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EDITORIALE

Cosa cambia?

Forse la cosa più giusta da domandarsi sarebbe “cosa non cambia?”. Questo 2009 è infatti iniziato sotto il segno di alcune piccole rivoluzioni. A cominciare dalla cessata coincidenza delle date di BaselWorld e SIHH, le due manifestazioni fieristiche più importanti del settore orologiero.

Eccoci qui, in procinto di partire per Basilea, dopo aver già archiviato, giornalisticamente parlando, le novità presentate a Ginevra, ormai oltre un mese fa. Se lo scorso numero de L’OROLOGIO sfoggiava in copertina un cubitale “Speciale SIHH” a fare da richiamo alle decine di nuovi modelli pubblicati nel nostro reportage dalla kermesse ginevrina, il fascicolo di questo mese non è da meno. Nessun effetto speciale sulla nostra copertina, ma all’interno troverete oltre una sessantina di novità, che costituiscono la nutrita anteprima di quello che le Case ci riserveranno al Salone di Basilea. Questa è già una piccola rivoluzione. Complice forse l’anticipazione del SIHH, quest’anno molte Case si sono infatti affrettate a farci pervenire con largo anticipo degli assaggi delle nuove collezioni, alimentando la curiosità per ciò che ancora non abbiamo potuto ammirare, neanche in fotografia. La novità più eclatante, naturalmente, è quella che campeggia sulla nostra cover. Lo sappiamo, lo sappiamo... non è un nuovo modello. Eppure questa che è semplicemente una variazione di materiale su un orologio presentato ormai tre anni fa, costituisce una delle più interessanti “piccole rivoluzioni” orologiere di questo 2009. La Patek Philippe rinuncia al celebre Punzone di Ginevra, sui cui requisiti ha costruito decenni di storia manufatturiera (è l’unica Casa svizzera a fregiarsi del Punzone su tutta la sua produzione meccanica). E lo fa compiendo un atto di coraggio: fondando il proprio punzone di qualità. Nasce così il Sigillo Patek Philippe. Una certificazione di eccellenza che la Casa apporrà su tutta la sua produzione meccanica, a garanzia di requisiti tecnici che includono quelli già previsti dal Punzone di Ginevra, ma che vanno anche oltre, in termini di funzionalità dell’orologio e di servizio al cliente. Tutti i particolari sono esposti nell’articolo a pagina 56 e nell’intervista che Philippe Stern ha voluto concederci per la nostra cover story.

 

 

Una dimostrazione di coraggio, dicevamo, o di superbia (come penseranno alcuni)? Fino a oggi il Punzone di Ginevra ha costituito la massima certificazione di qualità, riservata ai soli produttori ginevrini ed esibita con orgoglio da pochissimi nomi del gotha orologiero, fra cui Patek Philippe, Vacheron Constantin, Chopard. Fra tutti questi, tuttavia, l’unico produttore che ha sempre ottenuto il Punzone per la totalità della sua produzione meccanica (nulla togliendo ad altre manifatture) è stato Patek Philippe. La famiglia Stern, quindi, dopo aver portato Patek Philippe a diventare la Casa di riferimento per tutta l’alta orologeria, deve essersi domandata: è il Punzone di Ginevra che dà lustro a Patek Philippe, o è piuttosto la produzione Patek Philippe a legittimare il Punzone di Ginevra? Impossibile fornire una risposta univoca a questo interrogativo. Tuttavia, gli Stern devono essere sicuri del fatto loro e, messo per iscritto che gli standard di qualità Patek Philippe eccedono quelli garantiti dal Punzone di Ginevra, hanno scelto la via dell’indipendenza. Che sia superbia o sia coraggio lo deciderà il mercato, così come la fede nella qualità dei prodotti nasce dalla soddisfazione dei clienti: una garanzia che nessuna certificazione può fornire. Noi crediamo che la scommessa della Patek Philippe si rivelerà vincente. Chi perde, in questa piccola rivoluzione, è l’orologeria svizzera, sempre più costituita da individualismi grandi e piccoli, senza quella coesione necessaria a produrre buoni frutti in campi come l’anticontraffazione e la lotta contro lo svilimento dello Swiss Made. Noi, da parte nostra, continueremo a fornire ai nostri appassionati lettori gli strumenti per valutare con competenza la qualità dei prodotti e la loro legittimità in un mercato, che si appresta ad affrontare altre piccole e grandi “rivoluzioni”.

Dody Giussani