home >> l'Orologio >> archivio >> Sommario >> intervista |
|
Diverse
visioni del tempo
CRISTINA COMENCINI Cristina Comencini, sceneggiatrice, regista e scrittrice, ci parla dei suoi esordi, dell’amore infinito per il padre Luigi, delle difficoltà della creazione artistica e di come la sua vita corra con un ritmo frenetico. Perché lei il tempo non lo butta mai via e lo gestisce alla perfezione, lanciandosi sempre in nuovi e stimolanti progetti.
Vanta una carriera ricca di successi: Il più bel giorno della mia vita conquista il Nastro d’argento per la migliore sceneggiatura; La bestia nel cuore ha la nomination all’Oscar come miglior film straniero; il suo romanzo L’illusione del bene arriva nella cinquina finale dello Strega 2008 e presto sarà un film; Due partite, commedia da lei scritta e diretta, ha un grande riscontro di critica e di pubblico, come l’ultima sua commedia Est Ovest, interpretata da Rossella Falk. Eppure Cristina Comencini non la troverete mai in platea a una sua prima. Segue i suoi attori sempre e soltanto da dietro le quinte, e così non riesce neppure a vederlo lo spettacolo. Lo ascolta soltanto, per colpa di quella sua irrequietezza insopprimibile che non le permette di sedersi, di essere spettatrice. di Susanna Mancinotti
Che ricordi ha della Roma degli anni Sessanta, quando lei era una ragazzina? Abitavamo in via della Camilluccia. La casa aveva un enorme giardino e io passavo dal giardino di casa mia a quello di Villa Strohl Fern, dove era la mia scuola. Ero bambina, mi accompagnavano e mi venivano a riprendere, non an-davo molto in giro per Roma. Ricordo solo questi giardini, la scuola di danza ai Parioli, le feste nelle case. Negli anni Settanta invece, entrando nel movimento politico, ho scoperto veramente la città.
Che ne pensa del fatto che ai bambini sembra che il tempo scorra molto lentamente, mentre agli adulti accade il contrario? Penso che sia assolutamente vero, perché il senso della velocità del tempo da adulti lo dà questo senso della fine che ormai abbiamo dentro, anche se non ci pensiamo quasi mai. Per il bambino una fine non esiste. La scoperta della morte può essere anche precoce, però è un evento misterioso e tragico che riguarda gli altri. Dunque per il bambino il tempo è infinito, non passa mai…
Era una bambina estroversa oppure piuttosto chiusa? Apparentemente ero molto estroversa perché salivo sugli alberi, rovinavo tutti i vestiti, ero molto selvaggia, un maschiaccio. In realtà poi ero una solitaria: per esempio stavo a tavola con la mia famiglia, ma non vedevo l’ora di alzarmi e andarmene e mia madre mi lasciava andar via perché capiva. Stavo spesso sola con il cane lupo di papà che mi accompagnava nei giochi, per cui se devo pensare a me stessa, penso a una bambina frenetica, ma abbastanza chiusa nel suo mondo.
Come mai si è poi laureata in Economia e Commercio, quando in fondo la sua passione è stata sempre quella di scrivere? Perché in quegli anni in cui facevo politica l’economia contava molto, era uno specchio per capire la società. E noi volevamo capirla la società, volevamo trovare il bandolo della comprensione studiando la storia e l’economia. In realtà scelsi questa facoltà contro il volere di papà, perché lui mi diceva che dovevo fare Lettere. Ma io volevo essere una ribelle. Sinceramente avrei dovuto fare Lettere, comunque lo studio dell’economia mi ha dato molto.
Come ricorda i primi tempi del suo lavoro come sceneggiatrice insieme a Suso Cecchi D’amico? Suso è stata una donna straordinaria e io mi sento legata a lei profondamente. Mi ha dato fiducia ed è stata molto generosa con me. Mi ha insegnato la grande pazienza nel lavorare a una storia, si facevano e rifacevano le scalette, si parlava, si discuteva, mi ha insegnato a non mollare finché la storia non sembrasse perfetta. Io ho due maestri: Suso Cecchi per il cinema e Natalia Ginzburg per la letteratura. Mandai in anonimo Le pagine strappate alla Ginzburg e lei mi chiamò quarantotto ore dopo, me lo ricordo benissimo, e mi disse: “Guardi, io non so chi è lei, ma il romanzo è bello”. Per me fu proprio una cosa meravigliosa, un regalo della vita.
È stato difficile trovare la propria strada avendo un padre famoso e importante come Luigi Comencini? Per quanto riguarda la riuscita nel lavoro devo dire che ho sempre lavorato tantissimo e ho lavorato anche facendo la madre (quando ero all’università avevo già due figli). Ho scritto tanti copioni che non si sono mai realizzati fino a quello che poi ha avuto credito. La fatica è stata proprio quella di lavorare tanto, perché il lavoro da fare nell’attività creativa è veramente enorme, ma è stato più difficile trovare me stessa. Paradossalmente ho capito da pochi anni chi sono io e cosa voglio, riguardo al rapporto importantissimo tra personalità e lavoro.
