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Diverse
visioni del tempo
MICHELE MIRABELLA Michele Mirabella, regista di prosa e di lirica, autore radiotelevisivo e teatrale, che conduce da tredici anni “Elisir”, seguitissimo programma di medicina e di divulgazione scientifica di Rai Tre, ci parla delle sue passioni, la lettura, la musica, i fiori bianchi e di quanto gli metta ansia all’imbrunire scoprire che le ore del giorno siano già finite.
Ha firmato per la radio e la televisione centinaia di ore di programmi di grande successo per i quali ha vinto premi di prestigio come la “Maschera d’argento”, il premio “Naxos”, il “Microfono d’argento” e i Telegatti, ha firmato la regia di oltre sessanta spettacoli teatrali e di numerose opere liriche, eppure ancora oggi Michele Mirabella, quando è a teatro per la prima di una rappresentazione di cui ha firmato la regia, vive quei minuti che precedono l’aprirsi del sipario con un senso di paura irrinunciabile. Forse perché è proprio questa la cifra di un vero uomo di spettacolo: un’emozione infinita. di Susanna Mancinotti
Da ragazzo ha cambiato spesso città con la sua famiglia al seguito di un padre ufficiale dell’esercito. È stato anche a Roma per alcuni anni, come ricorda la Roma di allora? Sono rimasto a Roma solo tre anni dal 1957 al 1959. Posso garantire che la Roma della fine degli anni Cinquanta era esattamente la Roma descritta da Fellini ne “La dolce vita”. Era una città felice - e si vedeva - chiassosa, ma non rumorosa, brulicante di vita e non di cupa ansia, era una città bellissima. Ricordo benissimo gli intellettuali seduti da Rosati, perché mio padre me li indicava dicendomi: “Quella è gente che ragiona”. E ricordo anche gli artisti di via Veneto. Si sentiva che Roma era una capitale importante.
Che tipo di adolescente era: introverso o estroverso? Ero piuttosto attento, curioso, di grande spirito di osservazione, ma non ero affatto estroverso, oltretutto le migrazioni continue dovute alla carriera di mio padre mi avevano fatto cambiare tante scuole, tanti gruppi di amici, quindi in un certo senso ero un po’ sgomento.
Dopo i tre anni passati a Roma dove vi siete trasferiti? Siamo tornati a Bari. Quando poi si trattò di ripartire, mia mamma esausta si rifiutò e così rimanemmo a Bari, dove io mi iscrissi all’Università e mi laureai.
È vero che scelse quasi per caso la Facoltà di Lettere e Filosofia, dopo essersi prima iscritto a Giurisprudenza? È vero, folgorato da una ragazza dalla treccia bionda la seguii a Lettere. Ma in realtà a me non piaceva per niente studiare giurisprudenza: non cercavo che un pretesto. Detestavo studiare legge, non me ne sentivo capace, non mi piaceva, ma d’altro canto non avevo avuto ancora l’intuizione che potesse essere una bella chance. La ebbi quando girellando per l’Università mi ritrovai alla facoltà di Lettere in pieno convegno su Machiavelli, dove parlavano personaggi del rango di Mario Sansone e Rosario Assunto, mica dei passanti, e rimasi letteralmente tramortito dalla gioia di capire che si poteva studiare senza annoiarsi e allora mi iscrissi immediatamente.
Come si è avvicinato da ragazzo al teatro? Lo volevo fare fin da bambino perché andavo sempre a teatro con i miei, che avevano l’abbonamento alla prosa e alla lirica. In casa facevo il teatro dei burattini, adunavo cugine e cugini, mio fratello, le sorelle, tutto il vicinato perché assistessero alle mie rappresentazioni.
Quando ha avuto il primo contatto professionale con il teatro? Fu con il teatro universitario, avevo circa diciannove anni.
In quel periodo il suo sogno era di diventare attore? No, regista. Ho sempre desiderato fare il regista e di questo me ne danno atto i miei compagni di scuola. Una volta allestimmo addirittura una sintesi de “I promessi sposi”, ancora ridono…
Ha recitato in “Ricomincio da tre”, che ricordi ha di Massimo Troisi? Massimo era un amico prima di tutto. Lui arruolò degli amici per fare “Ricomincio da tre”, anche perché non aveva soldi. Aveva molto genio e poco denaro e se io avessi accettato di avere una cointeressenza, dell’uno per cento, non dico tanto, sugli incassi del film, oggi sarei un uomo ricco. Massimo era l’attore puro, l’attore del fonema, l’attore del cachinno, l’attore della non parola, della pausa, della controscena, era l’attore vero.
Ha recitato anche con Alberto Sordi, come lo ricorda? Era la persona più divertente che abbia mai conosciuto, con un’allegria contagiosa, con un enorme amore per la vita. Un uomo generoso, altruista, straordinario, che ho avuto la fortuna di conoscere e che mi ha onorato della sua amicizia.
