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Diverse
visioni del tempo
GIULIANA
LOJODICE
Il
tempo nel teatro, nel cinema e nella vita. A colloquio con una grande
attrice, che ha diviso il suo tempo tra il lavoro, i figli e l'amore
per un grande uomo, suo compagno nella vita e sulle scene: Aroldo Tieri.
Raccogliamo in questo ciclo di interviste sul tema del tempo le impressioni
di personaggi di cultura, carattere ed esperienze diverse.
Tempo privato, lavorativo, comune...

Qual
è il suo rapporto personale con il tempo?
Io ho un rapporto molto
nevrotico con il tempo, che dipende dal mio lavoro. Ho sempre paura
che trascorra inutilmente, perché la nostra visione della vita
è molto concentrata anche sul lavoro che facciamo ed il tempo
che trascorre, e che è trascorso, è stato calibrato proprio
dal tempo che abbiamo vissuto in palcoscenico: studiando, provando,
penando, con degli stress paurosi, che ci hanno sempre portato ad avere
delle grandi stanchezze, delle grandi preoccupazioni.
E allora io ho un rapporto ne-vrotico con il tempo. E quando scorre
senza lavoro, mi sembra che scorra inutilmente.
Come se il lavoro fosse la vita stessa...
...E questo mi nevrotizza
molto. Adesso la sto prendendo con calma perché ho un problema:
mio marito ha praticamente deciso di non lavorare più. E per
me è stato un trauma. Avendo lavorato con lui per trentacinque
anni della mia vita, è dura ricominciare da capo da sola, inserirmi
in un contesto e "rimettermi sul mercato": è una cosa
preoccupante e molto difficile, no-nostante tutto. Nonostante abbia
una carriera alle spalle, la conoscenza da parte del pubblico, il rispetto,
la stima... È diverso.
Oltretutto, se riflettiamo, in teatro le problematiche che interessano
di più sono sempre quelle che nascono dalla coppia, e quindi
l'attenzione del pubblico è polarizzata sulla coppia stessa:
la gente è abituata a vederti in coppia con quel genere di uomo,
con quel genere di attore. Si crea quindi uno scompenso nel momento
in cui il pubblico ti vede con un altro, perché i rapporti cambiano.
Cambia il modo di recitare, cambia la fisicità, cambia la simpatia,
cambia l'antipatia che può creare un'altra persona. È
un lavoro delicatissimo: una formula chimica.
Ricominciare
Immagino
che anche l'impegno personale sia diverso, trovandosi a recitare con
un'altra persona, dopo tanto tempo.
Ed anche in questo caso, il tempo è una variabile non trascurabile...
È terribile, perché
il tempo è sempre legato a dei ritmi sostenutissimi e a delle
scadenze. I trenta giorni di prove, inevitabili, improrogabili... C'è
l'improrogabilità del tempo, che ti ossessiona. E non si calcola
mai abbastanza il fatto che se tu lavori con una certa serenità,
perché hai un rapporto ormai noto con il tuo compagno, sai come
prendere questa persona, sai come gestire le situazioni interne, sai
come affrontare le problematiche in scena e fuori scena (perché
c'è anche il fuori scena), allora quel tempo ti regala uno spazio
giusto, perché tu lo hai sperimentato altre volte. Con altre
persone cambiano i parametri. Allora tutto diventa più complicato,
e più nevrotico, e più assillante.
È
un ricominciare da zero ogni volta.
Come no. Per esempio, ho
realizzato due anni fa ad Udine un bellissimo lavoro sulla scienza,
scritto da Michael Frayn, con altri due primi attori che sono Umberto
Orsini e Massimo Popolizio (Copenhagen: una pièce teatrale incentrata
sul misterioso incontro tra gli scienziati Werner Heisenberg e Niels
Bohr, il primo coinvolto nello studio della bomba atomica per i tedeschi
ed il secondo fuggito negli Stati Uniti poco tempo dopo quello stesso
incontro n.d.r.). Popolizio è uno degli attori più importanti
di Ronconi, è il suo attore preferito ed un attore che io stimo
molto. Ed Orsini è un primo attore per conto suo.
