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Diverse
visioni del tempo
ANDREA DE CARLO Andrea De Carlo, autore di best seller tradotti in moltissime lingue e venduti in Europa, Asia, America e Australia, ci parla del suo rapporto con il tempo e di quanto sia per lui importante esserne assolutamente padrone.
Con Durante, l’ultimo libro di Andrea De Carlo, edito da Bompiani, le fragilità dei rapporti di coppia vengono messe in luce con un’analisi attenta e implacabile, così come le incrinature progressive delle relazioni, che prima impercettibili, diventano poi vere e proprie fratture di cui si avverte la gravità solo quando è ormai troppo tardi. di Susanna Mancinotti
Come ricorda la Milano degli anni Cinquanta, quando era bambino? Me la ricordo come un luogo tristissimo. Ricordo che da piccolino mia madre mi trascinava lungo le vie di Milano e io vedevo quel posto come un luogo grigio e assolutamente desolato. Per fortuna d’estate mia madre ci portava per tre mesi al mare, in un paesino ligure, Bocca di Magra, e ricordo di aver scoperto lì una dimensione completamente diversa: l’acqua, gli orti… Una dimensione della vita che mi corrispondeva infinitamente di più. Pur essendo nato a Milano, da subito avevo capito che proprio non appartenevo a quel luogo, che c’era altro.
Ricorda delle giornate di quand’era bambino in cui il tempo le sembrava non passare mai? Sì, certo! Un bambino ha una percezione del tempo completamente diversa da quella di un adulto, un bambino è in grado di dilatare ogni sensazione e di perdercisi e poi non è dominato dai programmi che invece fa un adulto. Un adulto, mentre sta facendo una cosa, già ha in mente il programma successivo, è sempre proiettato oltre. Ho rivissuto quella stessa sensazione di quand’ero bambino osservando mia figlia Malina da piccola e, passando il tempo con lei, ho ritrovato appunto quella dimensione in cui il tempo si dilata.
È sposato? No, sono divorziato.
Come cambia il rapporto di coppia col passare del tempo? C’è un’evoluzione o un’involuzione, dipende… Ma certamente avviene una trasformazione rispetto al tempo della scoperta e della sorpresa degli inizi…
Essendo laureato in Storia moderna, vede con occhio critico il ripetersi ciclico degli eventi? Conoscendo la storia si scopre che poi i corsi e ricorsi storici sono cicli eterni, molte volte pensiamo che certi fenomeni siano nuovi ma, studiando la storia, scopriamo che non è così. Naturalmente ci sono poi fenomeni che sono tipici della nostra epoca. Il principale direi che è la distruzione degli equilibri ambientali in un modo probabilmente irreversibile e poi la crescita della popolazione, che ovviamente non ha mai raggiunto questi livelli sulla Terra e, su un altro piano, l’evoluzione di forme di comunicazione che non esistevano.
Ha vissuto a lungo negli Stati Uniti e in Australia, quali diversi ritmi di vita ha trovato? New York ha dei ritmi di vita che sono uguali a quelli delle grandi città d’Europa, molto simili a quelli di Londra o di Milano. In Australia, invece, a Sydney e a Melbourne per esempio, ho trovato ritmi diversi perché gli Australiani amano molto di più godersi la vita rispetto agli Americani o anche agli Europei, hanno quindi un rapporto con il tempo più rilassato e molto più sereno.
È stato anche fotografo e come assistente di Oliviero Toscani si è occupato di foto pubblicitarie di interni. Secondo lei una foto pubblicitaria può avere il potere di fermare un’epoca? A volte sì. La fotografia è capace di una sintesi estrema, per cui a volte un’immagine può concentrare sicuramente lo spirito di un periodo.
Ha collaborato con Federico Fellini e ha fatto anche dei lunghi viaggi con lui. Cosa la colpiva nel modo di comportarsi di Fellini nella quotidianità? Fellini era un uomo che, benché fosse così famoso e così celebrato, conservava un fortissimo senso di autoironia. Era poi un uomo curioso e capace di sorprendersi, particolarità rarissime in generale, ma ancora più rare in un uomo e un artista molto acclamato, per cui mi colpiva proprio il suo spirito.
