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Diverse visioni del tempo

ENRICO VAIME

Enrico Vaime, autore radiotelevisivo e teatrale, che ha firmato programmi di successo come Quelli della domenica, Canzonissima e Risatissima, che ha scritto molti musical teatrali, che conduce dal 1980 il programma radiofonico Black Out e su La7, dal lunedì al venerdì, va in onda con Trafficando, ci parla del suo rapporto con il tempo e di quanto in realtà sia importante “perdere” tempo.

Negli ultimi due libri di Enrico Vaime, La democrazia secondo me e I cretini non sono più quelli di una volta, editi da Aliberti, le riflessioni sulla vita di oggi e di ieri e le tante storie raccontate sono spiazzanti, colpiscono al cuore, ma sempre con un guizzo finale, o una battuta, che allontana la tristezza.

di Susanna Mancinotti

 

 

Che tipo di bambino era?

Io ero abbastanza estroverso e indisciplinato.

 

Il suo carattere così ironico e critico già si intravedeva allora?

Assolutamente sì, almeno così mi dicono gli amici, ma penso fosse vero. Ero, per così dire, registrato su lunghezze d’onda leggermente diverse rispetto ai miei coetanei, però stavo molto bene con loro, non mi sentivo mai a disagio.

 

In quale quartiere di Perugia è nato?

Nel quartiere che noi chiamiamo “Borgo bello”, cioè a Porta San Pietro, che è un rione storico. C’è la porta attraverso la quale sono entrati gli invasori e gli imperatori.

 

Ricorda il dialetto?

Lo parlo molto bene secondo me, però non ne sono sicurissimo perché non lo parlo nella vita di tutti i giorni vivendo a Roma. Ma stranamente, quando con la macchina mi trovo subito dopo Orte, diciamo dalle parti di San Gemini, incomincio a riacquisire il dialetto, poi come sono a pochi chilometri da Perugia e inizio a intravederla io parlo perugino, ma veramente, senza accorgermene.

 

Lei ha vissuto a Milano, a Roma, a Napoli, quale città ha amato di più?

Perugia. Ho continuato ad amare Perugia sempre, pur abitando in altre città. è chiaro che un grosso peso l’ha avuto nella mia formazione Napoli, perché lì ho fatto un anno di liceo e l’università. Andai a Napoli in un periodo nel quale la città era in condizioni disastrate, quasi quanto oggi! C’erano ancora le macerie della guerra, nel ’52: era una città provata, ancora occupata dagli americani, in un certo senso.

 

In seguito ha vissuto a Roma e poi ha scelto di trasferirsi a Milano.

Lavoravo in Rai, ero piazzato a Roma e dovevo rimanerci, ma a Roma mi trovavo così bene che mi sono detto “No, non posso rimanere, qui si sta troppo bene, non si combina un cavolo”. Chiesi così di essere trasferito alla sede della Rai di Milano. Roma era una città corruttrice, che ti avvolgeva e ti impediva di esprimerti in maniera produttiva, era mediorientale. Ma se fossi rimasto a Roma forse sarebbe stato meglio. Avevo chiesto di andare a Milano perché c’era la retorica della Milano capitale morale, capitale della cultura, e così sono ci rimasto diciotto anni, mica uno! Ma, stabilitomi a Milano, ho riscontrato che le occasioni di lavoro erano tutte a Roma, quindi ho fatto un avanti e indietro continuo in quei diciotto anni. Certo, a Milano ho conosciuto tanta gente, è stata per me una città importante, una città che ho anche amato. Poi negli anni Settanta, come è cominciata a diventare la Milano “da bere”, diciamo la Milano arrogante, e ha perso quella sua cordialità civile che aveva anni prima, ho iniziato a non sopportarla più e quindi a un certo punto mi sono detto “Ma io torno a Roma. Che ci sto a fare qui?”.

 

Nel suo libro autobiografico “Quando la rucola non c’era” ci fa capire come la laurea in legge non fosse proprio il suo sogno più grande. Quali erano i suoi veri sogni da ragazzo?

