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Diverse visioni del tempo

ENRICA BONACCORTI

Enrica Bonaccorti, attrice di teatro, conduttrice televisiva e radiofonica, scrittrice, sceneggiatrice, autrice di testi di canzoni come La lontananza e Amara terra mia, ci parla dei momenti magici della sua vita, segnati dalla presenza di grandi personaggi come Domenico Modugno e Alfonso Gatto..

La diretta televisiva o radiofonica la tranquillizza, il dialogo con gli ascoltatori alimenta giorno dopo giorno la sua voglia di esserci, di capire, di ascoltare, di dare, perché Enrica Bonaccorti, nata artisticamente a diciannove anni sulle tavole di un palcoscenico, cerca da sempre il contatto immediato con il pubblico, che è diventato un po’ il suo compagno di vita. “Tornando a casa”, l’attuale programma radiofonico che conduce, è il lasciapassare delle emozioni di tanti che, sentendosi compresi, le si rivolgono con grande passione e naturalezza nel testimoniare sensazioni, episodi e fatti di oggi.

di Susanna Mancinotti

 

 

Come ricorda gli anni dell’adolescenza?

Mio padre era ufficiale di carriera e perciò io, figlia unica, ho vissuto con i miei genitori in caserma. Non c’erano altre famiglie, solo la nostra, non avevo quindi delle amiche lì. Sono stata con i miei genitori per tredici anni a Genova, poi per tre anni a Sassari e infine a Roma.

 

Genova le è rimasta nel cuore?

Sì. Genova è veramente bella e negli ultimi anni lo è diventata ancora di più. È una città speciale, anche se per me, la mia Genova, quella di quando io ero ragazzina, si sintetizzava in caserma e scuola, scuola e caserma.

 

Che carattere aveva da bambina?

Ero assolutamente molto estroversa.

 

Iniziò a recitare da giovanissima, a diciannove anni, con Domenico Modugno in “Mi è cascata una ragazza nel piatto”.

Fu quello lo spettacolo più visto di tutto l’anno, conquistò il biglietto d’oro.

 

Cosa la colpiva di più di Modugno?

Modugno era un catalizzatore di energia, lui infatti mi ha tirato fuori molta creatività. Io ho sempre scritto, anche da piccola, poesie e racconti, e fu lui, a cui avevo mostrato i miei testi, a chiedermi di scrivere delle canzoni. La prima fu “La lontananza” e in seguito “Amara terra mia”, che ha una storia particolare perché a Modugno era piaciuto un testo che avevo scritto e che si intitolava “Sardegna terra mia”. Quei tre anni vissuti a Sassari infatti mi erano rimasti nel cuore. Modugno aveva trovato una musica antica, di un anonimo del Seicento, e mi chiese di sostituire la parola Sardegna per dare un valore universale alla canzone. Ero a casa a scervellarmi, ricordo ancora il punto, seduta in una poltrona in salotto, quando mamma passò, io le dissi quello che stavo cercando e lei semplicemente mi rispose “Perché non metti amara…”. Colsi al volo il suo suggerimento. Anche per questo sono molto affezionata ad “Amara terra mia”, perché io so che è di Modugno Bonaccorti Anonimo e mamma di Bonaccorti.”

 

Ha avuto sua figlia Verdiana quando era molto giovane, a ventiquattro anni: è stato difficile continuare il suo percorso professionale e fare la mamma?

