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Diverse
visioni del tempo
Lorenza Mazzetti “Io, Baby e Annie cantiamo in coro (…) e diventiamo buone buone, pronte a fare il diavolo a quattro non appena zia Katchen se ne va. Ma zia Katchen non se ne va mai, resta sempre lì col dito alzato e batte il tempo cantando, lei canta all’infinito, mentre io qui, in un tempo fatto di minuti, non la sento più, vedo le mani che battono il tempo, le labbra che si muovono, ma lei canta in un’altra dimensione, in un tempo senza tempo e a me vengono le lagrime agli occhi…” (L.M.)
Il 3 agosto 1944, a un soffio dall’arrivo degli inglesi, un gruppo di SS irrompe in una villa sulle colline di Firenze cercando Robert Einstein, ebreo e cugino primo di Albert. Non trovandolo uccide la moglie, Nina Mazzetti, e le due figlie, Annamaria e Luce, colpevoli di portare lo stesso cognome. Testimoni della strage, graziate solo perché “di un’altra razza”, sono le gemelle Lorenza e Paola, nipoti degli Einstein e parte della famiglia da quando, tanti anni prima, sono rimaste orfane. Robert si uccide qualche mese più tardi, il giorno del suo anniversario di nozze. Per le gemelle, alla Villa del Focardo finisce una bellissima infanzia e comincia una vita adulta sotto il peso del “privilegio” di essere sopravvissute. Resta un forte desiderio di testimoniare che, per Lorenza, potrà trovare soddisfazione solo dopo un lungo cammino nel proprio passato; attraverso intense esperienze nel campo della pittura, della regia, della sceneggiatura (premio a Cannes per la migliore opera di avanguardia, con “Together”; firma del manifesto del Free Cinema inglese) e della letteratura, avendo affrontato finalmente i propri ricordi con la pubblicazione del libro “Il cielo cade”, Premio Viareggio nel 1962 come migliore opera prima. Alla fine di questo gennaio i suoi dipinti hanno dato vita a una singolare e toccante mostra “della memoria”: “Album di famiglia. Diario di una bambina sotto il fascismo”. Titolo, anche, del libro-catalogo appena pubblicato da Luca Sossella editore. Testo e foto di Flavia Farina
La mostra “Album di Famiglia” è stata inaugurata al San Michele, a Roma, il Giorno della Memoria. Ovviamente non è un caso: qual è l’importanza di ricordare? Prima di tutto bisogna dire che c’è modo e modo di ricordare. Se continuiamo a dire ai bambini e ai ragazzi, “sono morti sei milioni di ebrei”, questa frase entra da un orecchio ed esce dall’altro. Ma oggi alcuni storici come, in Italia, Carlo Ginzburg, cercano di fare una storia fatta dal basso, partendo da episodi particolari, ad esempio dai diari dei soldati. Così la storia viene fatta rivivere attraverso episodi (piccoli o grandi) che siano visivi, che emozionino: “Il diario di Anna Frank”, ma anche un film come “Schindler’s List”, rivelano molto di più della frase: “sei milioni di ebrei”.
Quindi, ci sono diversi modi di fare memoria? L’importanza della memoria è nel raccontare. Perché un diario può essere più importante dei numeri? Il mio piccolo libro, in fondo, non racconta una tragedia di mille persone uccise, ma solo di tre, oltretutto non ebree; e la testimonianza non è nemmeno di un’ebrea, ma di una cattolica da parte di madre, protestante da parte di padre, ebrea da parte dello zio: non so più cosa sono. Sia nel diario di Anna Frank che nel mio, due bambine guardano quello che succede, senza un “Io” adulto che interviene con giudizi; questo lascia al lettore l’attività di chiedersi: “ma perché è successo questo, ma come è stato possibile?”. C’è modo e modo di ricordare: quello del giornalista, del saggista, dell’artista, che può essere uno scrittore o un pittore. Io mi sono espressa in vari modi. A cominciare da Londra, in un periodo in cui volevo dimenticare la tragedia.
Eppure in “Con rabbia”, parlando della sua adolescenza a Firenze, racconta che guardandosi intorno, per capire per cosa fossero morti i morti, vedeva solo un mare di coca-cola, di lambrette, motociclette e macchine. E mentre lei sentiva il bisogno di fare “qualcosa”, le sue compagne pensavano solo a ballare e studiare il latino. Penny, diventata adolescente, dice: “Se uno cade in letargo i morti sono morti veramente”. Non sembrano frasi di chi vuole dimenticare… Infatti, la prima reazione è stata questa: desideravo fare qualcosa ma mi sentivo contornata dall’indifferenza, perché tutti quelli che uscivano dalla guerra desideravano cancellare ciò che avevano visto. Lo sforzo di dimenticare è stato collettivo. Solo dopo, ho capito che se continuavo così rischiavo la pazzia; e a questo punto anche per me è diventato fondamentale dimenticare; così mi sono ritrovata a Londra, in un momento in cui tutti volevano ballare e vivere.