Della laurea non me ne fregava niente, non so neanche perché mi sia laureato... Invece lo so, mi sono laureato per mio padre: ci teneva così tanto. Io invece pensavo di dover scrivere, e volevo scrivere per mestiere, non per vocazione. Non mi sono mai montato la testa. Ho sempre avuto il terrore di scrivere le poesie. Io volevo scrivere sul serio e quindi la poesia era già una cosa troppo alta per me. Volevo scrivere e ho scritto sempre.

 

Di cosa desiderava occuparsi soprattutto?

Io volevo scrivere per lo spettacolo. A me, per esempio, il cinema non ha mai attirato più di tanto, mi piaceva di più il teatro.

 

Non voleva diventare uno scrittore di romanzi?

Sì, anche, ma sentivo che era più facile per me percorrere la via dello spettacolo, c’era più richiesta e mi trovavo in un ambiente in cui era più facile per me occuparmi di spettacolo che non di narrativa. Avevo poi dei grandi maestri, sono stato amico e allievo di Flaiano, di Zavattini…

 

Com’era lavorare insieme a Flaiano, Zavattini, Marchesi?

Era affascinante, perché erano, a parte la bravura eccezionale, persone divertentissime e molto aperte. Ho imparato da loro senza che loro avessero la pretesa di insegnarmi niente, e questa è la peculiarità dei veri maestri: non prevaricare. “Si fa così” non me lo hanno mai detto e io, lavorando con loro che sapevano bene cosa stavano facendo, credo di aver imparato molte cose. Poi c’era un atteggiamento di grande familiarità fra noi, eravamo proprio amici, addirittura coetanei: io per esempio non mi sono mai accorto di avere ventisei anni meno di Flaiano, eravamo come compagni di scuola e questo mi ha aiutato moltissimo, non c’era uno stacco fra la cattedra e il banco.

 

Come definirebbe con poche parole Flaiano, Zavattini e Marchesi?

Flaiano era il cinico più sentimentale che abbia mai incontrato e Zavattini il bambino più ingenuo e saggio che abbia mai conosciuto.

 

E Marcello Marchesi come lo definirebbe?

Beh, Marcello… complice.

 

Nel suo libro “I cretini non sono più quelli di una volta” racconta che si è occupato anche di pubblicità. Secondo lei la pubblicità può riflettere lo stile di vita di un periodo?

La pubblicità lo riflette in negativo, nel senso che attraverso la pubblicità ci si rende conto oggi soprattutto dei difetti della società. Una volta la pubblicità puntava allo slogan, al convincimento orale, adesso si serve soprattutto della suggestione oftalmica. Negli spot pubblicitari oggi tutto è subliminale, perché non c’è fiducia nella concentrazione di chi ascolta. Si usano immagini che colpiscono per parlare a dei dementi, a gente che non ha più l’uso della parola, secondo me, e che si lascia influenzare dalla visione, dal flash.

 

La famosa “Canzonissima” del ’68, che scrisse con Marchesi, aveva come protagonisti Mina, Paolo Panelli e Walter Chiari. Come ricorda questi personaggi?

Con Panelli avevo un’amicizia vera. Mina era un mostro di bravura, umanamente di una dolcezza straordinaria. Mina non la conosce nessuno veramente, è una persona alla quale piace divertirsi, ridere, scherzare. Però lei ha avuto sempre paura di scoprire una certa sua debolezza umana.

 

Quindi dietro le quinte com’era?

Era divertentissima. Walter era il più bravo di tutti, il più bello, il più giovane, il più vitale, quindi se ne approfittava anche un po’, però era grande.

 

Cosa le piace di più dello stile professionale di un suo amico di oggi, Fabio Fazio?

Lo scrupolo con il quale si prepara in qualunque settore, su qualunque argomento. Lo conosco da quando era un ragazzo e non ho mai visto un giovane prepararsi così scrupolosamente. Non si lascia prendere in castagna mai, è sempre preparatissimo e questa è una dote che non riscontro in nessun altro della sua generazione, ma anche delle generazioni precedenti.

 

Il giorno della prima di un suo spettacolo teatrale vive con emozione quei minuti di attesa che precedono l’inizio dello spettacolo?