Come mai? Sono andata in analisi. È stato molto importante per me. Credo che l’analisi, se fatta bene, sia una cosa straordinaria nella vita, perché ti apre tanti cassetti che tu tieni chiusi dentro, e, al contrario di quello che spesso si dice, non ti cambia assolutamente il rapporto con l’arte. È una banalità pensare che l’analisi tolga l’ispirazione, potenzia invece la parte, per così dire, di convivenza con te stessa: ti dà benessere, ti rende meno paurosa di essere libera, di fare le cose che tu veramente vuoi fare, fregandotene anche dell’esito (cosa nel mio mestiere alquanto importante).
Nel 1969 ha esordito nel cinema come attrice, diretta da suo padre in "Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano." Ricorda con divertimento quell’esperienza? La ricordo con un grande piacere. Io ero pazza di papà, questo è evidente. Avevo sedici anni e andai a Venezia a girare con lui. Ricordo il primo giorno di riprese… Era una cosa magica stare con mio padre in quella città e girare un film! Ho poi anche capito quanto lui fosse duro sul set, avevo un po’ paura di non essere all’altezza. Tuttavia quello che provavo era un sentimento di grande amore per mio padre e per il suo lavoro ed ero assolutamente felice di essere riuscita a farne parte.
Poi ha abbandonato l’idea di recitare. Sì perché non ero in grado. Forse facendo le scuole sarei riuscita a diventare anche un’attrice, ma non mi sentivo capace. C’era qualcosa dentro di me che non mi faceva abbandonare al ruolo.
Ricorda il suo primo giorno da regista sul set di Zoo? Me lo ricordo molto bene perché la sera prima andai da papà. Ero terrorizzata e gli feci una domanda tecnica. Lui mi disse: “Guarda io non ti dico assolutamente nulla, vai e cerca di capire da sola”. Il che mi lasciò in un’angoscia mortale. Poi andai sul set, dove c’era mia sorella Paola, che aveva fatto la scenografia del film. Mi avvicinai a lei e le dissi che avevo una paura terribile. “Ma dai! Smettila, vai a girare” - mi rispose. E allora mi sono buttata.
Quanti anni aveva? Meno di trenta.
Tra i periodi in cui si dedica alla scrittura di un suo libro a quelli più movimentati vissuti come regista su un set cinematografico o sulle tavole di un palcoscenico, quale preferisce? Prima di tutto metterei in cima la scrittura del libro, come felicità interiore. Per quanto riguarda le regie per il teatro o per il cinema, mi piace molto il lavoro con l’attore, quando l’attore è bravo, quando mi dà un’emozione e vedo che ha fatto bene, che ha seguito le mie indicazioni e mi ha dato anche di più di quello che immaginavo. È un momento meraviglioso. Mi angoscia invece rivedere quello che ho fatto.
Rivedere il film compiuto? Sì e anche lo spettacolo teatrale. A teatro proprio non riesco a sedermi in platea, seguo lo spettacolo sempre dalle quinte. Praticamente lo sento solo, come fosse un radiodramma.
Dal suo romanzo "La bestia nel cuore" ha poi tratto il film che ha avuto la nomination all’Oscar. Quando crea un personaggio di un suo libro, già lo immagina visivamente in un film? No, mai. Anche se i miei romanzi stanno diventando tutti film.
Mentre scrive un libro o una sceneggiatura i personaggi che crea la seguono durante la giornata anche quando non lavora? Sì, certo. Devo dire però che io scrivo molto seguendo i personaggi, quasi spinta da loro.
Come se quei personaggi non potessero comportarsi diversamente? Esatto, infatti se tu cerchi di fargli fare per forza qualcosa, poi ti accorgi che la pagina non è riuscita.
Si affeziona ai personaggi dei suoi libri? Mentre scrivo sì, moltissimo, poi curiosamente quando il libro è finito, è pubblicato ed è di tutti, meno. Come se i personaggi fossero veramente e intimamente legati a me solo quando li scrivo.
Taglia il cordone ombelicale. Proprio così, dopo mi sembrano anche lontani. Ogni tanto c’è gente che mi ripete dei nomi, mi ricorda delle cose che io ho invece dimenticato.
Ci sono attori con cui il regista entra più in sintonia che con altri. come ricorda il lavoro con Giovanna Mezzogiorno e Margherita Buy? Sono due attrici molto brave, Margherita Buy devo dire è come fosse mia sorella, dunque è imparagonabile a un’attrice, per altro bravissima, con cui mi sono trovata bene e con cui ho condiviso la bellissima esperienza della nomination all’Oscar con La bestia nel cuore. È stato tutto meraviglioso con Giovanna Mezzogiorno, però io Margherita la considero proprio una sorella.
