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Diverse
visioni del tempo
Enrico Vanzina Enrico Vanzina, sceneggiatore, giornalista e produttore, che ha realizzato con il fratello Carlo tanti film di enorme successo, ci parla del suo rapporto serissimo con il tempo e di come solo adesso, per la prima volta, a sessanta anni da poco compiuti, si sia fermato a guardare avanti sul serio.
L’ultimo film che ha scritto, La vita è una cosa meravigliosa, ha riscosso un grande successo e presto uscirà un suo nuovo libro, Una famiglia italiana, edito da Mondadori. Enrico Vanzina parlerà nel libro dei grandi personaggi che frequentavano la sua casa, come Totò, Alberto Sordi ed Ennio Flaiano e di suo padre Stefano, in arte Steno, il maestro della commedia. di Susanna Mancinotti
Che ricordi ha della Roma della fine degli anni Sessanta? Allora io avevo circa venti anni e Roma era vuota di macchine e piena di contenuti. Oggi invece è piena di macchine e un po’ meno di contenuti.
Essendo il figlio di un regista famoso, ha avuto modo di conoscere, da ragazzo, grandi personaggi che frequentavano la sua famiglia come Totò, Cesare Zavattini, Ennio Flaiano, Alberto Sordi. Come ricorda quel periodo? Sto per pubblicare, edito da Mondadori, un libro che si intitola Una famiglia italiana, che non è assolutamente un’autobiografia, ma solo un libro di ricordi sparsi. Mentre lo scrivevo, mi sono ricordato di come mi sembrava naturale allora frequentare quelle persone: nel corso della vita, solo crescendo, mi sono accorto di come fossero speciali. All’epoca non me ne rendevo conto: frequentare Totò, ad esempio, era normale, in quanto era uno degli attori dei film di papà. Con Alberto Sordi papà era proprio molto amico e lui veniva spessissimo a cena a casa nostra. Poi c’erano Monicelli, Age, Scarpelli, Mario Soldati. Il migliore amico di mio padre era Mario Camerini, che era stato il grande regista dei telefoni bianchi. Erano tutti registi o scrittori, che avevano figli giovani, e io e mio fratello li frequentavamo, per cui con loro si erano creati dei veri rapporti di famiglia. Come un medico frequenta altri medici o un ingegnere altri ingegneri, allo stesso modo papà frequentava attori, registi e grandi scrittori come, per esempio, Flaiano e Brancati. Mi stavano molto simpatici Furio Scarpelli, magnifico scrittore di cinema e lo stesso Mario Camerini, che era un uomo sensazionale. Ricordo che Camerini mi portava alle corse dei cavalli e cercava di farmi diventare socialista, mentre noi eravamo liberali. C’era anche Longanesi, che brillava per la sua intelligenza superiore: rimanevano sempre tutti zitti ad ascoltarlo. E Flaiano che, quando veniva la sera a casa nostra, raccontava delle storie buffe che ci facevano tanto ridere.
Da ragazzo era piuttosto chiuso oppure estroverso? Io sono stato sempre molto estroverso, a differenza di mio fratello Carlo che è sempre stato un po’ più chiuso. Con una facilità assoluta attaccavo discorso con tutti, in treno, per strada. Ho sempre avuto, e ce l’ho ancora, un carattere molto aperto.
Nei primi anni Settanta iniziò come aiuto regista di suo padre. Sì, ma ero certo che non avrei fatto mai il regista. Mi sono laureato molto giovane e volevo scrivere. Veramente all’inizio puntavo alla carriera diplomatica, poi invece cambiai idea. In un primo momento pensai di diventare giornalista e mi fu anche offerto di entrare all’Europeo, però poi ci ripensai e mi presi una specie di anno sabbatico. Alla fine entrai nel mondo del cinema. Non volevo però fare il regista, perché vedevo anche i lati negativi di quel lavoro. Non mi piaceva la vita un po’ sradicata e molto precaria che comportava, specialmente per chi era agli inizi. Carlo invece aveva proprio una passione per la regia: quando lo chiamarono per fare il primo film, mi chiese se volevo scriverlo con lui e io accettai. Eravamo tutti e due giovanissimi. Io mi accorsi che sarei diventato uno sceneggiatore quando feci l’aiuto regista di mio padre nel film La poliziotta, perché in quell’occasione riscrissi tutti i dialoghi di Pozzetto, che rimase molto colpito dal mio lavoro.
