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EDITORIALE

Saper fare

In quasi tutti i campi dell’industria, parallelamente alla continua evoluzione delle tecniche di produzione automatizzate, sopravvivono realtà artigianali di altissimo profilo. Queste piccole realtà si confrontano quotidianamente con prodotti industriali a prezzi notevolmente più contenuti, presentati come alternative compatibili con gli stessi valori qualitativi. Come districarsi in questo difficile ambito?

L’esperienza e la cultura possono farci distinguere un prodotto di altissima qualità da uno industriale di buon livello e, di contro, permetterci di apprezzare il lavoro di quelle realtà produttive che portano avanti un saper fare che è tra le espressioni più alte del lavoro umano. Ad esperienza e cultura si abbina poi la fiducia in quei produttori che garantiscono il proprio manufatto e che comunicano efficacemente il proprio savoir-faire. Non a caso sono sempre di più le manifatture che ci richiedono di realizzare reportage dai loro stabilimenti o atelier, per mostrare quello che è il loro specifico saper fare, che questo sia artigianale o industriale. Perché non c’è niente di male in un buon prodotto industriale, purché questo sia venduto come tale. Nel caso dell’orologio, e più in particolare dei movimenti per orologeria, la differenza più evidente fra un prodotto industriale e uno di alta manifattura sta nelle finiture. I manufatti di alta orologeria sono contraddistinti da lavorazioni artigianali che hanno lo scopo di renderli più pregiati e conferirgli una qualità che duri nel tempo. Si tratta di operazioni delicate, che richiedono una lunga formazione e che appartengono a una tradizione che per secoli è stata tramandata verbalmente, da maestro orologiaio ad apprendista. La trasformazione della produzione orologiera in un’industria vera e propria e, allo stesso tempo, la profonda crisi dell’orologio svizzero negli anni ’70, hanno causato la quasi estinzione di queste tecniche di lavorazione. La rinascita, negli anni ’90, di un forte interesse per l’alta orologeria e il conseguente investimento di manifatture lungimiranti in produzioni di alta qualità hanno impedito la definitiva perdita di questo prezioso savoir-faire.

 

 

Oggi sono numerose le manifatture che perpetuano l’arte della finitura manuale, con produzioni limitate nei numeri e prodotti di prezzo certamente elevato. Fra queste rientra la Minerva, piccola realtà produttiva salvata dall’oblio dalla Montblanc, che ha rilevato gli atelier di Villeret e ha affidato al team della manifattura la produzione di una collezione di alta orologeria da affiancare alla sua consolidata linea di prodotto di prezzo più contenuto. Per premiare il concetto che sta alla base di questa lungimirante scelta di qualità, questo mese dedichiamo la nostra copertina a una delle belle realizzazioni della Montblanc Minerva. Non è solo al prodotto in sé, per quanto affascinante, ma all’intero concetto di manifattura artigianale, votata a conservare e perpetuare il genuino saper fare dell’orologeria svizzera, che abbiamo voluto rendere omaggio. Ecco, quindi, che non ci siamo “limitati” a un articolo sulle caratteristiche tecnico-stilistiche dell’orologio, ma siamo entrati nella manifattura di Villeret, per scoprire le metodologie di fabbricazione degli orologi Montblanc Minerva e illustrare quei contenuti artigianali che li distinguono da realizzazioni di diverso tipo, normalmente offerte a prezzi notevolmente più contenuti. Un altro contributo alla formazione di una sempre più profonda cultura orologeria, che vi aiuti a distinguere un prodotto di altissima qualità e, quindi, apprezzarne ulteriormente le caratteristiche peculiari, arriverà a partire dal prossimo numero, con l’inizio della prestigiosa collaborazione fra la nostra testata e uno dei guru dell’orologeria svizzera: Giulio Papi. Progettista raffinato, creatore delle più belle complicazioni della Audemars Piguet e fondatore della manifattura Renaud & Papi, Papi ha pubblicato un prezioso libro dedicato all’illustrazione delle tecniche di finitura artigianali nell’orologeria meccanica. Il libro si apre con una ferma dichiarazione di intenti: Con quest’opera cerchiamo chiaramente di provocare una presa di coscienza sull’esistenza di finiture “industriali” vendute come “artigianali”. Come distinguerle? Informandosi. E facendolo attraverso i giusti canali. Dal prossimo numero, L’OROLOGIO ospiterà una nuova rubrica, a firma di Giulio Papi, proprio sulle finiture e sulle loro tecniche di realizzazione, per entrare sempre più addentro alla materia di cui sono fatti i nostri oggetti del desiderio, con le conoscenze più adatte a valutarne il valore e, di conseguenza, il costo.

Dody Giussani