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Diverse
visioni del tempo
ROBERTO
VACCA
Inauguriamo
questo nuovo spazio dedicato alle interviste con un incontro particolare.
Protagonista Roberto Vacca, ingegnere, scrittore e divulgatore scientifico
sempre molto presente nel mondo dei media. Un personaggio particolarmente
adatto a trattar di temi temporali, al punto da diventare seduta stante
collaboratore della nostra rivista...

Piccola storia di un cosa
che ne diventa un'altra. Ovvero: nello stilare, insieme a Dody Giussani,
un elenco di persone da contattare per questo nuovo spazio dedicato
alle interviste, tra i primi nomi è scaturito anche quello di
Roberto Vacca, noto ai più per la sua attività di divulgatore
scientifico, assai prolifico in campo editoriale e spesso interpellato
dai media nella veste di "futurologo" (una qualifica che peraltro
l'ingegnere non ama, affibbiatagli più o meno all'indomani della
pubblicazione del volume "Medioevo prossimo venturo"). Già
prima di iniziare l'intervista siamo andati ben oltre, progettando una
collaborazione assai più stretta, che scaturirà in una
nuova rubrica sulle pagine de l'Orologio, a partire dal prossimo numero.
La serie di appuntamenti dedicati alle interviste nasce quindi in modo
anomalo, con quella che in realtà è diventata una chiacchierata,
con un personaggio che in questo caso le sue considerazioni sul tempo
la accenna solamente, visto che avrà ampio spazio per disquisirne
su queste pagine anche nei prossimi mesi...
Mi piacerebbe che lei iniziasse raccontandosi
un po'...
Beh, faccio l'ingegnere
da cinquant'anni. Ho cominciato nel settore elttrotecnico, mi occupavo
di correnti forti, di costruire linee elettriche. Il primo lavoro che
feci fu una linea elettrica da Terni a Genova: praticamente ho percorso
tutta l'Italia a piedi, avanti e indietro.
Successivamente ho lavorato brevemente nel settore petrolifero, quindi
ho fatto l'ingegnere meccanico e poi ho cominciato ad occuparmi di computer,
di sistemi. Sono stato anche direttore tecnico e direttore generale
di un'azienda che creava sistemi computerizzati di controllo. Poi, venticinque
anni fa, ho smesso di lavorare sotto padrone. Da indipendente, continuo
a fare progetti, studi e consulenze nel campo dell'ingegneria dei sistemi,
soprattutto nei settori dei trasporti, della comunicazione e dell'energia.
Più di quarant'anni fa cominciai a scrivere dei racconti, che
furono pubblicati sul "Mondo" di Pannunzio. Poi ho scritto
un paio di libretti, "Il robot e il minotauro" ed "Esempi
dell'avvenire", roba di fantascienza, che non ha avuto un gran
successo.
Grosso modo, nei primi undici anni come scrittore ho guadagnato un milione.
Al che mi sono un po' "contrariato" e ho smesso, ho scritto
qualcosa per i quotidiani, e poi m'è venuta quest'idea della
crisi dei grandi sistemi tecnologici dovuta alla loro eccessiva complessità
e ho scritto un libro intitolato "Medioevo prossimo venturo",
che ha avuto una certa fortuna, e dopo di quello ne ho scritti altri
trenta...
Racconti e romanzi, che in genere non piacciono granchè, e saggi
che invece hanno maggior successo, in particolare "Come imparare
più cose e vivere meglio" e soprattutto "Anche tu matematico",
che in modo del tutto atipico ha venduto 200.000 copie.
Però gli editori non sanno fare il loro mestiere, da un anno
ho smesso di pubblicare libri, non li stampo più, li vendo direttamente
su internet. In questo momento "Anche tu fisico" e poi altri
che sto preparando. Oltre a questo faccio divulgazione scientifico-tecnologica,
un po' sui giornali, un po' in radio e in televisione. Queste ultime
un po' meno, perché l'ambiente non è molto ricettivo.
Preferiscono le stupidaggini, le cose volatili, fumose, inutili, spesso
volgari...
