l'ingegner Colombo, il protagonista di "Ratataplan" che ritroviamo oggi in "Honolulu Baby", vive sempre di corsa. Allora il tempo è un nemico contro cui bisogna combattere? Non direi che il tempo
sia visto come un nemico. Il problema è l'ingordigia dei miei
personaggi, che vogliono essere sempre dappertutto, sempre in orario,
sempre presenti e impegnati su più fronti. Ma devo dire che non
scrivo mirando a questo effetto: è vero invece che fin dai tempi
di "Ratataplan" lavoro facendo molta attenzione al ritmo cinematografico,
in modo da tenere sempre desta l'attenzione dello spettatore. Alla fine
uno può dire "Mi è piaciuto tanto" o "Mi
è piaciuto poco": ma in quell'ora e mezzo non deve aver
avuto il tempo di guardare l'orologio. In che misura il rapporto dei tuoi personaggi con il tempo rispecchia il tuo atteggiamento personale? Se devo riportare il discorso nella mia vita, ho avuto dei periodi (ma potrei dirlo di ogni periodo) in cui le mie giornate erano divise in quattro, cinque, sei vite diverse. Ad esempio, io mi sono laureato in architettura, però nello stesso periodo lavoravo già da Bruno Bozzetto come sceneggiatore di cartoni animati; nello stesso periodo avevo fondato una scuola di mimo in cui insegnavo, ho fatto il militare e mi sono sposato. Se pensi che nelle mie giornate dovevo andare alle lezioni, scrivere, insegnare, fare il militare e preparare un matrimonio, capisci che l'Ingegner Colombo che è in me si è allenato bene! Ma questo affastellarsi di impegni è per te più un piacere o una fonte di ansia? Fin da piccolo sono stato
abituato a fare tante cose, quindi l'ho sempre considerato un bel modo
di occupare le giornate. Non ho mai considerato l'iperattività
una fonte di ansia: è una questione di carattere, ma anche di
abitudine. Visto che hai citato i tuoi inizi con Bozzetto, e che in "Honolulu Baby" la tecnologia digitale ti ha permesso di portare nel cinema dal vivo un linguaggio simile a quello del cartone animato, ci parli della differenza di ritmo fra il cinema disegnato e quello dal vero? Il ritmo veloce fa parte,
da sempre, del linguaggio specifico del cartone animato. Però
devo dire che negli ultimi venti anni io ho vissuto, non per merito
mio, ma per fortuna, un'evoluzione radicale del mondo cinematografico,
che in un certo senso mi è venuto incontro. Io i cartoni animati
li facevo nel 1975, quando non esisteva il digitale, non c'erano i computer
e il fenomeno "Guerre Stellari" non era ancora cominciato.
Poi sono venuti i videoclip, le nuove tecnologie, i grandi film d'azione
e gli effetti speciali: tutte cose che hanno portato il cinema verso
un ritmo da cartone animato: un Indiana Jones deve molto a Wile E. Coyote.
E' il ritmo frazionato della vita moderna, che ormai misuriamo in secondi.
E questo come si proietta su "Honolulu Baby", che vanta il primato di essere il primo film europeo interamente rielaborato in digitale? Potrei dirti solo che la
sceneggiatura di "Honolulu Baby" prevedeva in tutto sedici
interventi di effetti speciali, ma alla fine della lavorazione ne abbiamo
totalizzato ben cinquantasette! Ecco un altro esempio dell'ingordigia
che ci segue sempre: quando sai che puoi fare una cosa, allora la fai.
Quando sai che puoi aggiungere un elemento, cambiare un colore, modificare
una inquadratura, allora lo fai anche sulle scene che non avresti toccato
perché, tutto sommato, ci si poteva anche accontentare. Il grosso
pericolo è di non sapersi fermare: teoricamente, con un giocattolo
così in mano, puoi andare avanti tutta la vita a fare modifiche.
Invece a un certo punto devi decidere che il film che ti trovi in mano
è il migliore che potevi fare, smettere di lavorarci e cominciare
a pensare al prossimo. "Honolulu Baby" prende il titolo da una canzone resa famosa da Stanlio e Ollio in "I figli del deserto", e la Finlayson Com-pany del film è un omaggio al più celebre dei loro antagonisti ricorrenti. Il cinema comico del passato compare spesso nei tuoi film. Anche qui si tratta di una specie di nostalgico viaggio nel tempo? A domande come questa io
rispondevo sempre ammettendo la mia passione per i comici del passato:
quando ero piccolo era ancora possibile vedere in televisione i film
di Stanlio e Ollio, di Chaplin, di Buster Keaton. Allora parliamo dei temi affrontati con leggerezza da "Honolulu Baby"... Si parla dell'onnipresenza
dell'inglese, della voglia di vivere senza troppo senso di responsabilità,
della globalizzazione... C'è la voglia di giocare su dei luoghi
comuni ribaltando sempre la situazione: questo film parte come una fantasia
maschile (un uomo che si ritrova in un paese con trecentoventi donne!)
ma si sviluppa in un modo per cui, alla fine, ho visto che è
il pubblico femminile ad apprezzarlo di più. E infatti "Honolulu Baby" ha un multilinguismo esasperato: ci sono personaggi di lingua italiana, francese e spagnola e ognuno parla nella sua lingua e in inglese. Senza sottotitoli. Come funziona il film all'estero? Il film è stato
scritto in modo da essere comprensibile per il pubblico italiano: gli
elementi essenziali della trama sono tutti presenti, in un modo o nell'altro,
nel dialogo italiano quindi suppongo che all'estero sarà necessario
tradurre, con doppiaggio o sottotitoli, solo la parte italiana del dialogo.
E' una bella scommessa, perché il film è parlato in quattro
lingue ma è comprensibile anche a chi non conosce francese, inglese
o spagnolo: è costruito in modo da essere comprensibile. |
