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Diverse visioni del tempo

MAURIZIO NICHETTI

"E' questo il bello dei film... Quando hai imparato il mestiere, se sei bravo, se Dio ti aiuta e hai la fortuna di avere una personalità che viene fuori, ecco quello che fai: dai alla gente piccoli pezzetti di tempo... Frammenti che non dimenticheranno mai." (James Stewart).


Cinema e tempo, un binomio inscindibile. Fin dalle prime pellicole dei fratelli Lumière, il cinema non è altro che tempo cristallizzato nel suo fluire dalla macchina da presa, ricostruito e modificato nella sua sequenza dalla moviola, e infine consumato, spesso a ripetizione, dal singolo spettatore. E il tempo è il grande protagonista occulto di qualsiasi film: anche perché al cinema il ritmo è tutto, anche nei film che qualcuno definisce "lenti". Il discorso vale per tutti i film, a tutte le latitudini, ma ci sono autori a cui si adatta in modo particolare.
Maurizio Nichetti, ad esempio, col tempo gioca implicitamente fin dal suo esordio nel lungometraggio con "Ratataplan", commedia poetica praticamente muta e scandita da un ritmo quasi musicale, e affronta l'argomento di petto in molti dei suoi film successivi: pensiamo al protagonista di "Ho fatto splash", che si risveglia dopo un sonno di vent'anni, oppure a quello di "Ladri di saponette", che rimbalza fra gli anni Ottanta, consumistici e televisivi, e l'Italia neorealista dell'immediato dopoguerra. Fino all'apoteosi del purtroppo misconosciuto "Stefano Quantestorie", in cui il tempo si srotola continuamente avanti e indietro intrecciando in modo inestricabile sette "presenti" alternativi del medesimo personaggio.
Nel panorama del cinema italiano, incurabilmente dominato dalla radice neorealista, Nichetti costituisce da sempre una di quelle felici anomalie che ridanno spazio alla fantasia.
Una fantasia spesso speculativa, che dietro l'apparente immediatezza del sorriso mette con leggerezza sul tavolo argomenti di attualità, idee spesso folgoranti e considerazioni niente affatto banali sui temi eterni dell'uomo.
E allora ecco perché l'uscita nelle sale di "Honolulu Baby" è diventata l'occasione di fare due chiacchiere.
Partendo dal suo rapporto con il tempo, cinematografico e non, per arrivare alle potenzialità creative e ai rischi insiti nella evoluzione vertiginosa della tecnologia.

Chi segue il tuo cinema dall'inizio sa che il tempo è sempre stato per te un tema ricorrente. Ci racconti come mai ti appassiona tanto?

Il tempo è uno degli elementi fondamentali della vita perché scandisce le nostre possibilità e i nostri rimpianti. Questo rapporto di ottimismo/pessimismo è quello che determina il nostro atteggiamento nei confronti della vita: quando si vive il tempo come qualcosa che ci sfugge e non torna più, allora la prospettiva è tragica. Ma si può anche vivere l'attrazione affascinante verso il futuro e scegliere di vedere la bottiglia mezza piena. Abbiamo sempre un po' di tempo alle spalle e un po' di tempo davanti: è chiaro che dobbiamo viverlo come una possibilità di cambiare le cose, il lavoro, la vita... Di mettere a posto le cose che magari nel presente non ci soddisfano.

Però il rapporto dei tuoi personaggi col tempo è sempre abbastanza conflittuale: anche l'ingegner Colombo, il protagonista di "Ratataplan" che ritroviamo oggi in "Honolulu Baby", vive sempre di corsa. Allora il tempo è un nemico contro cui bisogna combattere?

Non direi che il tempo sia visto come un nemico. Il problema è l'ingordigia dei miei personaggi, che vogliono essere sempre dappertutto, sempre in orario, sempre presenti e impegnati su più fronti. Ma devo dire che non scrivo mirando a questo effetto: è vero invece che fin dai tempi di "Ratataplan" lavoro facendo molta attenzione al ritmo cinematografico, in modo da tenere sempre desta l'attenzione dello spettatore. Alla fine uno può dire "Mi è piaciuto tanto" o "Mi è piaciuto poco": ma in quell'ora e mezzo non deve aver avuto il tempo di guardare l'orologio.
Quando il tempo diventa una cosa da controllare, vuol dire che ci si sta annoiando. Allora il mio rapporto col tempo cinematografico mi fa prediligere sempre dei ritmi serrati, frenetici, che provocano quell'agitarsi continuo dei personaggi.

In che misura il rapporto dei tuoi personaggi con il tempo rispecchia il tuo atteggiamento personale?

Se devo riportare il discorso nella mia vita, ho avuto dei periodi (ma potrei dirlo di ogni periodo) in cui le mie giornate erano divise in quattro, cinque, sei vite diverse. Ad esempio, io mi sono laureato in architettura, però nello stesso periodo lavoravo già da Bruno Bozzetto come sceneggiatore di cartoni animati; nello stesso periodo avevo fondato una scuola di mimo in cui insegnavo, ho fatto il militare e mi sono sposato. Se pensi che nelle mie giornate dovevo andare alle lezioni, scrivere, insegnare, fare il militare e preparare un matrimonio, capisci che l'Ingegner Colombo che è in me si è allenato bene!

