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Diverse visioni del tempo

KABIR BEDI

“… In quella stanza così stranamente arredata un uomo sta seduto su una poltrona zoppicante: è di statura alta, slanciata, dalla muscolatura potente, dai lineamenti energici, maschi, fieri, e d’una bellezza strana…” (Emilio Salgari)

In Italia Sandokan e Kabir Bedi sono una persona sola: nel 1975 l’attore indiano ha dato il volto all’eroe di Emilio Salgari, in uno sceneggiato che ha raggiunto ascolti record e segnato l’immaginario di un’intera generazione. Ma Kabir ha una lunga storia davanti ai riflettori: ha recitato in più di sessanta film di Bollywood, è stato il nemico di James Bond in “Octopussy”, ha lavorato in “General Hospital”, “Dinasty”, “Magnum P.I.”, “Beautiful”; in Italia, recentemente, ha recitato in “A/R andata+ritorno”, di Marco Ponti, nelle serie “Vivere” e “Un medico in famiglia”, e ha partecipato alla seconda edizione del reality show “L’isola dei famosi”. Lo abbiamo incontrato al Taj Mahal di Mumbai per parlare di Sandokan, cinema, religione, India e, ovviamente, di “tempo”; tra uno spiedino di gamberi, un antipasto indiano e un succo di frutta fresca.

testo e foto di Flavia Farina

 

 

Ha cominciato a fare l’attore per caso, o per scelta?

Non è stata una decisione ragionata, semplicemente è successo. Volevo fare cinema, mi piaceva recitare in teatro, alcuni produttori mi hanno offerto di fare l’attore e ho pensato che fosse un buon modo per entrare nell’industria cinematografica. Avevo intenzione di fare altre cose, invece… sono rimasto attore. Adesso, finalmente, mi sto preparando a dirigere i miei film.

 

In Europa è conosciuto soprattutto per il ruolo di Sandokan; cosa ricorda di quel periodo? Le è mai pesato il rapporto con la tigre della Malesia?

Quel periodo non è mai finito, nonostante abbia fatto molti altri film. In un certo senso è stata una limitazione: sono stato talmente identificato con questo personaggio che molti produttori italiani non sono riusciti ad andare oltre e immaginarmi in ruoli diversi; per fortuna ho avuto la possibilità di fare molte altre cose in altri Paesi. Ma da un altro punto di vista è stato l’onore più grande che potessi avere: mi ha dato moltissimo, è stato un benvenuto straordinario nel mondo dello spettacolo.

 

È diverso essere una star in India, Europa e America? Ha un rapporto diverso, con i tre continenti?

La mia storia di attore è stata strana: ho lavorato molto qui in India ma la maggior parte della mia carriera è stata all’estero: film italiani, americani, e ruoli molto diversi a seconda dei Paesi. Così gli Americani mi conoscono per James Bond e Beautiful e mi associano soprattutto a ruoli di “cattivo”, l’Europa mi vede come Sandokan e come parte del “romantico Oriente”, gli Italiani mi conoscono anche per “Un medico in famiglia” e per “L’isola dei famosi”. Gli Indiani, invece, mi hanno visto soprattutto nei film di Bollywood; in India sono stato eroe romantico, “cattivo”, e tutte le possibili sfumature tra l’uno e l’altro; è una strana dicotomia, nei diversi luoghi del mondo. Il mio rapporto con l’India, oltretutto, è soprattutto cinematografico, mentre quello con Europa e America è in gran parte televisivo.

 

Che differenze ci sono tra i diversi tipi di cinema? Bollywood, Hollywood, il cinema italiano…

Hollywood lo conoscono tutti: il cinema di tutto il mondo è basato sul modello americano, sul desiderio di fare film enormemente popolari che funzionano in ogni Paese. In Europa il cinema è molto più sofisticato: ci sono ottimi registi, si fanno film più piccoli e meno costosi, si esplorano soggetti che non hanno come unico scopo quello di finire in cima alle classifiche, e non devono per forza fare centinaia di migliaia di dollari al botteghino. Bollywood, infine, è unico nell’uso delle canzoni: il cinema indiano è una grande esperienza musicale, la musica è parte integrante di tutto il film. Uno dei fattori che rappresenta un mio limite, in India, è il fatto che non sono mai stato visto come un attore ballerino: posso fare solo un ruolo serio o drammatico.

 

Sono più di trent’anni che lavora nel settore: il cinema è cambiato?

È cambiata la tecnologia, sono cambiate le tecniche; ma la sua ragione essenziale rimane sempre la stessa: quella di raccontare storie.