È stato terribilmente difficile. Mi ero sposata giovanissima, un anno e mezzo dopo il matrimonio ho avuto una bambina e mio marito, quando la piccola aveva appena undici mesi, se ne è andato e non l’ho più visto. Era una situazione veramente difficile da gestire, però ho avuto vicina mia madre. Mio padre purtroppo già non c’era più, l’ho perso che avevo diciannove anni. Io e la bambina siamo andate a vivere a casa di mia madre che ci ha lasciato la sua stanza, che era quella grande, matrimoniale, mentre lei si è trasferita nella stanza singola, che era stata la mia. In qualche modo però ce l’abbiamo fatta, anche perché io ripresi quasi subito a lavorare, non in teatro, ma alla radio. Ricordo che rifiutai tante proposte di lavoro, ben sette compagnie teatrali volevano ingaggiarmi, tra cui quella con Lionello che metteva in scena “L’anatra all’arancia”, ma io non potevo più fare teatro. Le compagnie allora portavano in giro lo spettacolo per nove mesi a stagione, si stava al massimo quindici giorni nella propria città, dopodiché sempre fuori in tournée.

 

È stato importante per lei l’incontro con il poeta Alfonso Gatto, con cui iniziò a lavorare in radio?

È stato un incontro meraviglioso. Io superai un provino per la radio ed ebbi così l’opportunità di lavorare con lui nel programma radiofonico “L’uomo della notte”. Sul comodino ho sempre il libro che contiene la raccolta completa delle sue poesie, che amo moltissimo. Gatto tra l’altro fu il primo a cui feci leggere le mie poesie e ricordo ancora il tremore che provai quando gliele diedi. Dopo che le ebbe lette, me le riportò e mi indicò quella che gli era piaciuta di più, poi mi disse testualmente “Lei è sicuramente un poeta, però ho l’impressione che se accadesse un cataclisma in India lei lo farebbe passare attraverso di sé. Deve imparare a oggettivare perché anche in poesia si può oggettivare”. Ricordo che poco dopo, cercando di seguire il consiglio di Alfonso Gatto, scrissi una poesia intitolata “Vulcano” che termina con le parole: perché la natura conosce i suoi tempi, soltanto gli umani hanno sete d’eterno.

 

Crede nel caso, negli incontri fortunati, nel destino?

Sì, molto. Io la parola caso la scrivo con la “c” maiuscola. Qualcuno ha detto: quando Dio non vuole firmare si chiama Caso.

 

Sono degli anni Ottanta “Italia sera” e “Pronto chi gioca?”, programmi televisivi di successo da lei condotti. Da allora come sono cambiati i programmi televisivi e cosa hanno di meglio e di peggio?

Hanno sicuramente di peggio un tipo di informazione non prettamente giornalistica che è diventata solo gossip, oppure opinione. Non si presentano più i fatti, si presentano le opinioni.

 

Nel 1991 ha condotto il programma “Non è la Rai” su Canale 5 per la regia di Gianni Boncompagni. È stato importante il rapporto di lavoro con Boncompagni?

Sì certo, Boncompagni è un bambino geniale, con tutti i difetti dei bambini…

 

C’è stato un periodo in cui ha condotto una trasmissione dedicata agli animali “Il mio migliore amico” su Retequattro. Crede sempre che il cane sia il migliore amico dell’uomo?

Sicuramente non è l’uomo il migliore amico dell’uomo.

 

Cosa le sta dando, a livello professionale e umano, il suo programma “Tornando a casa”, in onda su Radio Uno dal lunedì al venerdì?

Mi sta dando moltissimo, come sempre la radio mi dà moltissimo. C’è la partecipazione diretta degli ascoltatori, che spesso mi ringraziano per la compagnia e io rispondo sempre ringraziandoli a mia volta e dicendo che sono anche loro a fare compagnia a me! Vado a lavorare ogni giorno con gioia e questa è una cosa rara.

 

La diretta sia radiofonica che televisiva la emoziona sempre?

No, io mi trovo veramente meglio in diretta. Quando ho cominciato a fare la trasmissione “Italia sera”, che era dal vivo, erano tutti terrorizzati, io no. Così hanno cominciato a chiamarmi la conduttrice a luce rossa perché, quando si accendeva la luce rossa della telecamera, io stavo meglio, ero addirittura più tranquilla.

 

Tra i diversi ambiti professionali nei quali si è cimentata con successo, teatro, televisione, radio, dove si sente più a casa?