Ma questo affastellarsi di impegni è per te più un piacere o una fonte di ansia?

Fin da piccolo sono stato abituato a fare tante cose, quindi l'ho sempre considerato un bel modo di occupare le giornate. Non ho mai considerato l'iperattività una fonte di ansia: è una questione di carattere, ma anche di abitudine.
E' un po' come prendere l'aereo: ti fa paura quando lo fai una volta all'anno, ma se lo prendi tutte le settimane ti ci abitui. Io ricordo, da giovanissimo, i primi contratti che facevo in teatro impegnandomi a fare una tournée di sei/otto mesi: mi prendeva l'ansia perché mi chiedevo se e come sarei riuscito a mantenere l'impegno.
Che poi è lo stress tipico dei cantanti, degli attori, di quelli che hanno tutte le sere un impegno con il pubblico. Ma poi ti passa e diventa un'abitudine, ti fa addirittura stare meglio.

Visto che hai citato i tuoi inizi con Bozzetto, e che in "Honolulu Baby" la tecnologia digitale ti ha permesso di portare nel cinema dal vivo un linguaggio simile a quello del cartone animato, ci parli della differenza di ritmo fra il cinema disegnato e quello dal vero?

Il ritmo veloce fa parte, da sempre, del linguaggio specifico del cartone animato. Però devo dire che negli ultimi venti anni io ho vissuto, non per merito mio, ma per fortuna, un'evoluzione radicale del mondo cinematografico, che in un certo senso mi è venuto incontro. Io i cartoni animati li facevo nel 1975, quando non esisteva il digitale, non c'erano i computer e il fenomeno "Guerre Stellari" non era ancora cominciato. Poi sono venuti i videoclip, le nuove tecnologie, i grandi film d'azione e gli effetti speciali: tutte cose che hanno portato il cinema verso un ritmo da cartone animato: un Indiana Jones deve molto a Wile E. Coyote. E' il ritmo frazionato della vita moderna, che ormai misuriamo in secondi.
Per restare sul tema del tempo, ricordiamo che al momento della sua nascita il cinema era uno strumento che dava emozioni al pubblico di una sala buia semplicemente mostrando immagini in movimento. Oggi la gente devi saperla conquistare con uno spot di quindici secondi che passa in televisione in mezzo a mille altre offerte audiovisive: i problemi di chi fa questo mestiere, insomma, sono completamente cambiati. Bisogna essere più concisi, efficaci ed aggressivi possibile per farsi ricordare. Forse è un difetto, ma è questo il tempo in cui viviamo e con cui non possiamo non fare i conti. La mia fortuna è che, anche se ho cominciato a scrivere sceneggiature venticinque anni fa, fin da allora ho dovuto imparare a regolarmi sull'attenzione di un bambino: devo saper evitare che si distragga, o che non riesca a seguire la storia. Sono insegnamenti che mi sono stati preziosi oggi per fare un film come "Honolulu Baby".
E allora parliamo di "Honolulu Baby" e dell'importanza delle tecnologie digitali. La grande rivoluzione della scrittura su computer è il meccanismo del "copincolla", che da un lato rende molto più semplici le modifiche e quindi fa risparmiare tempo, dall'altro ti stimola a farne molte di più, e quindi di tempo ne consuma moltissimo. Lavorando su un film come questo, il bilancio finale com'è?
L'esempio del copincolla è perfetto. Quando cominci a usare il computer di casa non sai da che parte cominciare. Poi cominci a capire che puoi farci un sacco di cose, e il computer comincia a sostituire fax, telefono, carta e via dicendo, permettendoti di fare molto più lavoro. L'equivoco è credere che questo sviluppo produca una maggiore libertà. Guarda cosa è successo coi telefonini: oggi si telefona molto di più, e non per una questione di moda, ma perché così riusciamo a fare dieci cose invece che soltanto due. La tecnologia accorcia i tempi di realizzazione del lavoro, ma la nostra ingordigia ci spinge a inserire in una giornata un maggior numero di impegni: non siamo capaci, dopo aver sbrigato tutto il lavoro in un'ora, di restare liberi per le rimanenti otto ore.

E questo come si proietta su "Honolulu Baby", che vanta il primato di essere il primo film europeo interamente rielaborato in digitale?