Beh, confesso che psicologicamente per me è stato un trauma.
E' stata dura entrare in sintonia con due forti personalità così
differenti da Aroldo, ecco: l'entrare in confidenza con loro, l'entrare
in sintonia con il loro modo di gestire il lavoro, con i loro ritmi
scenici, con il loro carattere umano e "attorale", mi ha rubato
molto tempo, tanto da farmi arrivare al debutto con uno stress emotivo
molto più forte del solito. E parlo di due colleghi straordinari,
naturalmente.
Ed ecco perché psicologicamente il tempo è molto importante
per noi attori, oltre ad essere legato, inevitabilmente, anche ad un
problema di età.
Nel 1960 registravamo delle commedie in televisione con dei copioni
che erano dei tomi alti cinque centimetri. Dal sedicesimo giorno registravamo,
quindi in quindici giorni dovevamo essere pronti a dire a memoria le
nostre parti, senza suggeritore, perché mentre registri non ci
può essere, naturalmente. E il nostro cervello aveva assorbito
l'input di tutto questo, ed in quindici giorni eravamo pronti. Ma avevamo
anche un'età diversa. Dopo, invece, il cervello comincia a scandire
i tuoi tempi: il tempo della tua età. Ed è inevitabile
come questo traformi tutto.
La sensazione drammatica che ti dà lo scorrere del tempo, quando
arrivi ad una certa età, è l'idea di non aver fatto tutto
quello che avevi desiderato fare nella vita e, forse, di non avere più
il tempo per farlo.
Ed allora il tempo diventa un nemico. Se riesci invece a superare tutto
questo con saggezza, a prenderti i tuoi tempi, riesci anche, ad un certo
punto della vita, a passare il tuo tempo in modo intelligente, a vivere
il tuo tempo in un modo sereno, ad amare il tempo.
La chiave
è accettare di avere dei ritmi più lenti?
Di avere dei ritmi più
lenti, ma anche di diventare un po' egoisti. E di pensare un po' più
a se stessi che agli altri. E questo ad un certo punto della vita lo
ritengo indispensabile.
E' vero, come diceva D'An-nunzio, che "nella vita io ho quel che
ho donato", ma ritengo che diventi indispensabile per tutti, uomini
e donne, ad un certo punto tirare i remi in barca e dire: "Io ho
dato abbastanza, adesso tocca a me ricevere".
Lo trovo un atteggiamento molto positivo: l'egoismo produttivo, non
l'egoismo fine a se stesso, becero, squallido, delle persone chiuse,
delle persone egocentriche; ma un egoismo teso a salvaguardare la propria
integrità: di salute, di cervello, di attitudini; che ti consenta
di condividere il tempo con gli altri in un modo valido, in un modo
che ti renda ancora produttivo.
Il problema dell'uomo e della donna, arrivati ad una certa età
è quello di non produrre più. E in un'epoca come la nostra
è una cosa terribile, perché ti fa sentire isolato, scartato,
obsoleto.
Il tempo dell'attore
Ad una
certa età, quindi, imparare ad usare il tempo per se stessi,
in realtà, vuol dire arricchire anche la vita di chi ci sta vicino?
Esatto. Bisogna imparare
che invecchiare non deve significare soltanto diventare insofferenti,
bisbetici, nevrastenici, pretendere dagli altri... Ma continuare a dare
della propria fisicità, della propria mente, della propria intelligenza,
i frutti più alti. E rapportarci agli altri in maniera superiore,
non inferiore, per non diventare succubi.
Il fatto
di non essere più produttivi va quindi visto nel senso positivo
di non essere più in competizione con gli altri e di avere la
possibilità di trasmettere e condividere quello che si ha dentro,
e che ancora si sta acquisendo, la propria esperienza, con generosità
ed altruismo?
Certo. Condividere il tempo
per la lettura, per esempio: scambiare continuamente le proprie opinioni
ed i propri approfondimenti su autori ed opere diverse. Mantenere vive
la curiosità e l'immaginazione e mettere continuamente alla prova
la capacità di ricezione del nostro cervello. Avendo più
tempo adesso di prima, sto coccolando il progetto di finire finalmente
la lettura completa della Recherche du temps pedu di Proust, che ho
iniziato venti anni fa, ma che non sono mai riuscita a finire.
