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Diverse
visioni del tempo
CARLA FRACCI Carla Fracci, una tra le più grandi ballerine del Ventesimo Secolo, osannata in tutti i teatri del mondo, da Londra a Parigi, da New York a Chicago, ci parla della sua vita, del suo percorso artistico e della fortuna di aver vissuto il periodo d’oro del balletto.
La chiamavano “la tranvierina”. Il soprannome le era stato dato da Ghiringhelli, sovrintendente del Teatro alla Scala, perché il padre era tranviere e spesso la accompagnava a scuola indossando la divisa. Era il 1946, Carla Fracci aveva nove anni ed era appena entrata alla Scuola di Ballo della Scala. Alcuni anni dopo Clive Barnes l’avrebbe definita sul New York Times “La Duse della danza”. di Susanna Mancinotti
Cosa ricorda della Milano di quando era bambina? Mi vengono in mente la mia scuola elementare e i bei prati che c’erano intorno. Ogni tanto marinavo la scuola perché venendo dalla campagna sentivo proprio il bisogno della natura, del verde, della libertà e preferivo andare nei campi a raccogliere i fiori.
Quanti anni aveva quando è andata con i suoi genitori a vivere a Milano? Sette anni. Prima abbiamo vissuto in campagna, vicino Mantova, per cui non abbiamo sentito tanto la guerra. Quando siamo andati a Milano i miei genitori erano poco più che ventenni e ricordo che amavano molto ballare i balli da sala. Noi abitavano presso una mia zia, in via Tallone. In quella strada c’era un locale dove ci si ritrovava per ballare, i miei ci andavano e mi portavano con loro. Io ero un po’ l’attrazione del posto perché si fermavano tutti a vedere questa bambina che ballava il tango e il valzer con gli adulti. Ballavo con papà e con i suoi amici.
Da bambina era molto vivace, estroversa? Sì e mi piaceva molto giocare, infatti era sempre la mamma che mi doveva chiamare per farmi rientrare in casa. Allora abitavamo in una casa popolare e io stavo sempre a giocare con gli altri bambini nel cortile.
A nove anni partecipò agli esami per entrare alla Scuola di Ballo della Scala, ricorda ancora cosa accadde quel giorno? Sì, me lo ricordo molto bene. Per puro caso andai alla Scuola di Ballo, infatti fu una signora, amica dei miei, figlia di un orchestrale della Scala, a consigliare ai miei genitori di farmi fare l’esame. Allora la scuola era gratuita, ora invece è a pagamento ed è molto diversa perché è situata in un edificio distante dal teatro. Quando ero bambina, invece, era proprio all’interno del teatro e c’era un’atmosfera bellissima. Noi allieve studiavamo lì, mangiavamo lì, stavamo sempre in teatro, ricordo che ci portavamo la “schiscèta”, si dice così in milanese, un contenitore di metallo simile a quello che avevano i militari, che manteneva caldo il cibo. Il giorno dell’esame noi bambini eravamo rimasti divisi in tre gruppi distinti. Io avevo capito che in un gruppo c’erano i bambini scelti e in un altro quelli “in forse” e io ero nel gruppo degli incerti. Nella sala da ballo, dove eravamo riuniti, c’erano vari insegnanti, il dott. Ghiringhelli e la direttrice del Ballo, che a un certo punto, passandomi accanto, disse che ero piccolina, gracilina, ma che avevo un bel faccino… E così fui accettata.
L’orologio come scandiva la sua giornata di giovanissima allieva della Scuola di Ballo? I primi anni sono stati molto duri, io non sapevo cosa fosse il teatro, la danza classica, pensavo di andare a ballare il valzer, il tango. All’inizio mi sembrava di essere un po’ una prigioniera, si studiava ore e ore. Non è così facile stare ogni giorno alla sbarra a esercitarsi, a migliorarsi. Noi piccole allieve eravamo scelte per i balletti e anche per le opere liriche. La mia prima apparizione in palcoscenico fu tra i cantori nella “Bohème”.
A undici anni interpretò il “paggio con mandolino” ne “La bella Addormentata” di Ciaikovski, e rimase colpita da Margot Fonteyn. Sì, eravamo noi, piccole allieve della Scuola di Ballo, a fare i paggetti e ad accogliere, ai piedi della scala, Aurora, che era interpretata da Margot Fonteyn. Rimasi incantata dalla Fonteyn e da allora non pensai ad altro che a diventare come lei. Mi misi a studiare sodo perché volevo essere come Margot Fonteyn.
Con la Fonteyn si instaurò in seguito un’amicizia? Sì, con gli anni. La Fonteyn mi considerava quasi una figlia e mi regalò anche un suo tutù da prova de “La bella addormentata”.