Potrei dirti solo che la sceneggiatura di "Honolulu Baby" prevedeva in tutto sedici interventi di effetti speciali, ma alla fine della lavorazione ne abbiamo totalizzato ben cinquantasette! Ecco un altro esempio dell'ingordigia che ci segue sempre: quando sai che puoi fare una cosa, allora la fai. Quando sai che puoi aggiungere un elemento, cambiare un colore, modificare una inquadratura, allora lo fai anche sulle scene che non avresti toccato perché, tutto sommato, ci si poteva anche accontentare. Il grosso pericolo è di non sapersi fermare: teoricamente, con un giocattolo così in mano, puoi andare avanti tutta la vita a fare modifiche. Invece a un certo punto devi decidere che il film che ti trovi in mano è il migliore che potevi fare, smettere di lavorarci e cominciare a pensare al prossimo.
Diciamo poi che quello che ho cercato di fare in "Honolulu Baby" è utilizzare gli effetti anche in modo invisibile: è vero che nel film ci sono diverse scene in cui l'effetto speciale è riconoscibile come tale, ma ci sono moltissimi casi in cui sfido chiunque ad accorgersi che l'immagine è stata manipolata. La tecnologia digitale è uno strumento in più in mano al regista, che ha molte più possibilità di una volta di correggere errori, modificare scelte e inserire o eliminare determinati elementi. Ma poi al pubblico resta un film da vedere senza dover stare a pensare a tutto il lavoro che c'è dietro.

"Honolulu Baby" prende il titolo da una canzone resa famosa da Stanlio e Ollio in "I figli del deserto", e la Finlayson Com-pany del film è un omaggio al più celebre dei loro antagonisti ricorrenti. Il cinema comico del passato compare spesso nei tuoi film. Anche qui si tratta di una specie di nostalgico viaggio nel tempo?

A domande come questa io rispondevo sempre ammettendo la mia passione per i comici del passato: quando ero piccolo era ancora possibile vedere in televisione i film di Stanlio e Ollio, di Chaplin, di Buster Keaton.
Li ho visti e rivisti e imparati a memoria, come i bambini di oggi imparano a memoria i Pokèmon o gli altri cartoni animati. Oggi mi sento di articolare di più la risposta: quei film e quei personaggi sono oggi gli unici della loro epoca ad aver mantenuto una qualche attualità. Se fai vedere a un bambino di oggi un film di Stanlio e Ollio, ride; se provi a riproporre un qualsiasi film drammatico della stessa epoca, non lo segue più nessuno. Forse è vero che un bel dramma fa sentire intelligenti anche le persone stupide, mentre un bel film comico fa sentire bambini anche le persone intelligenti. Solo che incontrare stupidi che vogliono sembrare intelligenti è molto più facile che trovare persone intelligenti disposte a riconoscersi un animo infantile. Così nella contemporaneità, a parità di valore, il film drammatico è sempre stato considerato molto più del film comico, anche se il secondo è destinato a durare più a lungo nel tempo. Per giunta, se lo si guarda con un po' di attenzione, il comico non ha affatto meno spessore del dramma, anzi. Oggi Stanlio e Ollio offrono del piccolo borghese americano degli anni Trenta una fotografia straordinaria, migliore di qualsiasi indagine sociologica.

Allora parliamo dei temi affrontati con leggerezza da "Honolulu Baby"...

Si parla dell'onnipresenza dell'inglese, della voglia di vivere senza troppo senso di responsabilità, della globalizzazione... C'è la voglia di giocare su dei luoghi comuni ribaltando sempre la situazione: questo film parte come una fantasia maschile (un uomo che si ritrova in un paese con trecentoventi donne!) ma si sviluppa in un modo per cui, alla fine, ho visto che è il pubblico femminile ad apprezzarlo di più.
Sono le donne ad avere il potere, a poter fare a meno dei mariti, a ottenere tutto ciò che vogliono. E poi c'è il tema dell'inglese: o meglio il mercato globale, il fast food, Internet, la Playstation e tutte quelle cose che ci costringono oggi a fingere di parlare inglese.
E' un problema che abbiamo in Italia ma che fa ridere anche in Germania, Francia, Spagna e Brasile, paesi in cui infatti il film è stato già acquistato. Dieci anni fa il tema della globalizzazione e della multirazzialità, del dover utilizzare l'inglese per comunicare fra culture diverse, non era affatto così centrale come oggi.

E infatti "Honolulu Baby" ha un multilinguismo esasperato: ci sono personaggi di lingua italiana, francese e spagnola e ognuno parla nella sua lingua e in inglese. Senza sottotitoli. Come funziona il film all'estero?

Il film è stato scritto in modo da essere comprensibile per il pubblico italiano: gli elementi essenziali della trama sono tutti presenti, in un modo o nell'altro, nel dialogo italiano quindi suppongo che all'estero sarà necessario tradurre, con doppiaggio o sottotitoli, solo la parte italiana del dialogo. E' una bella scommessa, perché il film è parlato in quattro lingue ma è comprensibile anche a chi non conosce francese, inglese o spagnolo: è costruito in modo da essere comprensibile.
Quando Eduardo, il genio della comicità, andava le prime volte in televisione a recitare le sue commedie, sapeva tradurre in italiano le espressioni più strettamente napoletane in modo da renderle accessibili a tutti e questo è quello che abbiamo cercato di fare. In tutte le anteprime del film che ho fatto, nessuno mi ha detto di aver sentito il bisogno di sottotitoli esplicativi.
E sono felice di poter dire che anche all'estero il pubblico ride in tutti i momenti giusti.