Delle prime non me ne importa niente. A me interessa molto la prova generale, quando non c’è il pubblico, quando insomma io sono il pubblico, allora io capisco i difetti dello spettacolo e non chiedo conferme perché sono spietato con me stesso. Lo spettacolo col pubblico mi interessa già molto meno, intanto io già l’ho visto lo spettacolo, quindi… Se lo spettacolo è bello o brutto io l’ho già stabilito vedendo la prova generale.

 

Quindi non sente quella tensione tipica che in genere si prova a una prima?

No, devo dire che non ho nessuna tensione, per me è sempre stato così. Ormai quello in scena per me è un lavoro fatto, io sto già pensando al prossimo.

 

In genere preferisce di più le ore del giorno o della notte?

Mi alzo all’alba, quindi preferisco lavorare soprattutto al mattino presto, la notte è per quelli che scrivono poesie.

 

Nel libro “I cretini non sono più quelli di una volta” racconta che un giorno a Roma andò in banca e accadde una rapina. Le sono sembrati secoli quei minuti?

Beh sì, per la noia. Spero di averlo spiegato nel libro. Io non sono coraggioso, ho una sindrome curiosa, che è una specie di malattia, io non ho paura, non so che cosa sia la paura. Non sono coraggioso perché coraggioso è quello che vince la paura, ma io, non avendo la paura, non posso dire di essere coraggioso.

 

Però quei minuti le sono sembrati lunghissimi...

Sì, ma soprattutto perché mi preoccupavo di inventarmi delle cose, di pensare al mare… a qualunque altra cosa, perché insomma la mia paura era di annoiarmi. Lo so che sembra strano.

 

Visto che non è scritto nel libro, ci racconta com’è andata poi a finire?

Beh, prima di tutto c’è da dire che quella era un’agenzia in cui entravano tutte nobildonne, si sentiva sempre dire “Buongiorno contessa, buongiorno baronessa… marchesa si accomodi…”. C’era di continuo una sfilata di vecchie carampane. Così una contessa che, giusto pochi secondi prima che fosse stata messa in atto la rapina, era scesa al caveau delle cassette di sicurezza, torna su a rapina finita, quando il direttore aveva fatto portare dal bar a fianco cognac e vodka. La contessa allora esclama: “Ah! festeggiate! Bravi, bravi, complimenti…” e va via sfarfallando. Incredibile!

 

C’è stato un incontro che le ha cambiato la vita?

Ce ne sono stati tanti, uno in particolare folgorante no… Però ci sono state tante folgorazioni.

 

Per esempio?

L’incontro con Fellini, che aveva un fascino pericoloso, perché Fellini era un corruttore, un seduttore, un uomo che ti spingeva a non fare più niente.

 

Crede nel destino, nelle coincidenze della vita?

Poco, penso che in realtà siamo noi che le andiamo a cercare ed è anche giusto che sia così.

 

Guardare quello che accade e scriverne in chiave satirica aiuta a vivere meglio?

No, per me è un fatto naturale, non so fare diversamente, io trascrivo solo quello che ho pensato.

 

Qual è il segreto per far ridere?

È lo stesso segreto del musicista che riesce ad azzeccare un motivo, certo anche la cultura aiuta, non c’è il minimo dubbio, ma è una questione di sensibilità e di orecchio. Scrivere per il teatro è un po’ come comporre la musica.

 

Esiste la ricetta per un varietà televisivo di successo?

Per carità! Il varietà non bisogna farlo più, non bisogna neanche più nominarlo secondo me, come lo sento nominare mi viene una tristezza…

 

Quanto tempo ha impiegato a scrivere i suoi due libri autobiografici “Quando la rucola non c’era” e “I cretini non sono più quelli di una volta”?

Pochissimo, perché io quando mi metto a scrivere un libro ce l’ho già tutto in testa. Ci metto un paio di mesi, non di più, il tempo per la stesura materiale. Anche per il prossimo ci vorrà un paio di mesi.

 

Il suo prossimo libro sarà autobiografico?

Sì, è sempre meglio parlare delle cose contro le quali uno è andato a sbattere.