Uno degli ultimi libri che ho scritto è per bambini, è
intitolato "Il dottor Doolittle e il dottor Talkalot", è
in inglese e l'ho realizzato insieme a mio figlio che ha cinque anni
e mezzo.
Dopo
tanti anni quindi il tempo fa un bel salto indietro e si torna bambini?
Quando si hanno figli,
succede...
Poi c'è della gente che mi chiama "futurologo", che
è un po' una balla, una parolaccia che hanno cominciato ad adoperare,
riferita al fatto che io cerco di fare delle previsioni sull'avvenire
in modo razionale, e quando è possibile anche in modo quantitativo.
Perciò ho sviluppato anche dei pacchetti di software per adattare
a dati sperimentali e a serie storiche le equazioni di Volterra, che
rappresentano talora con molta fedeltà lo sviluppo di popolazioni
biologiche. Sono le famose curve logistiche a "S" che crescono
prima molto lentamente poi sembra che s'impennino e che vadano in cielo,
poi viceversa entrano in funzione dei fattori limitanti, rallentano
e tendono alla costante. Questo de-scrive l'andamento delle epidemie,
dello sviluppo di popolazioni biologiche e anche dello sviluppo di popolazioni
di oggetti costruiti dall'uomo: automobili, aerei, computer, strade,
energia...
Quando, come spesso è il caso, delle previsioni matematiche non
si possono fare perché nessuno le sa fare, si possono comunque
fare delle previsioni ricorrendo alla conoscenza del mondo, a ragionamenti
razionali, al lavoro di gruppo. In questo momento sto proprio lavorando
alla realizzazione di sistemi di supporto alle decisioni con modelli
matematici per la Commissione Europea. Lavoro con un gruppo di amici
ingegneri, matematici, statistici, informatici. Sì, si chiama
I.S.I.S.: Istituto di Studi per la Integrazione dei Sistemi.
Qual
è la prima cosa che le viene in mente in relazione all'influenza
che il tempo ha nella nostra vita di tutti i giorni?
Una cosa se vogliamo banale.
Molte persone sono distratte, non hanno nozione del tempo, non guardano
l'orologio, arrivano in ritardo e non combinano nulla. Non si rendono
conto nemmeno dei grandi passaggi del tempo. Tutti avremo sentito qualcuno
dire a un certo punto, cadendo dalle nuvole: "Mamma mia, ho compiuto
cinquant'anni". E cosa si aspettava: dopo il quarantanove c'è
il cinquanta! Magari se qualcuno mi chiede quanti anni ho rispondo 37,
38. Viceversa è il doppio... Questo soltanto per indicare che
la percezione intuitiva, non soltanto per la misure del tempo ma anche
per altre cose spesso fallisce miseramente.
Detto questo, direi che possiamo dividerci in due direzioni. Una è
quella del tempo considerato seriamente, cioè il tempo considerato
dalla fisica. E qui sappiamo che tutte le nostre concezioni tradizionali
sono abbastanza sbagliate. C'era il povero Kant che diceva che il tempo
e lo spazio sono concetti a priori: una balla fondamentale. Quando poi
guardiamo a posteriori, una delle cose che accettiamo come normale è
che le cause vengono prima, passa del tempo e poi arrivano gli effetti,
magari poco dopo, ma sempre dopo. Viceversa, non è vero nemmeno
questo. Se andiamo ad occuparci di elettrodinamica quantistica sappiamo
che certe volte accade un evento a causa del fatto che dopo è
successo qualcosa che l'ha causato. Perciò sapere cos'è
causa e cos'è effetto è una cosa complicata. Su questi
argomenti ho anche scritto qualcosa, nel volume "Anche tu fisico"
che vendo on line, dove c'è un capitolo sull'elettrodinamica
quantistica.
Insomma, di certezze non ne abbiamo molte, e quello che crediamo profondamente
vero e tanto ovvio da non essere nemmeno discusso, spesso non è
per nulla ovvio e forse non è neanche vero...
Se passiamo a discutere invece di come adoperiamo e valutiamo il tempo
nella nostra vita, qui ci sono due fenomeni abbastanza sorprendenti.