Nel 2006 dirige la commedia Due partite, che segna il suo esordio nella scrittura e nella regia teatrale. Come si è trovata a lavorare in un’atmosfera più raccolta, a confronto di quella del set cinematografico? Benissimo, perché il teatro esalta ciò che io adoro: il lavoro con gli attori. Per quanto riguarda la scrittura, poi, si è liberi dalla costrizione dell’azione. Nel senso che a teatro vale di più ciò che accade tra le persone sul palcoscenico. Non è così essenziale che ci sia un’azione, magari c’è stata e poi se ne discute. Per cui ho trovato una grandissima libertà.
Perché poi ha preferito che fosse Enzo Monteleone a trarne un film e non lo ha fatto lei stessa? Perché avevo già fatto tre riprese dello spettacolo, due con lo stesso cast principale, e una con quattro nuove attrici, e l’idea del film non mi stimolava.
Nella sua ultima commedia Est Ovest parla di una realtà di oggi, di un’anziana signora che vive con la sua badante straniera. Quali riflessioni l’hanno portata a scrivere questo testo teatrale? È una commedia su una famiglia occidentale, in questo caso italiana, che rappresenta un po’ il nostro mondo che è stato ricco e si è impoverito. Emergerà alla fine una sorprendente e sostanziale similitudine fra Est e Ovest, che si rispecchiano e si affrontano.
L’idea dello scorrere del tempo, della vecchiaia, le dà fastidio? A tutti dà fastidio! Certo dispiace di non essere più carina come lo si era da giovane, è normale. Ogni tanto ci penso e mi sembra che la cosa importante sarebbe essere carine anche con l’età, cioè avere una grazia che è in relazione con l’età. Io vedo delle donne che hanno settanta, ottanta anni e sono bellissime, perché sono belle nella loro età.
In questo periodo ha in mente nuovi progetti? Sì, farò un film tratto dal mio libro L’illusione del bene.
Scriverà lei la sceneggiatura? No. Generalmente la sceneggiatura di un film, tratta da un mio romanzo, non la scrivo io, perché penso che soltanto nuovi scrittori possano trovare qualcosa di diverso, l’appiglio giusto per fare il film.
Qual è stato l’incontro che le ha cambiato la vita? Quello con mio marito. Sono trentacinque anni che siamo sposati e credo che sia un miracolo trovare un uomo con cui tu possa passare la vita e non annoiarti. Desiderare di stare insieme dopo tanti anni è meraviglioso.
Secondo lei il tempo inevitabilmente cambia il rapporto esistente in una coppia oppure è possibile che la passione resista al trascorrere degli anni? È possibilissimo che la passione resista, a patto però che si sia pronti a cambiare, a trasformare continuamente il rapporto, a rischiare nel condividere tutto, anche i lati oscuri. Nel mio ultimo romanzo Quando la notte si parla proprio di questo, della condivisione di certi momenti. Poco tempo fa a me e a mio marito è capitata una cosa incredibile: lui aveva fatto un sogno e quando io mi sono svegliata, senza saperlo, gli ho fatto una domanda che era in relazione al sogno.
Preferisce le ore del giorno o della notte? Assolutamente quelle del giorno. Non sono una nottambula, vado a letto molto presto e sono una gran dormigliona.
Mi sembra di capire che lei ami la vita con un ritmo piuttosto sostenuto. Diciamo che ho sempre condotto la vita come una matta, ma ora che sto meglio con me stessa, mi piace anche fermarmi, perché mi dà un grande benessere, anche se non ci riesco spesso e devo invece imparare a farlo.
Per cosa vorrebbe avere più tempo in genere? Principalmente per leggere e per ascoltare la musica, per avere questi momenti di solitudine.
Ha mai avuto voglia di fermare il tempo? Quando ero bambina facevo un gioco, immaginavo che tutte le persone stessero ferme per la strada e che io fossi l’unica a potermi muovere. Dunque fermavo il tempo per loro, ma non per me. Io potevo far loro degli scherzi, rubare qualcosa e fermarmi a guardarli.
Quando pensa che il tempo sia proprio buttato via? Forse guardando delle cose in televisione veramente cretine. Però anche quello ha il suo valore, perché poi non si può mica vivere la vita sempre impegnata, no? Non lo so quando si butta proprio via il tempo, forse perché per mia fortuna non mi è mai capitato.
Come vive personalmente il tempo dell’attesa, per esempio, della prima di un suo film? Malissimo, con angoscia. Ho sempre paura che il film non piaccia e poi ho la grande angoscia di doverlo vedere in sala.
Questo è per lei un buon periodo di vita? Sì, soprattutto perché stanno tutti bene. Valuto la salute fisica e psichica come la cosa più importante, per il resto lavoriamo e le esperienze sono tante.
Qual è il suo rapporto personale col tempo? Diciamo che il tempo io so organizzarlo anche troppo bene. Vorrei essere più inefficiente e ci sto provando in tutti i modi, perché sono molto, molto efficiente. Ed è faticoso! |