Io sono una lettrice accanita e mi sono sempre ritrovata, per ragioni
di lavoro, a leggere di notte. Perché il nostro lavoro di attori
comincia alle due del pomeriggio e finisce alle due di notte: si prova
dalle due alle nove, poi alle nove si va in scena, oppure si ritorna
a casa e si continua a studiare. Infatti noi siamo quelli che hanno
sempre scambiato la notte per il giorno. Il nostro tempo circadiano
è completamente opposto a quello normale delle persone. La gente
ci vede come dei pazzi. Abbiamo del tempo una visione completamente
diversa dalle altre persone. Io non ho mai goduto per esempio della
mattina. Anche perché sono una persona con la pressione bassa,
la mattina per me non è quasi mai esistita, mentre so che è
una cosa meravigliosa. Ed io, facendo i conti adesso con l'età
che avanza, mi dico: quante mattine ho perduto! Quante sveglie alle
sette del mattino quando comincia il sole, quando ci sono queste cose
meravigliose come il silenzio intorno, il non-caos, ancora un po' di
pulizia dell'aria... Ecco, quante cose mi sono negata! E' il mio lavoro
che mi ha portato a fare questo. Io lavoro da quando avevo quattordici
anni. Che devo fare se la mia vita è stata rivoltata. Si dice
che noi attori prendiamo il ritmo dei bambini appena nati, che magari
non riescono a dormire di notte e dormono di giorno. Noi siamo così,
siamo degli eterni bambini. E guai se non lo fossimo, perché
lo slancio vitale, l'innocenza e la curiosità sono fondamentali
per questo lavoro.
L'arte e il mestiere
Quanto,
con il tempo, il "mestiere" influisce nella professione di
attore?
Dovrebbe non influire mai,
perché questa professione sia sempre fresca, moderna e nuova.
Dovrebbe. Però è indispensabile che ci sia. Perché
se interpreti tutte le sere un personaggio che soffre, che piange, che
ha gli incubi, che si uccide... Che fai, muori ogni sera?
Secondo me nella nostra psiche avviene una scissione di funzioni, quasi
il nostro cervello avesse una differenziazione di strati, a ognuno dei
quali è assegnato un compito diverso, per cui siamo capaci, in
scena, di piangere, ma allo stesso tempo di stare attenti che la lacrima
non vada sul vestito, perché si macchia, e nello stesso tempo
di notare dove va a finire l'altro personaggio, perché magari
tu devi abbracciarlo, oppure devi schiaffeggiarlo. Quindi la nostra
commozione non può essere davvero reale, o realistica, fino al
punto della vera sofferenza, altrimenti alla fine di una stagione ti
rinchiudi in una clinica per malati nervosi. Il mestiere è la
base di tutto. Il talento di un attore o di un'attrice invece è
innato, non può essere costruito. Nonostante la televisione oggi
ci mostri cose diverse, il talento è innato e si vede subito
se c'è o se non c'è. Si vede dal modo in cui ti poni,
dal modo in cui parli, dalla tua voce, dal modo di porgerti agli altri,
dal modo di imporre agli altri la tua personalità, che deve superare
il mestiere. Se tu entri in scena ed hai soltanto il mestiere, non basta,
ci deve es-sere il carisma personale. E il carisma è la personalità.
È il fascino. È catalizzare l'attenzione degli altri e
stabilire subito una corrente magica tra te e chi ti guarda e ascolta,
in modo che l'altro arrivi a comprendere quello che gli vuoi dare, arrivi
a percepire le tue emozioni. Anche se in quel momento ti guarda e si
chiede "Ma è vero o non è vero che sta soffrendo?",
tu devi fargli sentire che è vero.
I ritmi del pubblico
Ed è
tangibile questo rapporto che si crea con il pubblico?
È molto forte, sì. È molto forte e lo si stabilisce
immediatamente, appena si entra in scena.
