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Diverse visioni del tempo

ELIO FIORUCCI

Elio Fiorucci, creativo per eccellenza, geniale nella semplicità delle idee di successo che hanno segnato la moda nel corso degli anni, ci parla dei suoi sogni di ieri e di oggi.

All’insegna di Love Therapy, il marchio adottato dal 2003, Elio Fiorucci delinea abiti, t-shirt, accessori e oggetti, che per i colori, le forme e i materiali usati, infondono, anche solo a guardarli, un sentimento di ottimismo. Love Therapy diventa il simbolo di un modo di essere positivo, strumento di lettura della società contemporanea, sempre più bisognosa di affetto, di cure, di abiti e oggetti rassicuranti per una visione positiva della vita.

di Susanna Mancinotti

 

 

Quali ricordi l’accompagnano del tempo in cui trascorreva le vacanze con i suoi genitori, in un paesino della Val Varrone?

Quelli sono i ricordi più belli della mia vita. Credo che i momenti più densi di gioia siano proprio quelli che si passano con i genitori. Non ce ne rendiamo conto, ma in quel periodo siamo veramente spensierati. A dieci, dodici, quindici anni non si ha la coscienza della vita, poi arrivano i problemi, e anche la consapevolezza della tragicità della vita. Ricordo spesso quegli anni sereni parlando con mia sorella. Andavamo in vacanza in un piccolissimo paese agricolo di montagna, che si chiama Sueglio, vicino al lago di Como, perché nostra madre era di lì, nostro padre invece è romano. Ricordo ancora l’odore del fieno, io andavo con mia zia, lei tagliava il fieno, ricordo poi quando il fieno veniva caricato… Alla gente sembra incredibile, ma i ricordi più belli della mia vita sono questi.

 

Era un bambino riflessivo o estroverso?

Ero un bambino curioso, però mi piaceva anche immaginare cosa c’era al di là delle montagne.

 

Ha sempre amato la natura?

Sì, perché i miei amavano la natura. Già da allora - stiamo parlando degli anni Cinquanta - mia mamma e mio padre erano per esempio contro la caccia.

 

Ricordiamo il suo impegno in difesa degli animali, nel 1975, con l’adesivo in seta su cui è rappresentato un uccellino e c’è la scritta “Perché ucciderli?”, poi nel 1982 inizia il suo sodalizio con la Lipu e crea la maglietta “Bird watching”. Nel 1997 invece dedica una settimana ai cuccioli di foca per raccogliere dei fondi.

Sì, perché la natura è affascinante e fin da piccolo i miei mi hanno fatto prendere coscienza di quanto sia bello vedere, per esempio, una mamma che va a portare il cibo ai suoi uccellini. è una delle immagini più belle…

 

Negli anni Cinquanta, a diciassette anni, ha iniziato a lavorare nel negozio di pantofole di suo padre nel centro di Milano. Cosa ricorda dei suoi sogni di allora?

È stato un bel periodo. I miei fratelli studiavano e andavano bene a scuola, io invece scappavo da scuola e andavo in negozio ad aiutare mio padre, anche se mio padre mi rimproverava e mi diceva che dovevo andare a scuola. Così mi sono talmente innamorato del lavoro, e forse l’ho fatto anche bene, con passione, che ho trovato la mia realizzazione nel negozio. Ho scoperto che stare in negozio era bello, perché la vita di negozio ti leva la timidezza, ti fa parlare con la gente. Per cui diventa anche una scuola di vita.

 

Com’era Milano negli anni Cinquanta?

Secondo me bellissima. Ricordo ancora quando tornammo a Milano dopo il periodo dello sfollamento, io avevo allora circa dieci anni. Durante la guerra eravamo stati a Sueglio. Non me la ricordavo più Milano, ero troppo piccolo quando ero andato via con i miei, e appena tornato mi è piaciuta subito. Mi piacevano le luci, le case, i marmi…

 

Quando decise di aprire un negozio in proprio?

Nel 1962 aprii da solo un negozio di scarpe e pantofole in via Torino e creai degli stivali di plastica per la pioggia tutti colorati, erano color arancio, verde, giallo… Un giorno andai alla redazione della rivista “Amica” con un pacco di questi stivali colorati e inaspettatamente fui accolto. Conobbi in quell’occasione Adriana Mulassano, una grande fotografa. Cominciò così un rapporto di simpatia fra me e il gruppo della redazione, per cui ogni volta che avevo qualche novità da proporre la portavo alla redazione di “Amica”, loro la fotografavano e la pubblicavano sulla rivista. Uno dei ricordi più belli di quel periodo è che, quando in negozio veniva qualche ragazza molto carina, io prendevo un paio di stivali colorati e glieli regalavo, perché pensavo che indossandoli avrebbe fatto pubblicità alle mie calzature.