Qual è stato il primo film per cui ha lavorato proprio come sceneggiatore? Il mio fu un esordio pazzesco, perché mi chiamò Lattuada che doveva dirigere il film Oh! Serafina, tratto dal romanzo di Berto. Pozzetto, che era il protagonista del film, mi segnalò a Lattuada dicendogli che scrivevo molto bene. Per cui il mio primo film lo scrissi con Lattuada e con Giuseppe Berto, che non è male...
Cosa ha “rubato” di più a suo padre, come insegnamento riguardo al cinema? Mio padre era un uomo veramente formidabile. Io ho lavorato tantissimo con lui anche come scrittore, per cui ho avuto un doppio rapporto: prima come figlio, poi come collaboratore. Lui aveva un atteggiamento di grande modestia nei confronti del suo lavoro, mi diceva che bisognava pensare che il film un giorno sarebbe uscito nelle sale, dove ci sarebbe stato un pubblico, e che per questo bisognava sempre sapere esattamente cosa si stava facendo, senza mai montarsi la testa. Mi raccomandava di non credere mai al successo e mi diceva che, per farlo sul serio, il lavoro del cinema lo dovevo considerare nel modo più assoluto come una professione. Certi infatti lo vedono come un momento di autoesaltazione o di libertà di espressione totale, invece è un lavoro come un altro, in cui bisogna rispettare l’utente finale, il pubblico, e fare gli interessi di chi ha messo i soldi e ha creduto in te. È poi essenzialmente un lavoro di gruppo. Alcuni registi si impossessano del film e pensano di poterlo fare tutto da soli. Invece bisogna ascoltare gli altri, perché un film è una somma di talenti che si mettono insieme: c’è infatti chi fa i costumi, le scene, la musica e c’è chi recita. Stando dalla parte più importante, quella creativa della scrittura e poi della regia, bisogna cercare di stimolare queste persone a dare il meglio. Occorre però sempre pensare che pure loro ti possono dare tante idee, tanti stimoli, e che ti possono anche far cambiare idea.
E nella vita privata cosa le ha insegnato suo padre? Una onestà totale e, soprattutto, mi ha reso consapevole della forza della cultura. Nella sua vita tutto quello che ha speso è stato sempre per far migliorare Carlo e me da un punto di vista culturale, facendoci viaggiare, dandoci la possibilità di apprendere le lingue, permettendoci di vedere nuovi orizzonti. Ha puntato tutto su questo e credo che sia stata una grande lezione. In generale la borghesia italiana pecca proprio su questo punto: si ferma infatti sulle cose piuttosto che sui contenuti. Invece mio padre ha sempre pensato che tutti i libri che leggi, tutti i film che vedi, tutti i viaggi che fai siano la vera ricchezza che ti regala la vita.
Nell’ultimo vostro film La vita è una cosa meravigliosa c’è, da parte dei personaggi, questo esilarante scandire la giornata al ritmo delle trasmissioni televisive, con battute del tipo “A che ora sei andato a letto? Prima o dopo la trasmissione di Marzullo?”… È chiaro che quando si racconta, anche se in chiave di commedia, il nostro Paese, non si può non sottolineare questa invasione della televisione, che ormai condiziona addirittura il tempo.
È un film che con ironia mette in luce i problemi attuali. Ci dà il ritratto di un mondo dove tutti spiano, in cui chi è spiato, alla fine spia anche lui stesso… Siamo diventati un Paese un po’ alla finestra, dietro le porte, un Paese al buco della serratura. L’Italia si sta ripiegando su se stessa: invece di vivere guarda gli altri.