Quando entriamo in scena sappiamo subito che genere di pubblico c'è,
e cambia tutte le sere. Dobbiamo perciò essere in grado di stabilire
se ci possiamo allargare, se possiamo concederci un po' più di
comodità nelle pause, insistere di più su certi punti,
piuttosto che stringere, perché abbiamo capito dall'atmosfera
che il pubblico emana qual è il ritmo migliore da adoperare.
Negli
ultimi anni, il pubblico del teatro è cambiato?
Negli ultimi anni il pubblico
è cambiato, in un certo senso, perché non ha più
la pazienza di sopportare le tre ore dello spettacolo. Si è abituato
ai ritmi televisivi, all'uso orrendo del telecomando. Non ha più
la concentrazione adatta per sopportare tre ore di Ibsen, piuttosto
che tre ore di Pirandello, piuttosto che quattro ore di Dostoevski.
Perché i tempi son cambiati, i ritmi son cambiati, le stanchezze
sono aumentate, l'andare a teatro è diventato sempre più
difficile: non ci sono i parcheggi, gli orari ti impongono di arrivare
con l'acqua alla gola per essere puntuale, i costi sono tali che non
tutti possono permetterselo, anche se ci sono molte facilitazioni. Poi
c'è il problema che il teatro è visto anche come una serata
da passare fuori: e allora c'è la pizza, se non il ristorante;
allora c'è la discoteca, se non il panino... La serata teatrale
di-venta un cumulo di cose, lo spettacolo non è più la
sola cosa su cui concentrarsi, per andare più o meno a divertirsi,
più o meno a riflettere, ma fa parte di una "serata":
è molto più superficiale di una volta. Quindi è
diventato problematico il rapporto con il pubblico, che si abitua a
stare sempre meno seduto sulla poltrona, si stanca.
Quando tu cominci a vedere la gente che si agita sulla poltrona, che
cambia posizione, è già diverso. Anche perché le
persone arrivano stanche alla sera, perché sono enormi i ritmi
che devono sopportare durante il giorno: il traffico, il lavoro... E'
pazzesco. E' diventato tutto abnorme e ti scorre appunto questo tempo
addosso che è diventato nevrotico e non più una cosa da
godere.
Il tempo di un ciak
E nel
cinema? Com'è il rapporto con il tempo?
Nel cinema trovo che si
perda tanto tempo. Ed è una cosa che io non amo affatto, proprio
perché provengo da un lavoro più criptico, più
chiuso, perché il teatro ti regala la concentrazione, il silenzio;
è scuro, è un'ambiente chiuso, con poche persone che assistono
alle prove... Il cinema è un caos tale che uno diventa pazzo.
Io ho preso parte a qualche film ultimamente (La vita è bella
e Fuori dal mondo n.d.r.), ma non con dei ruoli enormi: ho fatto delle
partecipazioni, e già mi è sembrata una follia. Ma gli
attori protagonisti, che devono arrivare preparati a dire delle battute,
dei lunghi pezzi, a sopportare tutto un giorno di primi piani, di cambi
di costume, di parrucchieri, mi chiedo come riescano a trovare la concentrazione
necessaria. E' spaventoso, perché magari tu cominci a muoverti
la mattina alle sei, per essere al trucco alle sette perché alle
otto e mezza devi essere perfetta. E comincia questa giornata infinita,
fatta di chiacchiere, di disordini, di centinaia di persone, che si
muovono anche, molti, a vuoto... Poi per un solo stacco: un ciak. Ed
uno diventa pazzo. Con questa confusione intorno di rumore, di affaccendamento,
di persone che non c'entrano niente con il set, che però s'intrufolano,
s'infilano e stanno lì, e assistono, e controllano, e ti guardano,
e sorridono, e chiacchierano.
Ecco, è un tempo talmente dilatato, che a me fa paura. Mi dà
la sensazione che l'attore, nonostante sia il protagonista della situazione,
sia invece l'ultima cosa cui si fa riferimento. E non si ha nemmeno
rispetto per lui. Perché l'attore, o l'attrice, è obbligato
a fare magari i primi piani quando è ormai sfinito, quando ha
le occhiaie fino in bocca, quando è stanco, quando per la stanchezza
non capisce più nemmeno quello che sta dicendo. Magari fai questo
primo piano alle sette e mezzo della sera, dopo che sei stato lì
tutta una giornata in attesa di quel momento. E il resto è tutto
più importante: più importante la luce, più importante
il colore, più importante la seggiola, più importante
la scenografia...
