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Diverse visioni del tempo

ERRI DE LUCA

Erri De Luca, grande scrittore e biblista, ci parla del suo ultimo libro Il peso della farfalla, dei segni lasciati da una vita da operaio, dei suoi viaggi da volontario in Africa e in Bosnia e di come, nella sua casa in mezzo alla campagna, possa misurare il tempo in foglie, in rami che si fanno spazio in aria.

Ha lavorato in fabbrica, ha guidato camion, è stato muratore. Non ora, non qui, che è stato il suo libro d’esordio, seguito da molti altri di successo, l’ha scritto nei ritagli di tempo mentre era operaio. Ha studiato da autodidatta l’ebraico e ha curato per “I Classici” Feltrinelli Esodo. Nomi, Giona/Ionà, Kohèlet/Ecclesiaste, Libro di Rut, Vita di Sansone, Vita di Noè. Nella presentazione della recente ristampa, dopo venti anni, di Non ora, non qui, Erri De Luca scrive “Ho fatto il mestiere più antico del mondo. Non la prostituta, ma l’equivalente maschile, l’operaio, che vende il suo corpo da forza lavoro. Ho saputo notizie precise e materiali del verbo lavorare. Non posso usarlo per quello che combino con la scrittura. Scrivere è stato e resta per me il contrario, il tempo festivo dentro una giornata di corpo venduto per salario. È stato il tempo salvato”.

di Susanna Mancinotti

 

 

Lei che ha vissuto a Napoli fino all’età di diciotto anni come vede cambiati i colori, i profumi e i ritmi di vita della Napoli di oggi da quella di allora?

Sono cambiati assai. Io sono nato in una città del dopoguerra che era completamente distrutta, che aveva la più alta mortalità infantile d’Europa e che aveva anche il dubbio onore di ospitare la sesta flotta degli Stati Uniti D’America, cosa che comportava il fatto che migliaia di militari americani venissero a svuotare la loro astinenza alcolica e sessuale in città. Era una città del Sud del mondo e oggi la possiamo considerare una sfumatura del Nord. Napoli oggi ha i problemi di una città del Nord, l’eccesso di rifiuti, l’immigrazione di forza lavoro dal nuovo Sud del mondo…

 

Da bambino era piuttosto chiuso, introverso?

È così. Ero chiuso e ho avuto la fortuna di potermi rinchiudere perfettamente, di sigillarmi dentro la stanza dei libri di mio padre dove sono cresciuto. Mi era concessa quella clausura, quel materiale isolante che era la carta e i libri di quella stanza.

 

Ne era contento?

Sì, però comportava dei disturbi del comportamento.

 

Il suo nome, Erri, è un diminutivo di Enrico?

No, è una storpiatura di un nome americano. Mia nonna era americana, dell’Alabama. All’inizio del Novecento sposò un napoletano, e così porto il nome di uno zio americano che si chiamava Harry. Io poi l’ho storpiato, l’ho ridotto ai minimi termini.

 

In libreria, dopo venti anni, è tornato il suo primo libro Non ora, non qui, con una sua introduzione. Quando lo scrisse nei ritagli di tempo, era operaio a Milano in un cantiere edile. Nell’introduzione dice: “Il martello pneumatico è alla lunga un carillon, in fondo alle otto ore non lo sentivo e non sentivo più”. Quegli anni di duro lavoro le ritornano spesso in mente?

Mi hanno lasciato segni, una disciplina nel corso del tempo, una sveglia mattutina che continuo a onorare: mi sveglio molto presto la mattina.

 

A che ora?

Eh! Troppo presto, alle quattro e mezzo, cinque. Poi mi hanno lasciato un punto di vista sul mondo sghembo, diciamo, dal basso verso l’alto. Sono uno che vede il mondo sotto la specie dell’asservimento, uno che vede tutti i carichi, i pesi che gravano sulla superficie. Me ne sono accorto in maniera anche abbastanza buffa quando ho fatto un paio di spedizioni alpinistiche in Himalaya. In fase di avvicinamento al campo base, invece di guardare le montagne, ero continuamente attirato dai piedi dei portatori: lì si scaricava tutto il peso e l’oppressione di una giornata venduta per salario. Quei piedi mi affascinavano. Sono uno che fissa la sua attenzione in basso, più che in alto.