Cosa significò per lei, nel 1955, il “passo d’addio”, l’addio alla scuola per passare al ruolo di professionista? Fu un momento molto importante, anche perché la mia insegnante mi fece interpretare con Mario Pistoni, primo ballerino della Scala, “Lo spettro della rosa” di Weber e inoltre capitò una circostanza fortunata.
Quale? Allora il “passo d’addio” era legato a un’opera lirica, ora non accade più purtroppo. Era molto bello perché le licenziande erano in questo modo presentate al grande pubblico. Nel mio caso accadde che l’opera che precedeva il “passo d’addio” fosse “La sonnambula” interpretata da Maria Callas, con la regia di Luchino Visconti, e moltissime tra le persone più importanti del mondo dello spettacolo quella sera erano in teatro. Così ebbi la fortuna di essere notata da un pubblico scelto.
Fu in quell’occasione che conobbe Beppe Menegatti, che sarebbe in seguito diventato suo marito. Beppe allora era assistente di Visconti. La mia è una storia che sembra una favola e forse di storie così ce ne saranno poche altre, perché io ho avuto la fortuna di vivere nel periodo d’oro della lirica e del balletto. Era quello un mondo scaligero incredibile.
Fu per lei importante l’incontro che ebbe con Anton Dolin? Sì, fu lui a scegliermi per il famoso Passo a quattro che si fece al Festival di Nervi e fu lui a dirmi che sarei stata una grande “Giselle”.
Un momento magico che ricorda? Fu a New York, proprio con “Giselle”, che ballai con il grande Erik Bruhn.
È vero che Paola Borboni non voleva che lei si sposasse? È vero, poi però quando è nato Francesco fu molto carina con me. Il fatto è che una volta si aveva l’idea della ballerina vestale. Ora invece ho un figlio meraviglioso, due bei nipotini e sono felice.
È stato difficile conciliare la famiglia con il lavoro? Ho sempre portato mio figlio con me, insieme a una tata meravigliosa, in tutto il mondo, per cui non è stato così difficile. A sette mesi il mio bambino era già con me a New York.
Lei è stata una pioniera del decentramento. Anche quando era impegnata sulle scene più importanti del mondo è sempre tornata in Italia per esibirsi nei posti più dimenticati e impensabili. Ha portato la poesia del balletto anche nei tendoni, nelle chiese e nelle piazze. Cosa le ha dato questa esperienza? Io avevo il successo in tutto il mondo. Da noi, invece, il balletto era un po’ accantonato. Portare quest’arte nei centri meno importanti sembrava che non spettasse a una prima ballerina della Scala così nota, ma per me è stata invece un’esperienza molto bella e molto emozionante, anche se faticosa. D’altra parte l’impegno è sempre stato lo stesso, perché non ci si risparmia né nel grande teatro né nel piccolo. È stato un percorso che ho voluto fare molto seriamente. A volte mi dicevano che non era necessario che portassi con me tutto un corpo di ballo per fare “Giselle” e che avrei potuto magari esibirmi con quattro ballerini soltanto, invece io ho voluto portare anche nei centri più piccoli il vero repertorio con i titoli di “Giselle”, “Coppelia”, “La bella addormentata”…
Con il tempo ci si stanca di interpretare sempre gli stessi personaggi? Io ho sempre amato sperimentarmi anche in ruoli diversi, ma per quanto riguarda i balletti di repertorio non è che ogni sera ci si metta una maschera e si vada in scena. Ogni volta si cerca di trovare un’emozione diversa, per crescere, per non rendere stereotipato il personaggio. E poi il pubblico sente quando una ballerina sul palcoscenico dà tutta se stessa e ogni sera quindi è come un esame, ci si mette sempre in discussione.
Di Nureyev come uomo e come artista che ricordo ha? Era molto esigente, molto competitivo, ti metteva alla prova, era certamente un personaggio difficile, per cui una volta mi sono trovata a dovergli dire “tu sei un professionista e io altrettanto”. Nureyev amava molto fare dei giochetti, nel senso che in scena non era mai a disposizione della partner. Se tu non avevi una tua forza fisica, proprio non potevi lavorare con lui perché gli piaceva metterti in difficoltà. Faceva così con tutte, per cui ballando dovevi stare molto attenta ed essere forte sulle tue gambe e non appoggiarti mai troppo a lui. Comunque, una volta chiarite le cose, sono stata anche molto legata a lui.
C’è stato un momento nella sua vita in cui avrebbe voluto fermare il tempo? No.
È stata sempre molto determinata nei suoi propositi? Assolutamente sì. Col passare degli anni si prende naturalmente coscienza di tante cose che forse da giovani non si intuiscono, però la determinazione e la serietà sul lavoro da sempre mi hanno mandato avanti e mi hanno portato a fare nuove esperienze.
Il tempo che passa può non fermare una ballerina e lei ne è la più bella prova, ma per poter continuare a ballare qual è il segreto? Non interpreto certamente “Giselle”, però ci sono dei ruoli adatti a me. Non c’è un segreto, la mia vita è sempre stata così, per cui non è che mi pesi quello che faccio: io mi alzo e vado a studiare e poi a lavorare con i ragazzi della compagnia.