È stato assistente di Fellini nel film “E la nave va”, ricorda l’atmosfera che c’era sul set? Fellini lavorava in un modo molto particolare perché ricostruiva tutti gli ambienti del film in studio, quindi tutto era ricreato artificialmente: il cielo, la luna, il sole, il mare… Era un regista che in un certo senso lavorava come in un’altra epoca del cinema rispetto a quella in cui poi girava i suoi film. Fellini era molto vicino al rapporto che un pittore può avere con la sua tela, nel senso che ogni dettaglio era “dipinto” da lui, dai costumi al trucco degli attori, alla scenografia stessa, tutto dipendeva dalla sua immaginazione. Mi è capitato poi di vedere altri registi al lavoro, ma quel tipo di clima che c’era sui set dei film di Fellini era assolutamente unico.
Ha sempre amato scrivere, fin da ragazzo? Sì, sui sedici anni, quando ero al liceo, ho iniziato a scrivere le prime pagine. Ho scoperto presto che era un modo di esprimermi che mi piaceva e che mi riusciva anche molto naturale. Poi ho cominciato a scrivere dei piccoli racconti, non ho cominciato certamente con l’idea di scrivere un romanzo, ci sono arrivato molto più tardi.
Quando ha scelto di diventare uno scrittore? Quando mi sono reso conto che lo stavo facendo ormai da anni e ho scoperto che erano dieci anni che stavo scrivendo e che scrivevo sempre di più. Avevo cominciato a scrivere dei racconti che erano sempre più lunghi ed erano ormai dei romanzi.
Perché ha deciso di esordire proprio con “Treno di panna”, che è stato nel 1981 il suo primo romanzo? Perché mi sembrava che quello fosse finalmente un romanzo con delle caratteristiche sue e quindi con una sua originalità e a quel punto ho cercato di farlo pubblicare.
Qual è stato l’incontro che le ha cambiato la vita? Non credo che ce ne sia stato uno, ci sono stati più incontri importanti. Per il mio lavoro sicuramente è stato importantissimo l’incontro con Calvino, perché è stato lui a far pubblicare il mio primo libro e quindi per me, come scrittore, è stato sicuramente un incontro fondamentale.
Che rapporto si era creato tra lei e Calvino? Un rapporto, almeno credo, di curiosità reciproca. Io lo conoscevo fin da ragazzino come scrittore, avevo letto a scuola alcuni dei suoi libri e ammiravo molto il suo modo di scrivere.
Vi siete incontrati per caso? No, avevo mandato il mio manoscritto a una serie di case editrici e anche a Einaudi, alla sua attenzione. Lui lesse il libro e mi scrisse per farmi sapere che gli era piaciuto molto e che voleva farlo pubblicare.
Nei suoi libri c’è spesso un ritmo sostenuto, basti pensare al suo romanzo “Nel momento”. Per lei è importante mantenere un certo ritmo nella scrittura? Per me è fondamentale. Io poi trovo che ogni romanzo abbia bisogno di un suo ritmo a seconda del tipo di storia, dell’arco di tempo in cui il racconto si svolge, del clima, ma certamente il ritmo è importantissimo. Ogni racconto ha bisogno di un ritmo, poi può essere un ritmo anche estremamente dilatato, cioè non occorre suscitare sempre nel lettore quella specie di compulsione a girare pagina, però deve esserci una “scelta” di ritmo. Si può scegliere anche un ritmo lentissimo, ma va scelto.
Come le è nata l’idea di “Durante”, il suo ultimo libro? Dal fatto che volevo parlare di rapporti fra uomini e donne, di rapporti di coppia, e anche del rapporto esistente tra vita reale e immaginazione, che si agita in ogni persona, cioè tra quello che è e quello che invece si vorrebbe. Per farlo avevo bisogno di un personaggio che fungesse da rivelatore e Durante è nato così, è nato come personaggio che porta allo scoperto gli altri.
Quanto tempo ha impiegato a scrivere “Durante”? Un paio d’anni circa.
Si affeziona ai suoi personaggi? Sì, certo, mi affeziono, li capisco, perché convivo con loro molto a lungo. Quando si vive due anni con un personaggio, quest’ultimo diventa proprio come un amico molto intimo perché diventa una presenza costante nella vita di tutti i giorni.