Preferisco scrivere, e tra la radio e la televisione amo di più la radio. Potrei mettere la televisione al primo posto se facendo tv avessi la stessa autonomia e indipendenza che ho in radio. Io sono un po’ come i miei capelli, che se vengono lasciati al naturale sono belli e stanno bene, mentre quando sono per forza sistemati in qualche maniera non stanno più bene.

 

Nel 2007 ha esordito nella narrativa con il romanzo “La pecora rossa” edito da Marsilio. Scrivere comporta di per sé l’abitudine alla solitudine. Le piace la vita da scrittore, che è sicuramente più appartata di quella di un personaggio televisivo?

Io sto molto bene da sola, non mi annoio mai, spesso con gli altri sì. Poi scrivo da sempre, da quando ero piccola. Tutti i miei pensieri scritti dai cinque ai dieci anni li ho rilegati, conservo anche delle lettere che ho scritto da bambina e che sembrano di una persona molto più adulta. Come uno ha il dono di essere intonato, io, grazie a Dio, ho il dono di scrivere con facilità.

 

La “Pecora rossa” racconta una storia contemporanea. La giovanissima protagonista, Maria Paola, il cui cognome è Pecora, è una ragazza rossa, crespa e lentigginosa, da sempre “menata”, che riuscirà a cambiare il corso della sua vita grazie all’aiuto di un’anziana professoressa, che tra l’altro le darà dei libri da leggere. Pecora leggendo riuscirà a capire il mondo, a capire chi è veramente e a capire che può dire “no”. Quanto tempo ci vorrà ancora, secondo lei, perché nel mondo e nella stessa Italia le donne, in quanto tali, non siano più “menate”?

Non lo so. Anni fa dedicai una puntata del programma radiofonico “Chiamate Roma 3131” alla violenza sulle donne e arrivarono tantissime telefonate con testimonianze dirette. Sono sconvolta nel dire che pochi mesi fa ho riproposto il tema della violenza sulle donne nella mia attuale trasmissione radiofonica e ho ricevuto solo moltissime telefonate di commenti e opinioni, ma nessuna testimonianza. Perché? Come è cambiato questo paese? Tutti vogliono solo mostrarsi vincenti?

 

In ogni libro l’autore inevitabilmente introduce qualcosa di autobiografico, che può essere un volto realmente conosciuto o semplicemente un paesaggio amato. Cosa c’è di autobiografico ne “La pecora rossa”?

Premettendo che io dalla mia famiglia ho ricevuto solo amore, protezione e cultura, posso però confessare che nel mio libro c’è un settanta per cento di vita mia, anche se raccontata in maniera traslata.

 

Ha forse conosciuto una professoressa torinese dall’animo sensibile, amante della lettura, con un carattere molto autoritario?

Mia madre è una che si è laureata a vent’anni, una napoletana meravigliosa, bellissima, che tutti cercavano. è lei in parte la prof, anche se non è di Torino e non si mette le velette come fa il mio personaggio. Assomiglia al personaggio nella didattica continua, io sono stata infatti allevata a miti e non a favole, le citazioni in latino che riporto nel libro le ho sentite a casa da piccola, i libri che Pecora legge sono le mie letture dell’adolescenza e poi è stata mia madre che ha fatto praticamente da madre a mia figlia, proprio come accade alla professoressa nel romanzo.

 

Quando ha iniziato a scrivere “La pecora rossa” sapeva già il finale?

Stranamente avevo l’immagine del finale, l’immagine di Pecora con il bambino e una persona accanto a lei. Non sapevo nulla però dell’intera storia, avevo soltanto in testa questa ragazzina “menata” da sempre che avrebbe avuto un bambino. Non sapevo neppure che sarebbe stato un libro, io scrivevo perché sentivo l’esigenza di scrivere, come sempre.

 

Come ha iniziato a scrivere questa storia?