 

Quanto è diversa la vita a Mumbai, rispetto a quella delle altre città in cui ha vissuto?

Mumbai è una mega-city, enorme, di 18 milioni di abitanti. È il cuore commerciale dell’India ma è una città molto dura, dove tutto è difficile: girare la città, affrontare il clima, trovare lavoro. Alcune zone sono molto belle - questa parte sud per esempio ha un certo fascino - ma la maggior parte della città è molto brutta. Roma e Londra sono due città belle e ricche di storia, che hanno sviluppato un carattere moderno conservando quello antico. Los Angeles invece è completamente moderna, senza senso della storia e senza memoria. Non ha nessun fascino ma è una città molto funzionale: le strade sono larghe, è facile spostarsi, il clima è sempre fantastico ed è la capitale mondiale del cinema di lingua inglese. È una città in cui si vive molto bene.

 

L’India, rispetto all’occidente, vive il tempo in modo diverso?

Effettivamente sì: la mente occidentale ha un concetto del tempo, e di conseguenza un modo di guardare il mondo, lineare; ogni cosa viene vista in modo sequenziale: c’è il “prima” che è seguito dal “poi”. Noi Indiani abbiamo grandi astronomi che hanno costruito meridiane e strumenti sorprendenti; il tempo è parte del pensiero indu, ma ieri, domani e oggi sono contenuti nello stesso istante. Il tempo non è mai visto come “sono venuto da”, e “vado a”, contiene sia il passato che il futuro, e gli Indiani vivono come in uno spazio, una sorta di scatola, pensando all’universo; la spiegazione è semplice: nella lingua indiana la parola per dire ieri e per dire domani è la stessa. Kal è ieri, e Kal è domani. Per capire se si parla del Kal che è andato o del Kal che verrà, ci si affida al contesto. In effetti in India non ci preoccupiamo del tempo: è normale arrivare venti, trenta minuti in ritardo, ed è molto raro che qualcuno chieda scusa. Lo scorso sabato siamo andati a un concerto e c’era gente che si è seduta un quarto d’ora, mezz’ora dopo l’ora ufficiale. In un certo senso è un modo salutare di affrontare il mondo: in fondo che fretta c’è? Avere fretta ti rende più ricco? Più interessante? Più sexy?

 

Qual è il suo rapporto personale con il tempo?

Ho un concetto del tempo molto indiano: “Perché avere fretta? Ogni cosa si mette a posto”; ma, per mia natura, sono molto puntuale. Recentemente, ho cominciato a pensarci di più. Quando ho superato i sessanta, ho realizzato che non ho a disposizione un tempo illimitato, che in realtà non ne rimane moltissimo, che è meglio che faccia le cose che voglio fare prima di arrivare alla fine. È come se avessi cominciato a rendermi conto della mia mortalità, e così il tempo ha cominciato ad avere importanza. Ma non è una cosa negativa… è come un senso di urgenza che ti dà forza.

 

Le piacerebbe poter tornare indietro nel tempo? Ci sono persone che vorrebbe incontrare, alle quali farebbe volentieri qualche domanda?

Mi piacerebbe molto. Vorrei incontrare i grandi leader religiosi, i filosofi, i pensatori del passato. Vorrei incontrare Buddha, Cristo, il profeta Maometto e Osho. Mi piacerebbe incontrare di nuovo J. Krishnamurthy. E, ovviamente, sarei felice di incontrare di nuovo i miei genitori e mio figlio Siddharth.

 

Per quale ragione ha deciso di partecipare a “L’Isola dei famosi”?

Perché facendo l’attore ho imparato che se dai per scontata la memoria del pubblico le cose cambiano; la gente va avanti e le persone sviluppano altri miti, altri eroi, altre star. È anche una questione di reinventarsi. La prima ragione è stata far sì che le persone mi vedessero di nuovo nel loro salotto, davanti alla tv, e dicessero: “Ah, quello è Kabir Bedi!”. In secondo luogo volevo farmi conoscere da una generazione completamente nuova, che poteva non aver conosciuto Sandokan. Ma, fondamentalmente, l’ho fatto per mostrare al pubblico quello che sono: conoscono Sandokan, ma non sanno chi io sia veramente, non mi vedono vivere la mia vita, andare in giro, leggere, dormire. Era un’opportunità, anche se in una situazione molto strana: ho pensato che potesse essere una cosa interessante sia per loro, che per me, e così è stato. Non mi importa di aver vinto o meno, sono stato felice di essere stato il numero due: il mio obiettivo, la ragione per cui ho partecipato allo show, è stato raggiunto.