L'attore all'ultimo momento si deve sbrigare! E, poi, va in mano a quell'occhio,
tremendo, della camera da presa, che se il regista non è soddisfatto
della tua alzata di ciglio o della smorfia della bocca o di come dici
la battuta, perché adesso è ritornata in auge oltretutto
la presa diretta della voce, tu ricominci da capo, e da capo, e da capo,
e da capo. Per lo meno in teatro questo non accade.
Nel
cinema l'attore non ha in mano la situazione, non è lui che crea
il personaggio?
No, assolutamente. Tu imponi
la tua personalità, ma molto spesso non combacia assolutamente
con quello che si vede attraverso la cinepresa.
Per esempio gli attori teatrali sono penalizzati nel cinema. In quanto
l'attore teatrale è abituato a dover fare arrivare la sua fisionomia,
la sua espresione, la sua voce, fino all'ultima persona del loggione.
Quindi deve aumentare la sua vis comica o drammatica. Nel cinema, al
contrario, non puoi muovere un muscolo. Perché quel maledetto
occhio amplifica tutto... Si pensi che il nostro viso viene proiettato
su uno schermo gigante. Quindi ogni piccolo movimento del volto si vede
ingigantito.
Molti attori americani nelle espressioni drammatiche muovono il muscolo
della guancia, come se pulsasse, altri si limitano a stringere leggermente
gli occhi. Perché sanno che questi impercettibili movimenti vengono
talmente amplificati, che ne risulta una sensazione di tensione nervosa:
sono dei mezzucci. Nel cinema meno fai e più fai. Quindi l'attore
teatrale viene molto penalizzato da questo, perché deve introiettare
tutto e rendere al massimo con niente. E' sfibrante. E' molto sfibrante.
Passato e futuro
Tornando
alla sua personale visione del tempo, che importanza ha il passato nella
sua professione di attrice?
Il nostro lavoro è
fatto anche del tempo che passa. Ed il tempo passato, se lo hai utilizzato
bene, serve a creare la tua interiorità.
E tutto il nostro passato lo riportiamo anche in scena. Ce ne possiamo
servire. Ad esempio, quando dobbiamo piangere in scena, come facciamo?
Se ad esempio si vuole piangere e si ha bisogno dell'ochio lucido (nel
cinema, perché in teatro si vede di meno quando uno piange, data
la distanza), si pensa a delle cose dolorose, si pensa a un lutto, si
pensa a una persona che ti è mancata, si pensa a un dolore che
tu hai dato: a un dolore d'amore? A un dolore fisico? A un dolore affettivo?
E si piange. Sono dei meccanismi che riempiono l'emotività, che
è sorretta in quel momento dal mestiere, ma pur sempre emotività
vera.
Comunque, se devo essere sincera, io sono serena per il tempo che ho
passato fino adesso. Ho avuto una vita complicata. Sono divorziata,
ho due figli molto grandi, bellissimi, e quella che ho dato a loro è
stata solo una parte del mio tempo, dedicata in un altro modo ad altre
persone. Però sono contenta di averlo vissuto così. E
tanta parte del mio tempo l'ho dedicata ad Aroldo, e al mio lavoro.
Traspare
dalla sua persona, che questo suo rapporto con il tempo alla fine è
buono.
Me lo auguro. Mi auguro
che continui ad esserlo, insomma, anche se in certi momenti è
più nevrotico, più forte, più nevrotizzante anche.
Ecco, mi auguro di trovare con il tempo che resta un rapporto disteso,
un rapporto che mi faccia fare le cose giuste, non cose che me lo fanno
perdere, il tempo, perché è una cosa preziosissima e non
bisogna farlo passare inutilmente.
Si può considerare inutile anche leggere un libro o un giornale
e invece no: ciò che conta è sentire che quel momento,
quel tempo che stai trascorrendo è giusto, perché in sintonia
con il tuo io interiore.
E questo si chiama equilibrio.
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