Quante ore al giorno si lavora di solito? Un’ora e mezza di base, poi ci sono tutte le prove con la compagnia e c’è il lavoro con i coreografi. Tengo d’occhio anche i danzatori, che rappresentano il futuro, perché stiano attenti allo stile. L’attenzione sul fattore tecnico-stilistico si va purtroppo perdendo ed è invece fondamentale.
Nel 2002 lanciò una vera e propria sfida a se stessa interpretando Amleto al Teatro dell’Opera di Roma in un balletto ispirato al dramma di Shakespeare. Come ricorda quella esperienza? La entusiasmò? Molto, lo spettacolo era un omaggio a Dame Judith Anderson che a settant’anni interpretò la parte di Amleto. Si apriva il sipario e io, vestita con un abito rosso, iniziavo a ballare per poi trasformarmi in Amleto. I ballerini durante lo spettacolo interpretavano gli altri personaggi della tragedia sostenendo anche i ruoli femminili secondo la tradizione del teatro elisabettiano.
Come vive il tempo dell’attesa? In quei minuti prima di entrare in scena prova sempre una grande emozione? Sempre, quella non passa mai. Sussiste anche una certa tensione ed è normale, perché ogni volta c’è anche il desiderio di cercare di migliorare il proprio ruolo, di trovare altre sfaccettature che magari durante le prove non si erano intuite. A volte poi accade inspiegabilmente di sentire la musica in un modo diverso. La musica allora ti trascina e ti coinvolge in maniera differente e ti dà un’ispirazione nuova.
È vero che, presa dalla danza, non si accorse che un ago da cucito le si era infilato in un braccio? Sì ed è ancora lì. Quando feci una radiografia per la cervicale il medico mi disse che avevo qualcosa di metallo. Ricordo il balletto durante il quale mi deve essere accaduto il fatto, ma sinceramente non mi ricordo di aver sentito nulla, c’era nel balletto un passo a due così travolgente… A volte capita che per la fretta alla sarta scappi un ago e così l’ago si è poi infilato nel mio braccio.
Qual è stato l’incontro che le ha cambiato la vita? La mia vita è cambiata quando ho incontrato mio marito. Perché lui, essendo un uomo di teatro, un maestro, mi ha aiutato e consigliato su tante cose.
Di cosa ha bisogno, secondo lei, il balletto classico per sopravvivere nel nostro Paese, in un periodo come questo, in cui cultura, arte e spettacolo sono sempre meno sostenuti? Ha bisogno di tutto ed è una lotta continua, eppure la danza fa parte della cultura: è un’arte, esiste da secoli, già balliamo nel ventre della madre, è una cosa così naturale. Ci dovrebbe essere un giusto riconoscimento per chi ha lavorato per tanti anni concedendogli una pensione dignitosa e nello stesso tempo favorendo il ricambio generazionale. In Francia i ballerini vanno in pensione a quarantadue anni e non a cinquantadue come qui da noi. Se in Italia un ballerino si ritirasse a quarantadue anni avrebbe di pensione un’elemosina!
In genere ama di più vivere le ore della mattina o quelle della notte? Le ore tranquille della notte mi piacciono. Se vado a letto presto per esempio amo riflettere, pensare fra me e me, cosa che magari di giorno mi è impossibile con i tanti impegni che ho.
Vorrebbe avere sempre un po’ più di tempo libero o riesce a ritagliarsi dei momenti per lei? Ci sono dei periodi in cui ho tanto lavoro e altri più tranquilli. Ho dei nipotini che sono meravigliosi, che desidero godermi e sto spesso con loro. Certamente ho anche dei momenti in cui il tempo è tiranno e non posso permettermi di distogliermi dal lavoro.
Quindi il suo rapporto personale con il tempo in genere è buono? Adesso sì. Quando viaggiavo molto per i miei impegni all’estero, invece, era tutto molto più difficile. Ora ho un ruolo diverso, prima ero molto più impegnata, anche se devo dire che certe volte sono in teatro dalla mattina alla sera, specie quando ci sono i debutti dei balletti. Abbiamo presentato anche tredici titoli in quindici giorni e in teatro c’era tutto un via vai di coreografi e un susseguirsi di prove.
Lei è più proiettata verso il futuro o verso il passato? Il passato è passato, non si può vivere pensando al passato. Ci sono naturalmente dei bei ricordi che mi accompagnano e mi fa tenerezza pensare alle persone che ho incontrato, alle persone che mi hanno insegnato, che mi hanno ispirato. Il mio è stato un percorso di vita fortunato, oggi vivo con altri interessi, ma ho avuto la possibilità di conoscere tante persone belle e importanti, dei grandi artisti e mi piace riconoscere che ho avuto molto da loro. |