 

Ricorda la prima copertina dedicata alle sue creazioni?

Certo! Fu “Amica” a dedicarmela. Mi venne l’idea di mettere su delle semplicissime ciabattine con l’infradito un fiore di plastica proprio al punto dell’incrocio. La fotografia che uscì sulla copertina di “Amica” era di Adriana Mulassano. Nella foto c’era una ragazza che aveva un costume, che non era una mia creazione perché allora non facevo moda, che indossava i miei sandali e i miei orecchini, che erano due margherite. Avevo infatti preso dei fiori di plastica, due grandi margherite, e ne avevo fatto due orecchini con le clips.

 

Che provò quando vide la copertina?

Mi fece una grande impressione. Io ho avuto la fortuna di fare queste cose che non avevano una grande importanza stilistica, ma avevano un grande successo di pubblico perché erano divertenti. Aggiungere una margherita a un sandalo di plastica e fare due orecchini con due fiori… Era in sé divertente e aveva colpito tutti.

 

Riguardo la moda cosa le piace di più, intuire cosa accadrà prevedendo i desideri che esploderanno a breve tempo oppure rivisitare con ironia il passato?

Ho sempre detto che la moda è già nelle strade. La mia teoria è che non esistono gli stilisti che si chiudono in una cameretta e stando fuori dal mondo si mettono a disegnare. Il processo della creatività non si svolge in solitudine. Per la moda vale quello che vale per le invenzioni. Ogni invenzione ha in fondo le radici dentro un’altra invenzione. Così avviene per la moda, ognuno fa un passetto in avanti e aggiunge qualcosa. Per esempio, Mary Quant ha inventato la minigonna ed è stata un genio perché con un colpo di forbice ha cambiato la storia delle donne, le ha liberate dall’idea che la gonna dovesse arrivare per forza al ginocchio, ma poi le minigonne sono diventate di cento tipi diversi, a partire dal kilt corto per esempio.

 

Ci dice il segreto della creatività?

La sorpresa. Noi prendevamo le divise militari che normalmente sono verdi, le tingevamo e diventavano, per esempio, rosa. Un pantalone militare che invece di essere verde è rosa ha una doppia valenza, nel senso che conserva la sua forma, che è importante, bella e funzionale, ma nello stesso tempo ti sorprende per il colore rosa. La moda è questo gioco. Il jeans che nasce come abito da lavoro, lo abbiamo trasformato. Ho preso una pezza di denim e ho detto al modellista: “ Dobbiamo fare con questo tessuto un altro tipo di jeans. Rispettiamo le cuciture, il carré dietro, le tasche applicate però modelliamo la stoffa sulle forme femminili”. è nato così il famoso fashion jeans, che adesso tutte le ragazze portano, sia per andare a teatro che in montagna o a scuola.

 

Come le è nata l’idea del suo primo marchio, i due angioletti?

Avevo creato la mia società e come dissi a Italo Lupi, architetto e bravissimo professionista, avevo intenzione di trovare un’immagine che in qualche modo riflettesse il fatto che Fiorucci, pur essendo un’impresa commerciale, mostrasse affetto per la gente e desse importanza anche all’elemento spirituale. Avevamo infatti lanciato pure lo slogan Fiorucci vi ama. Mi piacque subito l’immagine che Lupi mi portò: rappresentava due angioletti, uno biondo e uno moro, che guardavano il cielo con un’aria di incanto. Modificammo così un po’ l’immagine, scrivemmo sotto Fiorucci e cominciammo ad usarla. Piacquero così tanto i due angioletti che la gente che veniva in negozio a volte ci chiedeva se poteva avere un sacchettino pur non comprando nulla. Credo che mezzo mondo ormai conosca questi due angioletti che, considerandoli non più solo una cosa sacra, abbiamo fatto vivere fra di noi.

 

Come le è capitato poi di continuare, in un certo senso, il discorso degli angeli?

Una volta una giornalista mi chiese cosa ne pensassi io degli angeli, proprio io che li avevo usati come marchio della mia società. Fu allora che mi venne in mente l’idea che tutti noi pensiamo che esistano gli angeli o almeno questi spiriti che ci vogliono bene e ci stanno accanto, magari di persone care che non ci sono più. Però pensai anche che angeli sono pure le persone che sono fisicamente accanto a noi, quelle che ci amano e spesso trattiamo male. è tragico, ma a volte trattiamo male proprio le persone che ci vogliono più bene, dicendo loro magari che non abbiamo tempo, che abbiamo da fare. Ecco perché ho ideato la frase Guarda forse accanto a te c’è un angelo. E le magliette con questa frase hanno avuto un successo enorme.