A Londra, è riuscita a convincere il rettore della Slade School of Fine Arts, dove insegnavano pittori dell’avanguardia come Francis Bacon e Lucian Freud, ad accettarla nella scuola; poi però ha “preso in prestito” l’attrezzatura cinematografica e ha cominciato a girare “Kafka”, il suo primo cortometraggio. Addebitando di sua iniziativa tutti i costi all’università… Quello che ho fatto non è stato pianificato. Stavo malissimo e non sapevo più chi ero: né ebrea, né vittima, diseredata di una struttura familiare; facevo la cameriera perché il tutore ci aveva derubato di tutto, e cercavo di formulare una mia visione del mondo, perché una persona senza una visione del mondo è un non-io. Cercavo delle affinità elettive; inconsciamente, volevo ricordare solo ciò cui tenevo per ricostruire un’identità dalla mia personalità; così prendevo dalla letteratura o dalla pittura cose che mi appassionavano. Tra queste, la faccia di Kafka, che sentivo come l’espressione del mio stato d’animo, spaventata, sbigottita, di chi non poteva sorridere né ballare il “Rock and roll” come tutti gli altri, anche se avrebbe voluto. Come Kafka avrebbe tanto voluto entrare nel castello, così io avrei voluto ballare e ridere con gli altri, ma non potevo. Questo Kafka mi stava salvando: non ero sola, perché ero come lui che era esistito, quindi esistevo. Tutto questo era inconscio: avendo lasciato la Toscana, avevo “dimenticato” il trauma della Villa, non avevo più l’incubo dei sogni, non ero più coinvolta da quella scena orribile che mi paralizzava il cuore. Mi ritrovavo in una specie di limbo e agivo come una persona psicotica, sotto l’impulso dell’inconscio, facendo cose strane. Alcune delle quali, però, sono state apprezzate da persone intelligenti come il direttore dell’Università: che avrebbe dovuto mandarmi in prigione perché avevo rubato la pellicola e fatto assegni falsi. Ma, prima, ha voluto vedere cosa avevo fatto.
E, visto che “Kafka” è piaciuto, invece di mandarla in prigione ha pagato le spese e l’ha presentata al direttore del British Film Institute. Denis Forman, che mi ha domandato un soggetto. Ovviamente non ho pensato ai tedeschi e alle SS, non volendo ricordare la Toscana e la tragedia. Mi ispiravano, invece, il romanzo di un’importante scrittrice americana, la Carson McCullers, dove c’era un sordomuto che “ascoltava” tutti quelli che desideravano parlare (non sentiva niente, ma tutti lo consideravano il loro confessore), e “I ragazzi della via Pal”: questo campo conteso tra vari bambini, i fratelli Pasteur che avanzavano terrorizzando e rubando le biglie al piccolo figlio del sarto. Queste due cose, insieme, hanno formato i due sordomuti del film “Together”; che, probabilmente, siamo io e mia sorella, rimaste sole dopo la tragedia: ma chi lo sapeva allora? Però ero di nuovo due sordomuti (anche se sempre tagliati fuori dal mondo) invece che un Kafka; già un passo avanti, anche se il tema dell’outsider era ancora molto vivo.
Lavorando a “Together” ha conosciuto Lindsay Anderson, e tramite lui Tony Richardson e Karel Reisz, con i quali firmerà il manifesto del Free Cinema: una rottura netta rispetto al cinema tradizionale, che ha preceduto la Nouvelle Vague. Abbiamo firmato questo manifesto contro il cinema inglese e per una nuova cinematografia, al bar dove facevo la cameriera. Quando è stata annunciata la sua presentazione, di fronte al teatro del British Film Institute si è formata una coda di un chilometro: tutti i giornali, prima ancora di vedere i nostri film, erano curiosi di capire che cosa stava succedendo a Londra. È stata una cosa straordinaria, la fine del potere della upper class, del suo dominio sul costume, sulla vita e sui modi di essere: senza di questo i Beatles, Mary Quant, il popolo non sarebbero usciti allo scoperto; i Beatles sarebbero rimasti nelle loro cantine, invece di cambiare il mondo.