Il titolo del vostro film si ispira a quello del film di Frank Capra, La vita è meravigliosa. Crede che i valori, come solidarietà, amicizia, giustizia, di cui parlano spesso i film di Capra, siano riproponibili, con la stessa fiducia, nei film di oggi? Penso di sì, anche se pochi lo fanno. L’atteggiamento psicologico di una società dipende molto da come ciascuno si pone personalmente, nel senso che, se si accetta lo “sfascismo” generale che c’è attorno e il pessimismo più cupo, per forza si comincia a vedere tutto grigio. Credo che ci siano invece una serie di segnali quotidiani, che non hanno niente a che vedere con la politica ma piuttosto con i sentimenti, con le bellezze che ci circondano, con i libri che leggiamo, con i bambini che crescono, con i cani che portiamo a spasso, con le persone delle quali ci innamoriamo. Sono segnali continui che ci inducono a spostare un po’ lo sguardo, e spostando lo sguardo, anche se impercettibilmente, quello che è grigio comincia a prendere colore.
Tra i personaggi che inventa in genere si affeziona di più a quelli buoni o a quelli negativi? Credo che la chiave di lettura della commedia italiana sia proprio quella di voler bene anche ai personaggi negativi, che poi in definitiva siamo noi. Se la commedia dà dei giudizi morali diventa pamphlet e non è più commedia.
Che idea ha dei giovani che oggi si vogliono avvicinare al mondo del cinema? Credo che uno dei grandi problemi del cinema italiano sia che quasi tutti i ragazzi puntano alla regia, non rendendosi conto dell’importanza della sceneggiatura. Mio padre e tanti suoi amici registi che ho conosciuto, da Risi a Comencini a Monicelli, consideravano la sceneggiatura la cosa più importante di una pellicola. Nella sceneggiatura infatti c’è tutto il film. Siccome scrivere è un po’ più complicato, moltissimi ragazzi si indirizzano verso la regia e così negli ultimi anni abbiamo avuto pochi nuovi sceneggiatori. In America, in Inghilterra, ma anche in Francia molte volte, il vero padrone del film è chi lo scrive: lo sceneggiatore.
Un film comico si costruisce proprio pensando ai così detti tempi comici? Sicuramente sì. Il ritmo di un film è già dentro la sceneggiatura, poi naturalmente ci sono dei registi che hanno dei tocchi particolari, un modo di girare, di raccontare proprio per immagini, che è speciale. Parlando sempre di commedia, basti pensare a René Clair o a Billy Wilder. Insomma i grandi registi della commedia hanno un loro tocco personale che dà un certo ritmo al film. Generalmente un film ben scritto, realizzandolo, si può rovinare un po’, mentre un film molto mal scritto non può essere migliorato tanto da un regista bravo.
Il film Febbre da cavallo 2 - La mandrakata del 2002 è stato un po’ un omaggio a vostro padre? Sì e potrei dire anche a me stesso, perché il primo lo scrissi io.
Tra scrivere una sceneggiatura, un libro o un articolo, cosa preferisce? Sono cose completamente diverse. Da una ventina d’anni faccio, come seconda professione, il giornalista, per cui scrivo moltissimo. Ho scritto prima sul Corriere della sera e adesso, da alcuni anni, scrivo sul Messaggero, dove, a parte la rubrica fissa che curo, redigo spesso articoli in prima pagina riguardo argomenti di costume. Devo dire che è una cosa che mi diverte moltissimo. Ho scritto tutta la vita, ma dal momento in cui ho cominciato a fare anche il giornalista, ho imparato a condensare il pensiero, stringendolo al massimo. Per quanto riguarda i libri, non ho ancora mai affrontato il romanzo. Me lo tengo per quando sarò un po’ più grande. Ne ho cominciati tantissimi di romanzi, ma non ho mai trovato il passo giusto, per cui piuttosto che fare una cosa che viene male, non la faccio. Scrivere un film è un’abitudine, però è il mio lavoro ed è la cosa che mi diverte di più.
Come le nasce l’idea della storia di un film? Spesso dagli spunti della realtà. Il cinema è meraviglioso perché è in fondo un continuo imitare se stesso. I film sono già stati fatti tutti, cambia il vestito. È molto difficile fare un film che non sia stato mai fatto e accade quello che succede nella pittura, nella letteratura e anche nella musica: si suona in un altro modo… |