 

Ogni tanto le capita di fare dei bilanci?

No, io non faccio i bilanci perché non sono mai molto allegri. Li evito, ma non per superficialità, forse un po’ per vigliaccheria. Ma poi io non ho mai il tempo di fare bilanci.

 

Le piace che la sua vita abbia un ritmo sostenuto, quasi frenetico?

Io preferirei ritmi tranquilli, che però non ho mai potuto seguirli. Il mio sogno sarebbe quello di contemplare…

 

Quando il tempo le sembra proprio buttato via?

Quando si spende per le occasioni così dette culturali: conferenze, comizi…

 

“Black out”, il programma radiofonico che va avanti da moltissimi anni, che tipo di appuntamento e di occasione rappresenta ogni volta per lei?

È l’occasione di incontrare delle persone che ti sembra di conoscere, anche se poi non è vero. Ci sono persone che ci seguono da trenta anni e trenta anni sono una vita! Speriamo anche che ci sia stato un ricambio, se no siamo ascoltati solo nelle case di riposo.

 

Da alcuni anni ha il suo programma su La7, “Trafficando”, con quale spirito ha intrapreso questa nuova avventura professionale?

Con curiosità. La scusa era il traffico, del quale non ho mai parlato, ma era uno strano esperimento che mi ha incuriosito e che poi ha funzionato. C’è anche una certa interattività perché riceviamo moltissime e-mail.

 

Nel libro “La democrazia secondo me” in cui sono raccolte alcune delle tante puntate del suo programma televisivo, parla dei lucchetti di Ponte Milvio. Secondo lei quella dei lucchetti è una moda che rimarrà o già sta passando?

È una moda vecchia perché già c’era. I militari, infatti, quando finivano la naia attaccavano il lucchetto del loro armadietto, di solito a un cancello. Quindi la storia del lucchetto già esisteva, è stata solo trasferita molto abilmente nel rapporto sentimentale. È una stupidaggine di quelle irritanti, però non lo dirò mai, naturalmente.

 

I giovani di ieri sono molto diversi da quelli di oggi?

I giovani di ieri non sono mai stati giovani, sono sempre stati rimproverati di essere immaturi, noi abbiamo subito la gioventù come una colpa. Per i giovani di oggi invece è diverso, sono autorizzati a essere cretini e ci riescono.

 

Ha un sogno professionale nel cassetto?

No, vorrei fare il mio mestiere, cioè continuare a fare quello che faccio. Sì certo, avrei fatto volentieri la politica, ma ormai è tardi.

 

C’è uno scrittore che le piace e che reputa senza tempo?

Flaiano. Io leggo continuamente Flaiano. Ho l’opera omnia, che ormai è consumata.

 

Attualmente sta vivendo un buon periodo di vita?

Sì, a me sembra orrendo, però forse è il migliore, chi lo sa?

 

Ha mai avuto voglia di fermare il tempo?

No. Sinceramente no.

 

Che ne pensa del fatto che molte persone del mondo dello spettacolo ricorrano alla chirurgia estetica?

Io sono assolutamente a favore della chirurgia estetica per le signore del mondo dello spettacolo; per le donne che hanno bisogno della bellezza per esistere, che si trovano cioè in una condizione talmente disagiata per cui se perdono dei colpi fisicamente poi perdono dei colpi dappertutto: è giustissimo intervenire, rimediare, riacchiappare quello che c’era prima. Il tempo che passa certo è fastidioso, è detestabile, penso ai riflessi sul fisico di chiunque, ma sono le regole del gioco.

 

Lei è più proiettato verso i ricordi o verso il futuro?

Non lo saprei dire, sono proiettato nel futuro, ma carico di ricordi.

 

Com’è il suo rapporto personale con il tempo?

È un rapporto nevrotico. Io sono un ansioso quindi non sono mai puntuale, cioè arrivo sempre prima, sono un anticipatore, fastidioso quanto chi arriva in ritardo. Mi hanno rotto poi le scatole tutta la vita dicendomi “Non perdere tempo, il tempo è danaro”, invece io penso che il tempo perso sia vita e che me l’abbiano fatto perdere troppo poco.