Ho cominciato d’estate, su un taccuino, mentre ero in vacanza. Ho scritto le prime pagine del romanzo che sono poi rimaste esattamente quelle nel libro. Poi, dopo due anni, ho ritrovato sul taccuino quell’inizio di storia e allora ho ripreso a scrivere. Ero arrivata a circa metà del racconto, ormai avevo capito che sarebbe diventato un libro, quando accadde che mia madre morì. Neanche riuscivo a respirare, figurarsi a scrivere, per cui al libro non ci ho pensato più. Due anni fa l’ho ritrovato e questo mio personaggio, questa ragazzina, come succede nei “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello, mi ha detto: “Io devo finirla la mia vita, non mi puoi lasciare così sospesa…”. E l’ho finita di scrivere.

 

Di solito scrive tutti i giorni?

Scrivo sempre di notte, tutte le notti.

 

Fino a che ora?

Posso fare anche l’alba.

 

Si affeziona ai suoi personaggi?

Sì, molto.

 

In quale momento della sua vita avrebbe voluto fermare il tempo?

Non lo so, ma per un paio di momenti sicuramente sì.

 

Essere un volto famoso e conosciuto è risultato mai faticoso nel corso degli anni?

Sì, spesso. Lo so che dovrei dire la solita frase “questo è il prezzo del successo”, ma la realtà è che è veramente faticoso, specialmente per un tipo come me, che alla prima intervista importante risposi alla giornalista che mi chiedeva dove volessi arrivare: “Io sono già arrivata”. Naturalmente la giornalista rimase interdetta credendomi presuntuosa, ma il senso della mia risposta era che per me io ero già arrivata, perché facevo il lavoro che volevo e mi potevo mantenere da sola. A me bastava quello!

 

Alcuni anni fa è stata designata “Single dell’anno”. A parte la domanda d’obbligo se è sempre single adesso, in generale per una donna oggi è più facile essere single che un tempo?

Sì a tutte e due le domande, anche se in Italia una single incontra ancora delle difficoltà che per esempio all’estero non si riscontrano.

 

Ci sono stati degli incontri che le hanno cambiato la vita?

Mi hanno cambiato la vita sicuramente le cose che sono successe e l’impostazione di mia madre me l’ha certamente forgiata. Io sono quella che ero a quattordici anni e mezzo: dentro non sono cambiata. Tutti noi abbiamo un punto di arrivo in cui siamo quello che siamo e saremo sempre.

 

Il tempo che passa e lascia i suoi segni le fa paura?

No, però mi dà fastidio la debolezza dell’organismo, per il resto anzi… Avere più anni ti regala quella saggezza, quel distacco che prima non riuscivi ad avere proprio.

 

Preferisce i volti segnati dal tempo o quelli “rifatti” con la chirurgia estetica?

Ma per carità! Quei visi non piacciono a nessuno.

 

Ama di più le ore della mattina o della notte?

Le ore della mattina quasi non le conosco… Amo quelle della notte. Già quando ero bambina, studiavo fino alle quattro di mattina, mia madre invece si alzava a quell’ora.

 

Preferisce vivere con un ritmo sostenuto o ama i ritmi di vita tranquilli?

Sono io che scandisco il mio ritmo. Ho il ritmo del lavoro intorno a cui modulo il mio. Mi serve il lavoro cadenzato perché poi dà anche un po’ di disciplina alla mia vita.

 

Come vive personalmente il tempo dell’attesa? Per esempio i minuti prima di una diretta o di un debutto?

Sono sempre così fibrillante che non mi accorgo della differenza.

 

È più proiettata verso il passato o il futuro?

Purtroppo verso il passato.

 

Che rapporto ha col tempo?

Lo stesso rapporto che aveva Einstein. Non esiste il concetto di tempo, il tempo è un’idea, è tutto un unico momento. Fra ieri e domani è oggi la vita, dunque è oggi il tempo.