Ha intrapreso varie carriere, quella di attore, regista teatrale e di opere liriche, di autore e conduttore radiofonico e televisivo. In quale veste si trova meglio? Regista, di prosa o di lirica non importa.
Quale incontro le ha cambiato la vita? Forse nessuno. Perché io avevo idee, non dico chiare, ma testarde di sicuro. Forse l’incontro con mia figlia, la mia primogenita. Quando è nata è stato il momento più bello della mia vita. Quando Iddio mi ha presentato questa persona nuova, io volevo ringraziarlo con tutto il cuore, in lacrime, perché mia figlia rappresentava la continuità. Quando sono nate le mie due figlie, sono stati per me momenti bellissimi. Tutt’oggi mia figlia è la donna più spiritosa che conosca.
Margherita, la prima? Sì. E la seconda, Marta, è la seconda donna più spiritosa che conosca!
Ha scritto il libro “La più bella del villaggio”, taccuino di una televisione “Minima”, in cui raccoglie le lezioni tenute all’Università di Lecce dal 1998 al 2000, per il corso di sociologia della comunicazione. Come è cambiato secondo lei oggi il ruolo dei media? E domani avrà sempre più importanza? La televisione di cui stiamo parlando è morta da un pezzo. I media, se continueremo a chiamarli “media” avranno un ruolo, se li chiameremo invece “midia” soppianteranno ogni forma di cultura. Se diciamo “media” vorrà dire che capiamo che media è parola latina, e i media si integreranno con la cultura millenaria che abbiamo alle spalle e programmeranno la cultura millenaria che avremo davanti.
Quando dice che la televisione è ormai pericolosamente simile al ruscello dove Narciso, per la voglia di contemplare la propria immagine, finì per affogare, si riferisce ai reality e alla voglia di tutti, specialmente dei giovani, di apparire in televisione? Mi riferisco alla cattiva televisione che tenta di proporre specchi falsificatori, truffaldini, a chi guarda. Bisogna essere estranei allo specchio, non ci si deve entrare se no ci si suicida e infatti Narciso annichilisce. La televisione pretende che noi specchiamo lei, è qui l’errore, e non glielo dobbiamo permettere.
Attualmente insegna all’Università di Bari al corso di sociologia della comunicazione. Come trova i suoi giovani studenti, con le idee chiare o piuttosto confuse? Le idee sono confuse perché la loro preparazione è opaca, purtroppo, le loro conoscenze di base sono francamente scarse e quindi il loro ingegno, che è vivacissimo, ha in mano degli strumenti molto rudimentali.
Che momenti sta passando la lingua italiana? La vede sempre più bistrattata? Eh, certo! Il fatto è che ci sono dei registri linguistici. Uno può usare il registro linguistico che più gli piace, che più gli conviene, che trova più opportuno, ma ne deve avere coscienza e non deve balbettare sciocchezze sulla base di un’eco. Si può anche parlare in maniera vernacolare, gergale, colorita, folcloristica o sciatta, ma lo si deve sapere. È la mancanza di consapevolezza dell’uso, che fa della lingua qualcosa di povero e di scadente.
“Elisir”, la cui prima edizione risale al 1996, è un programma che presenta con grande partecipazione. Quali soddisfazioni le ha dato? Il pubblico è diventato sempre più esperto, più bravo. C’è nei telespettatori una maggiore coscienza e cultura in ordine al rapporto con la scienza, la curiosità ipocondriaca è diventata curiosità nosologica, voglia di sapere e io sono molto contento di questo.
Quale scoperta scientifica, di cui ha parlato a “Elisir”, l’ha più colpita in questi anni? Le cellule staminali, senza dubbio. Sono una cosa straordinaria.
Come ha vissuto il giorno in cui le è stata conferita la Laurea ad honorem in Farmacia all’Università di Ferrara? Mi sono commosso, ma mi veniva anche un po’ da ridere teneramente, perché rivedevo e risentivo mia madre, che non aveva potuto essere con me quel giorno perché non stava bene, che tante volte mi aveva detto: “E prenditelo questo pezzo di carta!”. Adesso gliene potevo addirittura dare due, anzi tre, grazie alla laurea ad honorem che vale il doppio. Come si fa a non commuoversi…
Dicono che si possa vivere fino a centoventi anni. Che ne pensa di una vita così lunga, le fa impressione? Vorrei avere qualcosa da leggere.
Crede alla differenza tra età anagrafica ed età biologica? Non c’è dubbio.