 

"Non ora, non qui" è come una lunga lettera a sua madre. Crede che oggi, dopo venti anni, riscriverebbe nello stesso modo, con gli stessi accenti quella lettera?

Oggi non potrei più scriverla perché lei non c’è più, però in genere delle mie scritture penso questo: io meglio di così non le so fare. È questo che mi rende diciamo tranquillo nei confronti della persona che va a raccogliere proprio quel libro in mezzo al bazar dei libri.

 

Negli anni Settanta è stato un militante di Lotta Continua, come ricorda quegli anni?

Siamo stati l’ultima generazione rivoluzionaria, la gioventù rivoluzionaria del Millenovecento, che è stato un secolo che ha spostato il mondo con lo strumento delle rivoluzioni: da quella russa in poi fino all’ultima, almeno in Europa, finalmente senza sangue, che è stata quella portoghese. Dunque noi siamo stati contemporanei di quel secolo e abbiamo obbedito all’ordine del giorno di quel secolo. Era la cosa giusta da fare.

 

I giovani oggi sono poco impegnati politicamente?

Sono poco impegnati perché la politica oggi è poco interessante, il progetto politico è una struttura di servizio dell’economia, è poco attraente.

 

Nel suo ultimo libro "Il peso della farfalla" scrive: “Gli zoccoli del camoscio sono le quattro dita del violinista. Vanno alla cieca e non sbagliano millimetro. Schizzano su strapiombi, giocolieri in salita, acrobati in discesa, sono artisti da circo per la platea delle montagne”. Sembrano quasi versi di una poesia. Il ritmo delle frasi può trasformare in poesia un brano di prosa?

Credo di no, credo che la poesia sia un telegramma che concentra un pensiero, la prosa è prosa.

 

Può avere un ritmo…

Può avere un ritmo, ma la poesia per me è come andare a cavallo: gli zoccoli delle sillabe li detta la poesia e non il cavaliere, mentre invece la prosa è come andare a piedi. Io metto i piedi, gli accenti, proprio dove voglio, non c’è un medium come il cavallo.

 

Nel libro "Il peso della farfalla" si legge il suo grande amore per la montagna. Cosa ama di più quando scala una roccia?

Mi piace l’intelligenza del corpo che esegue il movimento nella maniera più giusta possibile, poi in montagna mi sento uno di passaggio più intensamente che altrove. Mi sento sempre uno di passaggio, ma lì quel posto mi dà una notizia ancora più certa che sono un ospite e poi semplicemente mi piace procurarmi una distanza. Immagino che ci siano degli alpinisti che quando salgono hanno un sentimento di avvicinarsi a qualcosa, per me è il contrario: io quando salgo so che mi sto allontanando da qualcosa, mi sto staccando da tutto il resto.

 

Nel romanzo "Il cacciatore" dà la caccia al re dei camosci e lui stesso per la sua grande abilità viene chiamato il re dei camosci. Sembra esserci una identificazione tra uomo e animale, anche se poi è l’animale a risparmiare l’uomo…

In montagna l’animale è residente e l’uomo è un intruso, non ci può essere pareggio fra quei due. C’è una superiorità schiacciante delle forze della natura che si rivela anche nella superiorità etica del camoscio sull’uomo.

 

Nel libro scrive: “In ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove”...

A me sembra che i solitari siano dei vicoli ciechi della specie, delle persone che sono spinte a starsene per conto loro e in genere finiscono male. Per esempio, c’è una quota fissa di giovani suicidi in tutte le società e quelli sono i solitari, quelli che non riescono ad attecchire, che non si sentono parte di nessun ambiente e di nessuna comunità. Quindi, tra i solitari la quota di spreco è alta, ogni tanto qualche solitario riporta indietro qualche buona notizia che può essere utile anche agli altri, così invece di uscirne sconfitto ne esce con una trovata.