Eravate consapevoli della portata di tutto questo? Eravamo consapevoli di ciò contro cui volevamo andare, e del fatto che avevamo delle cose in comune. Una ragazzina psicotica proveniente dall’Italia aveva incontrato tre persone che, come lei, stavano facendo un film aiutate dal British Film Institute, senza aver mai fatto cinema; e queste persone avevano riconosciuto questo qualcosa in comune senza competizione, ma con grande amicizia ed entusiasmo: è stata un’unione d’amore, ci legava un sentimento di rabbia e al tempo stesso uno scopo preciso. In Italia Rossellini, De Sica e Zavattini avevano reagito alla guerra ricercando quell’umanità che stava perdendosi, che aveva legato le persone sotto le bombe. Sono stati loro a ricordare l’Italia affamata, l’Italia dei poveri, di “Ladri di biciclette”, e a offrire uno sguardo sulla solidarietà umana di quel periodo. Anche noi avevamo nostalgia di questo amore tra gli uomini; a Londra, sotto Hitler, non c’erano più upper e lower class: la regina madre andava di casa in casa a offrire il tè! Gli inglesi, sotto le bombe, si sentivano uniti: a Dunquerkue chiunque avesse una barca è andato nell’oceano a raccogliere i soldati inglesi che fuggivano, a cercare i cadaveri e i dispersi. Tutto questo però era stato dimenticato, c’erano di nuovo i Lord e i Conti mentre il popolo londinese si ubriacava e basta. I film di Tony Richardson, Karel Reisz e Lindsay Anderson sono il ritratto di questa Londra ubriaca, senza scopi e senza solidarietà. Il titolo del mio film è “Together”, insieme, e non è un caso. E non è un caso nemmeno che i Beatles si chiamassero così: stavano nelle fogne, non certo nei castelli.
“Together” viene scelto per rappresentare l’Inghilterra a Cannes. E in quest’occasione c’è un nuovo cambio di direzione, nella sua vita; anche se stava ancora cercando di cancellare il passato… E quando si tenta di non ricordare è l’inconscio a gestire tutto. A Cannes ho conosciuto Zavattini che mi ha detto affettuosamente: “Lori, il tuo film certamente vincerà la Palma dell’avanguardia”. E mi ha salutata dicendo: “Se vieni a Roma chiamami”. Ma poi sono andata a Firenze a trovare Paola, pensando di tornare a Londra dopo poco. Invece mi sono ammalata, perché ho rivisto la casa, la Toscana, Firenze, e tutto è tornato come prima. Dimenticando, non ero guarita: semplicemente l’angoscia si era placata somatizzandosi attraverso comportamenti artistici. Mia sorella aveva sposato uno psicanalista, aveva avuto una bambina e si era liberata dagli incubi; io invece vi ero immersa. È stato suo marito a mandarmi da uno psichiatra gestaltista, che mi ha detto che se continuavo a voler dimenticare sarei impazzita: dovevo, invece, andare dove era successo il fatto, ricordare tutto, scriverlo e raccontarlo. Mi sono ritirata a Sperlonga, che era un paesino ancora sconosciuto e senza strada, con un amico francese che stava scrivendo un suo libro. Avevo il dovere di ricordare, ma siccome non volevo ho scritto questo “Cielo cade” cercando di rimandare all’infinito la scena finale, e ricordando solo le cose belle.
Quindi il suo è stato un viaggio nell’infanzia, un suo viaggio, personale, nella memoria. Sono sprofondata nell’infanzia, il più lontano possibile dal giorno della tragedia. La prima pagina che ho scritto, che descrive questa bambina innamoratissima del Duce, è piuttosto comica. Dopo averla riletta, sapendo di essere in un’Italia in cui, improvvisamente, nessuno osava dire che era stato fascista, l’ho appallottolata e l’ho buttata nel cestino. Oltretutto mi sembrava improponibile scrivere con quello stile una storia così tragica. Per fortuna il mio amico scrittore ha ripreso il foglio, l’ha letto, e mi ha detto che dovevo assolutamente continuare così. Quella pagina è l’inizio del libro, grazie a lui mi sono sbizzarrita a raccontare la verità che non si doveva dire: che si a-mava il Duce come Gesù e come la Madonna, che avevo lo zio ateo e la zia protestante. Ho parlato dei contadini, delle mucche, ho descritto questo mondo e ho vinto il Premio Viareggio. Avevo cambiato i nomi e continuavo a nascondere l’orrore, pensavo ancora che il racconto della tragedia sarebbe stato scritto da un Io adulto. Solo quando ha preso i diritti Sellerio, dicendomi che il libro era divertentissimo, ho raccontato tutto. Allora mi hanno chiesto di scrivere una dedica allo zio, e il libro è uscito così come è ora.
Zavattini, nella prima introduzione a “Il cielo cade”, dice: “C’è una tendenza nel nostro Paese a stendere un velo sul passato”. È così anche oggi? C’è il pericolo che questo ricordo diventi istituzionale. Per questo è importante che sia sempre abbinato ai diari, a qualcosa che lo vivifichi e non lo trasformi in burocrazia, in un fatto di date e di quantità di morti. Le scuole hanno portato i ragazzi del liceo, delle medie e delle elementari a vedere sia il film “Il cielo cade” che i miei quadri. E sai cosa mi ha chiesto un bambino di otto anni? “Perché dicono che sono gli ebrei gli assassini di Gesù? Forse qualche ebreo, insieme a Ponzio Pilato… Ma tutti gli altri, tutti quelli che lo seguivano e che lo adoravano: ma non erano ebrei anche loro?!”. L’effetto, su questo bambino, è stato che ha cominciato a domandarsi: “Perché?”. |