Il primo è che la nostra vita si è allungata, che viviamo
meglio e arriviamo in tarda età in condizioni migliori. C'è
la storiella di quel tale che diceva a un altro: "Ma lo sai che
all'età tua Leonardo aveva già dipinto la Gioconda?"
E l'altro: "E tu lo sai che all'età tua Mozart era già
morto?" Oggi stiamo in giro molto più a lungo, e già
questo ci rende diversi. E l'altro fenomeno è che riusciamo a
fare più cose. Quando io cominciai a lavorare, cinquant'anni
fa, andare a Milano era un'impresa che occupava uno-due giorni. Adesso,
magari con un'alzataccia, si può partire al mattino, lavorare
a Bruxelles o a Parigi, o anche a Londra, e tornare la sera. E poi il
tempo viene molto condensato dal fatto che abbiamo strumenti migliori.
Mi ricordo ai tempi "antichi" di cose oggi inimmaginabili.
Non so se le è mai accaduto di aspettare una lettera con ansia.
Quando non c'erano altri mezzi per comunicare era dura... La produttività
è aumentata in maniera enorme. Per lo meno quella di chi fa lavori
che richiedano concetti, comunicazione relativa a stringhe alfanumeriche,
ovvero numeri, lettere, parole. Le persone con le quali collaboro nell'Istituto
cui prima accennavo non le vedo mai: ci scambiamo messaggi e-mail continuamente,
ed è come se lavorassimo nella stessa stanza, ma per fortuna
non ci stiamo, abbiamo il nostro spazio vitale intorno, non perdiamo
tempo a parlare di stupidaggini, e perciò le cose vanno molto
meglio.
Impiegato
al meglio il tempo nel lavoro, diventa più razionale anche la
gestione totale del tempo che si ha a disposizione...
Alcuni sostengono che uno
dei problemi più gravi che abbiamo davanti è quello del
tempo libero. E qui di nuovo ci dividiamo in due, non facciamo altro
che dicotomizzare. Se una persona sa fare lavori semplici e poco desiderabili
ha tanto tempo libero, se non arriva addirittura a rimanere disoccupata.
Viceversa, chi fa lavori relativi alla elaborazione della conoscenza,
ad esempio nel settore di quella che viene volgarmente chiamata nuova
economia, si trova in una situazione opposta.
Di recente sono stati condotti tre o quattro studi per capire quanti
posti di lavoro sono disponibili in Italia per chi sa fare lavori complicati,
tipicamente connessi con internet, telematica, costruzione, installazione,
gestione, uso, manutenzione di reti telematiche e dei contenuti che
ci girano dentro. C'è chi dice 60.000, chi addirittura 250.000:
di sicuro sono tantissimi. Questo squilibrio tra chi sa e chi non sa
si sta sostituendo al vecchio squilibrio tra chi ha e chi non ha. Di
certo, chi sa è meglio equipaggiato per essere più ricco,
il che però è un dettaglio. Chi fa lavori diversi ha i
tempi scanditi in modo molto diverso. L'ideale sarebbe non avere distinzione
tra tempo libero e tempo di lavoro, perché si fa un lavoro divertente.
Per farlo, però, ci vuole tanta fortuna...
La concezione del tempo sta cambiando sempre di più. Tra quelli
che lo buttano girava una volta un'orrenda locuzione, "ammazzare
il tempo"... È una cosa che avvicina l'uomo agli animali.
Cosa fanno gli animali? In genere niente. Pensiamo ad un leone: s'alza,
mangia, dopo mangiato sta lì fermo dodici ore, ronfa, eventualmente
fa l'amore, non so quante volte... Una vita di nessun interesse, forse
solo il momento della caccia può essere interessante. Dall'estremo
del tutto animale, di chi non sa cosa fare e non fa essenzialmente nulla,
si passa all'altro estremo, di quelli che in pratica non smettono mai
di lavorare. Anche quando dormono in realtà continuano a far
funzionare le "rotelle", e magari l'indomani, quando si svegliano,
scoprono di aver trovato la soluzione ad un problema del giorno precedente.