 

Ama di più esprimere i suoi pensieri in poesia o in prosa?

Mi piace raccontare storie, quindi preferisco la prosa, però ogni tanto sento anche il desiderio di una specie di breve lettera, un telegramma, un pensiero.

 

Nel suo libro "Il contrario di uno" c’è il racconto intitolato “Gusto: un brodo di pollo”, dove racconta di un suo viaggio in Tanzania. Veramente aveva imparato, prima di partire, la lingua swahili per poter comunicare con le persone del posto?

Certamente, l’avevo studiata prima, sempre per quella faccenda che uno che ha studiato il greco e il latino poi riesce a imparare facilmente anche altri alfabeti, altre lingue. Avevo studiato in anticipo una grammatica di un missionario, e così sono andato che avevo già una buona infarinatura del swahili. Poi naturalmente sul posto l’ho praticato. Ero andato a fare un lavoro gratuito, da volontario. Montavo delle pale a vento per issare acqua dai pozzi. Stavo in un villaggio: io insomma dell’Africa ho visto solamente pochi centimetri e poi dopo un po’ di tempo mi sono ammalato di malaria e di ameba e mi hanno rimpatriato.

 

Lei scrive: “Due non è il doppio ma il contrario di uno, della sua solitudine. Due è alleanza…”. Sente spesso la mancanza di questa alleanza?

No, io sono uno che le mancanze le sente poco, anzi diciamo che sono privo di questo sentimento, mentre invece sento le presenze. Quando ci sono queste presenze me ne accorgo, e come! Sento la presenza del due, ma non la mancanza quando non c’è.

 

Qual è stato un incontro per lei molto importante?

Quello con un poeta di Sarajevo, che ho conosciuto durante l’andirivieni dei viaggi che facevo da volontario nella guerra di Bosnia. Siamo diventati amici, lui era nato nel 1930 poi è morto nel 2002. La sua poesia mi piaceva, ma mi piaceva lui proprio come persona, si chiama Izet Sarajlic.

 

Perché è stato un incontro importante?

Per motivi di coinvolgimento di vite, di sentimenti, di condivisioni.

 

C’è stato invece un incontro che le ha proprio cambiato la vita?

Sì, l’incontro con la mia generazione politica. Quando sono uscito di casa nel ’68 ero semplicemente uno che sbandava da solo, mi sono trovato intorno una generazione di insorti e di compagni di strada e allora quello sì che mi ha cambiato i connotati.

 

Quando ha cominciato a studiare l’ebraico antico?

Stavo imparando il swahili e anche il da farsi - cosa tecnicamente dovevo fare in quella spedizione in Africa - e c’era solo una Bibbia nei miei paraggi. Allora ho sfogliato quel libro per vizio e siccome mi è piaciuto, perché non era letteratura, era il contrario della letteratura, quando sono partito per l’Africa mi sono portato appresso anche la prima grammatica di ebraico antico.

 

In che senso era il contrario della letteratura?

La letteratura sempre si vuole strusciare vicino al lettore, vuole farlo diventare complice, partecipe della sua storia, farlo immedesimare, mentre invece quella scrittura sacra se ne infischiava di avere un lettore, raccontava una storia intransitiva, nella quale nessuno poteva identificarsi. Forse, stufo di libri di letteratura, di romanzi, di narrativa, avevo bisogno di un libro che mi pigliasse a calci.

 

Secondo lei come si può vincere in Italia la diffidenza verso il diverso, lo straniero?

Ma noi siamo abbastanza attrezzati, perché tutta la nostra storia è una storia di visite debite e indebite di stranieri, sia sotto forma di eserciti che sotto forma di profughi e noi stessi siamo stati profughi. Quindi siamo abbastanza attrezzati per storia e per abitudine al meticciato del mondo. Siamo meticci, siamo mediterranei e non ci possiamo inventare nessuna “limpieza de sangre”.