Che ne pensa della chirurgia plastica usata, specialmente nel mondo dello spettacolo, al fine di sembrare più giovani? Ma se uno sta meglio perché negarglielo? Scusi, uno perché si mette i denti nuovi? I denti sì e il resto no? Ma se non si esagera va bene. Quando si sta meglio con se stessi, si sta meglio anche con gli altri. Perciò, facciamolo fare.
La sua indiscutibile ironia col passare del tempo è aumentata nei confronti della vita di tutti i giorni? Ma certo! L’ironia è una dote “in progress” perché è frutto della constatazione del reale, del presente, dell’esperienza. Ma scherziamo! è una bellissima cosa e guai a perderla.
Lei ama moltissimo la musica ed è anche nel Consiglio di Amministrazione del teatro Petruzzelli di Bari. Pensa che l’opera lirica riuscirà a mantenere il suo successo anche nel futuro? Sì, ma soltanto se sapremo razionalizzare bene le spese e gli investimenti. Vuole una realtà esemplare? L’Auditorium Parco della Musica di Roma, che riesce addirittura ad andare a utili.
Le piace di più fare la regia di uno spettacolo teatrale oppure di un’opera lirica? È uguale. In questi ultimi anni però la lirica mi sta appassionando moltissimo. Se sai capire la musica ti rendi conto che tutte le movenze psicologiche e concettuali sono già contenute nel pentagramma. Bisogna solo saper raccontare. Se sai raccontare, allora è una grande libidine quando si apre il sipario e puoi dire “quello l’ho fatto io”.
Come vive i minuti prima del debutto di uno spettacolo di cui ha curato la regia? Con una sensazione di terrore, ma al tempo stesso se mi offrissero la possibilità di scappare direi di no. È meravigliosa l’attesa della prima, ed è cocente il piacere dell’applauso, è qualcosa che non si ripaga con niente ed è anche molto più cocente il fischio o il dissenso, perché si soffre davvero. Mi creda, si soffre.
Lei, che è stato autore e conduttore anche di molti programmi radiofonici oltre che televisivi, preferisce la radio o la televisione? Fare la televisione come la faccio io mi piace, ma devo dire che sono contento quando ho la possibilità di fare sia televisione che radio perché mi piacciono tutti e due i mezzi. Certamente la radio offre delle possibilità infinitamente più interessanti della televisione perché è straordinaria per l’evocazione, la fantasia, la creatività, la pulviscolare disponibilità semantica che permette.
In genere preferisce di più le ore del giorno o della notte? Le prime ore del giorno sono bellissime, straordinarie, si può riflettere. Puoi avere tanto tempo davanti.
Si sveglia presto? Sì, per abitudine. Sono militare in questo.
Ogni tanto le capita di fare dei bilanci? Tutti i minuti. In realtà non sono più bilanci, non me ne frega più niente grazie a Dio, perché l’età consente una certa sobria serenità. Sono più che altro forme di archiviazione: arricchisco l’archivio.
Lei è più proiettato verso il passato o verso il futuro? Totalmente verso il passato, il futuro non mi può incuriosire, non mi appartiene.
Quando il tempo le sembra proprio buttato via? Quando fa tardi l’aereo oppure il treno. Quello è proprio tempo rubato, è un sequestro del tempo che ti fanno. E se ci fa caso, quando ti dicono che l’aereo tarderà ancora quaranta minuti, neanche leggi perché non ne hai voglia, non fai niente, stai soltanto lì a borbottare perché ti stanno derubando.
Ha un hobby? Sì, mi piace curare le piante, quelle con i fiori bianchi. Ho un arbusto, che ho ereditato da mio nonno, che fiorisce tutta l’estate. I suoi fiori, le turcamelie, sono bellissimi e profumatissimi, rigorosamente bianchi, a corolla.
Ama gli animali? Certo! Mia figlia Margherita aveva un labrador, che ora purtroppo non c’è più, e io spesso le facevo il favore di tenerlo. Mi piaceva molto tenere il cane. A dire il vero mi piacerebbe tanto avere cani, gatti, ma non posso. Sono solo, non saprei come curarli, gli animali hanno bisogno di te come te di loro, non puoi trascurarli.
Attualmente sta vivendo un buon periodo di vita? Sì, perché no! E poi io detesto le autocommiserazioni. Se mi sento utile a qualcosa o a qualcuno, se qualcuno può dire “Meno male che c’è Michele”, io sono contento. Credo che le mie figlie possano dire a buon diritto “Meno male che c’è papà”. Quindi sono contento. Se stanno bene loro, sto benissimo anch’io. Mi concedo pochi lussi, conduco vita ritirata, studio moltissimo. L’unico mio piacere è stare con gli amici a cena, quello è l’unico mio svago.
Com’è il suo rapporto personale con il tempo? Mi piacerebbe averne tanto di più. Quando arriva l’imbrunire mi rammarico sempre di non avere fatto una cosa o un’altra. Mi mette ansia che corra così. |