E qui bisognerebbe cercare di capire un po' meglio come funziona il
nostro cervello.
Sicuramente scandire il tempo significa andare dietro ai minuti. Magari
non ai secondi, ma ai minuti sì. C'è la famosa poesia
di Kipling, "Se", quella che si chiude con: "Se farai
tutte queste cose, allora sarai un uomo, figlio mio". Una delle
condizioni è: "Se saprai riempire ogni ora con sessanta
minuti ciascuno dei quali si distingue dagli altri e serve a qualche
cosa, allora sarai un uomo, figlio mio"...
Lei
ha qualche interesse particolare per gli orologi?
Direi di no. Ho un orologio
meccanico che porto ormai da trent'anni. Funziona abbastanza bene, anche
se di tanto in tanto bisogna rimetterlo all'ora. E poi ha la scomodità
del datario, che nei mesi inferiori a 31 giorni va regolato. Poi mi
hanno regalato un orologio al quarzo, abbastanza più preciso
e con delle belle lancette grandi luminescenti, ma non lo uso mai, perché
ha delle anse troppo taglienti, con le quali ho rovinato lenzuola, ferito
persone... È un'arma impropria.
Del resto, cattivi esempi di progettazione e design degli oggetti ne
abbiamo tanti. Ad esempio il modo in cui si è evoluta l'automobile.
Io comprai l'ultima automobile italiana che aveva il sedile unito davanti,
una Lancia Flavia del 1970. Aveva il cambio al volante, e io sul sedile
tenevo i miei libri, le penne, i soldi, magari un registratore e non
si perdeva mai niente. Ora ci sono questi due sciocchi sedili divisi,
con in mezzo una specie di catafalco dal quale esce la leva del cambio
che occupa dai 10 ai 40 litri e dentro non c'è nulla. Fra i due
sedili ci sono delle fessure dove cadono soldi, ricevute, documenti,
occhiali, di tutto.
E quei sedili avvolgenti tendono a far pensare che si ha un'automobile
sportiva, il che non è. Magari è un'automobile cretina,
che può andare a 200 all'ora, cosa legalmente vietato.
Io avevo un'automobile che faceva 230 all'ora, e qualche volta ci andavo
pure, il che è sbagliato... Poi l'ho venduta e ne ho presa una
che fa solo 180, velocità illegale anch'essa...
Tornando agli orologi, mi sono interessato tempo fa a quello progettato
da Harrison...
Beh,
a quei tempi una realizzazione del genere, che permetteva di fare il
punto e di capire la posizione in mare, poteva anche salvare delle vite.
(Ricordo qui che all'opera dell'orologiaio inglese John Harrison, e
in particolare al suo straordinario N°4, il cronometro da marina
presentato a Londra nel 1759 che gli consentì tra l'altro di
aggiudicarsi il favoloso premio di 20.000 sterline messo in palio dal
"Comitato per la Longitudine", abbiamo dedicato ampio spazio
nel numero 12 della nostra rivista).
Il suo rapporto con l'oggetto-orologio non è quindi particolare...
Beh,
direi che spesso quando si giunge ad un'età piuttosto avanzata
l'interesse per gli oggetti in generale diminuisce. Anche perché
ci si rende conto che in realtà non si è proprietari di
niente, ma si ha tutto in affitto. Gli orologi, poi, spesso durano più
delle persone. In un mio romanzo quasi clandestino c'è il padre
di uno dei personaggi che muore, e quando questi arriva il padre è
già morto e c'è la madre che gli dice: "L'orologio
cammina, l'ha caricato tuo padre. Lui è morto, l'orologio cammina".
Questo ci fa pensare al modo di essere immortali, che è poi quello
di mettere in moto delle cose che poi camminano anche dopo di noi.
Come dice Orazio: "Exegi monumentum aere perennius", "Ho
eretto un monumento più perenne del bronzo". Se si mettono
in giro delle idee, dei concetti, delle frasi, delle musiche che rimangono,
chi le ha concepite è come se fosse sempre vivo.
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