 

Nel 1976 nasce il Fiorucci Store di New York. Cosa le ha dato allora New York?

Tantissimo, perché io sono sbarcato a New York quando non c’erano le grandi firme. C’era Gucci, che aveva un meraviglioso negozio, però vendeva solo accessori, poi c’era Ferragamo che era il re delle scarpe, però non c’erano negozi di vestiti e tanto meno di vestiti moderni. Io allora feci disegnare il mio negozio da due architetti d’avanguardia, Ettore Sottsass e Andrea Branzi. E la fortuna ci aiutò perché Andy Warhol venne in negozio dopo qualche mese e rimase incantato. Gli piaceva questo immenso negozio tutto di plastica, tutto colorato. Nacque così fra me e Warhol un rapporto bellissimo e Warhol mi chiese di lanciare la sua rivista “Interview” nel mio negozio. Sarebbe venuto tutti i mesi, tutti i sabati, con un pacco di riviste, si sarebbe seduto in vetrina disposto a firmare le riviste al pubblico. Fu una cosa incredibile perché lui era già un mito. La gente faceva la fila, arrivavano le televisioni, fu un successo strepitoso.

 

Per lei è sempre stata molto importante la scelta dei suoi collaboratori?

Sì e ho avuto la fortuna anche di avere dei collaboratori fantastici, come Oliviero Toscani per esempio, che è un mio grande amico. Io credo che Toscani abbia fatto per Benetton un’operazione di cui fra mille anni si parlerà ancora. Per Oliviero un’azienda non deve fare pubblicità al proprio prodotto, deve fare pubblicità alla propria anima, e allora deve parlare dei problemi del mondo, della pena di morte, dell’AIDS… Quando fra mille anni si parlerà della Benetton, secondo me si dirà di quanto questa azienda sia stata intelligente a scegliere di fare una pubblicità che è avanti, io dico, mille anni, perché la pubblicità è invece sempre un po’ misera, parla sempre esclusivamente del prodotto.

 

Quali riflessioni l’hanno portata nel 2003 a creare il nuovo progetto, il marchio Love Therapy?

A un certo punto ho dovuto cedere la mia azienda perché era diventata troppo grande, troppo faticosa, avevamo una crisi finanziaria, e cedendola ho dovuto cedere il marchio, gli angioletti. Non volevo però chiudere la mia attività, mi divertivo ancora e mi diverto ancora, ma dovevamo trovare un altro nome. Ho pensato allora a quello che mi dicevano spesso le persone quando visitavano il negozio, mi dicevano che certe volte, prima di entrare, avevano un po’ di malinconia e di tristezza, poi facevano un giro dentro al negozio e si sorprendevano a sorridere. Io allora rispondevo con una battuta “Perché questo è un negozio terapeutico, qui c’è tanto amore, non c’è solo la voglia di vendere, c’è la voglia anche di far divertire la gente, di ospitarla…”: è nato così il nuovo marchio Love Therapy. Vede come tutte le cose sono semplici, a partire dalla margherita sulla ciabattina…

 

I nuovi mezzi di comunicazione hanno bruciato il tempo, le idee ormai viaggiano a una velocità pazzesca: è questo il motivo per cui, nata l’idea, i nuovi prodotti vengono immessi sul mercato in brevissimo tempo?

Sì, ed è meraviglioso. Adesso stiamo portando avanti una collaborazione con Oviesse, che ha dei grandi magazzini. Ebbene, da quando abbiamo l’idea, in cinque settimane riusciamo a mettere il prodotto in negozio. Questo vuol dire velocizzare tutto al massimo, vuol dire essere presenti con i prodotti nel momento giusto e, visto che si producono grandi quantità, significa anche riuscire a proporre dei prezzi bassi. Siamo in piena rivoluzione nel campo della produzione e della vendita.

 

Ha sempre un gruppo di lavoro compatto?

Sì certo! Al primo piano della nostra sede in viale Vittorio Veneto c’è un grande spazio con una dozzina di ragazzi e ragazze che disegnano, devo dire che mi diverte molto questo lavoro collettivo. Non si può infatti fare tutto da soli. Si può avere un’idea, ma poi si deve lasciare agli altri perché l’arricchiscano, la migliorino. Si può certamente avere un’idea, ma questa idea deve essere poi condivisa.

 

Con la sua inventiva è intervenuto in vari settori, anche in quello automobilistico. In quale settore della vita quotidiana le piacerebbe ora intervenire?

Adesso porteremo il nostro marchio Love Therapy anche nel settore della cartoleria, estenderemo poi il nostro progetto alle scarpe e agli occhiali per riuscire ancora a ricomporre un’immagine completa di vita.