 

Il tempo, sull’Isola, era molto diverso rispetto alla “vita reale”?

Eccome! Sull’Isola, che tu sia il Presidente degli Stati Uniti, la Regina di Inghilterra o un disoccupato, vivi comunque ventiquattro ore al giorno e devi riempire quel tempo con qualche cosa. Lo puoi riempire con delle attività, puoi uscire, fare un bagno nel mare, lavare gli abiti, cercare da mangiare, o discutere della dinamica del gruppo, accendere e mantenere il fuoco; è nella natura degli esseri umani, le persone non possono stare sedute senza fare niente: devono crearsi delle attività per dare un senso alla propria vita. Ti rendi conto che hai bisogno di una tua struttura temporale, e se non hai un orologio seguirai i ritmi della natura: mattina, notte, pomeriggio, sera.

 

In che fase della sua carriera si trova?

Sono giunto al momento in cui devo usare la mia conoscenza invece del mio corpo. Ho accumulato esperienza per una vita e non vedo l’ora di utilizzarla: fare film, scrivere della mia vita, parlare con i ragazzi nei college e dare loro una mano per capire il percorso da seguire; voglio condividere la mia esperienza con tutti coloro che la possono trovare utile e lasciare che tutti possano utilizzare le parti che preferiscono. Posso anche consigliare loro cosa non fare.

 

Qual è la sua più grande paura, e quale il suo più grande desiderio?

La mia più grande paura è la malattia: sentire il mio corpo che non va bene. Il mio maggiore desiderio è avere una casa mia a Nuova Delhi, la città dove ho cominciato, dove sono cresciuto.

 

Suo padre era di religione sikh, sua madre, inglese, è diventata buddista; lei ha studiato in diverse scuole: cristiana, indu, musulmana. In cosa crede?

Quello in cui credo è in un altro libro. Sono stato profondamente influenzato sia dal sikhismo che dal buddismo, perché fanno parte delle mie radici; ma non credo in nessuna religione organizzata, anche se le rispetto tutte. Ho costruito il mio credo personale, e vivo secondo esso.

 

Qual è l’atteggiamento degli Indiani nei confronti delle religioni diverse dalla propria?

Siamo un Paese secolare, un Paese di un miliardo di abitanti composto da indu, musulmani, cristiani, buddisti, giainisti, parsi; l’elenco è lungo, duecento religioni che convivono abbastanza bene. Ci sono momenti di incomprensione in cui esplode la violenza nelle città, e in alcune piccole zone, come le isole del nord, ce n’è molta. Ma sul fronte religioso l’India è un Paese molto pacifico e si è comportato brillantemente nel proteggere l’interesse delle minoranze. Certo, ci sono indu radicali che danno fuoco alle chiese e musulmani fondamentalisti che danneggiano i templi indu; ma sulla scala del Paese sono numeri piccoli: quindici milioni di cristiani per esempio vivono, in India, una vita pacifica e felice. La maggior parte delle persone vorrebbe che si realizzasse una vera integrazione religiosa. Anche il cinema aiuta; non è solo intrattenimento, ha molta influenza sulla psiche delle persone e ha sempre predicato la tolleranza: ci sono sempre personaggi di religioni diverse e il messaggio è sempre di vivere insieme e in pace. Le generazioni più vecchie cominciano a morire, la storia della creazione del Pakistan, con il massacro che ci fu a quel tempo, diventa lontana, e i giovani sono condizionati molto di più dall’India moderna che è contenta della ricchezza di questa cultura religiosa.

 

“Un medico in famiglia” quanto era rappresentativo dei problemi di integrazione tra le diverse culture?

Anche se in modo ironico, li rappresentava bene. Non solo per quanto riguarda la discriminazione nei confronti degli immigrati, ma anche per i problemi che gli immigrati possono creare nei Paesi in cui si trasferiscono.

 

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Sto girando tre film di Bollywood (qui succede spesso di girare molti film simultaneamente). Uno si chiama “Kites”: è una storia molto interessante, con attori spagnoli come Barbara Mori, parte in lingua indi, parte in inglese e parte in spagnolo. Poi sto girando un film che si chiama “Showman”, su una gang di truffatori, e un terzo film, chiamato semplicemente “Blue”: un’odissea sott’acqua. Infine sto girando un film in Francia.

 

Cosa consiglierebbe a chi volesse lavorare nel cinema?

Di non farlo. È una vita molto, ma molto, difficile. Di farlo solo se si ha una grande passione, così grande da non seguire questo consiglio. Di farlo solo se si ama, veramente, quello che si sta scegliendo di fare.