 

Nello spettacolo teatrale, tratto da un suo testo, Chisciotte e gli invincibili, in cui è presente in scena insieme a Gianmaria Testa e Gabriele Mirabassi, esalta la figura di Chisciotte, che non si lascia abbattere, scoraggiare, ricacciare indietro da nessuna sconfitta ed è sempre pronto a battersi di nuovo. Lei, nella sua vita, si è comportato un po’ come Chisciotte?

No, io in quello spettacolo racconto che assomiglio di più al cavallo di Chisciotte, Ronzinante, perché mi sono trovato nella vita appunto a essere come cavalcato da qualche buona causa, da qualche missione giusta che si è servita di me, abbastanza inadatto a quell’abbisogna. Ma si sa che le buone cause si servono spesso di personale inadatto. Il più grande profeta della storia sacra, Mosè, era balbuziente, quindi qualche Chisciotte di buona causa mi ha preso e mi ha portato con sé.

 

Nel suo libro "Il giorno prima della felicità" ci sono personaggi straordinari come per esempio Don Gaetano, che sapeva leggere i pensieri che passano al volo in testa alle persone. Lei si affeziona di solito ai suoi personaggi?

Io non faccio molta fatica a inventarli, approfitto molto delle persone della vita svolta. Me li ritrovo e ci sto insieme volentieri, ma non mi affeziono.

 

Cosa le piace di più della lingua napoletana, che spesso affiora nella sua scrittura: il ritmo, la cadenza, le espressioni colorite?

Mi piace che era la lingua che parlavo con mia madre. È la mia lingua materna e mi piace che sia svelta, efficace. Ma tutti i dialetti lo sono, è l’italiano che non riesce a essere così bravo.

 

A Ischia ha trascorso da ragazzo spesso l’estate, che rapporto ha oggi con quest’isola e il suo mare?

Ischia è stata la concessione della libertà provvisoria per tre mesi all’anno d’estate. Ho imparato la natura lì e anche la sua indifferenza. Anzi, posso dire pure che la natura imparata lì aveva una strafottenza meridionale nei confronti delle persone, del genere umano.

 

In che senso?

Non è il nostro giardino la natura, noi siamo degli abusivi.

 

Ha mai avuto voglia di fermare il tempo?

No e nemmeno di fare marcia indietro, di tornare in qualche stazione precedente.

 

In genere guarda di più al presente o al futuro?

Sono più uno del presente, il futuro per me è quello che mangio stasera.

 

Preferisce le ore del giorno o della notte?

Ah! La notte dormo io. Sono chiaramente diurno, anche se il mio diurno può coincidere col fatto che uno vada a dormire all’ora in cui mi sveglio.

 

Nell’introduzione di Non ora, non qui scrive: “Intorno alla mia stanza tra i campi, il vento si riempie di foglie di alberi piantati da me… Qui posso misurare il tempo in foglie, in rami che si fanno spazio in aria. Da qui gli anni sono alberi che spingono dal basso verso l’alto. Da qui il tempo ha radici di mimosa, di mandorlo, di pioppo… ”. Quando si vive a contatto con la natura il tempo ha un ritmo diverso?

Ha un rumore diverso, il rumore della legna che sta dentro il camino, del vento che si appoggia alle foglie…

 

Cosa si dovrebbe fare, secondo lei, per evitare la dilagante e continua rovina e distruzione dell’ambiente?

Non c’è più niente da fare. L’ambiente, che una volta in latino voleva dire quello che ci circonda, ambiens, invece è stato a sua volta circondato, non ce la fa più e darà segni di insofferenza. Ma quali non lo sappiamo.

 

Com’è il suo rapporto personale con il tempo? Riesce a gestirlo bene?

Non mi sono mai annoiato in vita mia.

 

C’è una frase, un’espressione oppure un proverbio napoletano che racchiuda la sua filosofia di vita?

Mi sono simpatici i proverbi napoletani ma non raccontano granché di me. C’è una frase nel libro del Talmud “Non ti è imposto di completare l’opera, ma non sei libero di sottrartene”, questa mi riguarda.