Quando inizia a scrivere un romanzo sa già quale sarà il finale? No, di solito non lo so. So più o meno il percorso che voglio fare e la direzione in cui voglio andare, ma poi quella che è la conclusione assolutamente nasce via via. Mi avvicino per gradi a un possibile punto in cui poi smetterò di scrivere. Il finale lo scopro quindi scrivendo, andando avanti, mai all’inizio, ma a mano a mano che la storia procede, che i motivi della storia si stratificano. Via via che si evolvono i personaggi mi diventa più chiaro dove possono arrivare. Di sicuro non vorrei mai sapere il finale dall’inizio, mi sembrerebbe un viaggio troppo programmato, troppo pianificato.
Oltre a essere scrittore, è anche musicista e compositore. Ha iniziato presto ad amare la musica? Sì, ho cominciato da ragazzo a suonare la chitarra e poi ho imparato a suonare anche altri strumenti, il pianoforte e gli strumenti della famiglia dei mandolini, che mi piacciono molto. La musica è importante per me perché è un po’ come una vacanza dal mondo delle parole.
Fra le varie professioni che ha intrapreso, scrittore, musicista, fotografo, regista, quale preferisce? Senz’altro il mio lavoro, attraverso cui mi esprimo, è quello di romanziere, poi la conoscenza di altri linguaggi secondo me arricchisce l’esperienza e impedisce di stare chiusi in un mondo pensando che esista solo quello. Ci sono alcuni scrittori che pensano che il mondo sia fatto solo di libri e di altri scrittori; frequentando altri linguaggi, io mi ricordo sempre che non è così.
Lei crede nelle coincidenze della vita? Nel destino? Sì, io credo che esista un destino personale e che appunto le coincidenze non siano dovute al caso. Credo che ognuno abbia tutto sommato un percorso che segue, anche se magari sul momento non ne è consapevole e se ne rende conto solo dopo.
Ama di più le ore del giorno o della notte? Amo sia le une che le altre, ma per cose diverse, nel senso che io non lavoro mai di notte, lavoro di giorno e poi di notte preferisco fare altro.
Preferisce vivere con un ritmo sostenuto o ama i ritmi di vita tranquilli? Io preferisco i ritmi tranquilli perché sono gli unici che permettono poi di apprezzare quello che stai facendo, quando corri come un forsennato di solito non ti accorgi neanche di cosa fai.
Per cosa vorrebbe avere più tempo? In realtà io cerco di ritagliarmi il tempo per le cose che mi interessano, poi certo credo che chiunque vorrebbe qualche ora in più e avere un giorno magari di 26 o di 28 ore. Devo dire però che ho impostato la mia vita per avere tempo, per questo vivo in campagna e cerco anche di non crearmi dei programmi così incalzanti da lasciarmi senza respiro.
Ci sono persone che non riescono a stare in campagna, lontane dalla città, neanche un giorno, cosa le danno invece la natura e gli animali di cui ama circondarsi? Gli animali mi danno una comunicazione diversa da quella che si ha con gli umani, vale a dire una comunicazione non verbale, fatta di sensazioni, di condivisione di momenti, ed è una cosa che mi piace moltissimo. E poi con ogni specie animale la comunicazione cambia, per cui è differente se hai a che fare con un cane, con un cavallo o con un gatto, ogni volta devi trovare un terreno comune e questo già implica un rinnovamento, un diverso rapportarsi.
Nel tempo libero ama leggere? Amo leggere molto.
Quale autore secondo lei è veramente senza tempo? Shakespeare è sicuramente sorprendente, perché dopo tanti secoli continua ad avere un’incredibile contemporaneità. Ma i grandi autori sono senza tempo, basti pensare a Tolstoj, a Kafka, a Dostoevskij.
Le dà fastidio l’idea dello scorrere del tempo, della vecchiaia? Ma no! Credo che la vita sia fatta di cambiamenti, di sfumature, credo che ogni periodo della vita sia interessante, per cui…
Ora sta vivendo un buon periodo di vita? Sì, devo dire di sì, perché credo di avere, certamente più che in passato, un senso di consapevolezza e credo di realizzarmi nelle cose che faccio e nei rapporti che ho. Sì, sono contento di questo periodo.
Ha mai avuto voglia di fermare il tempo? Ogni volta in cui sono stato in un momento molto piacevole avrei voluto che durasse per sempre, credo che sia così un po’ per tutti. Però non mi è mai capitato di aver avuto il desiderio di tornare indietro nel tempo, questo mai.
In genere è più proiettato verso il futuro? No, no, cerco di essere nel presente, nel futuro cerco di non proiettarmi proprio mai.
Com’è per lei il tempo dell’attesa? Io cerco di non stare sospeso nell’attesa, quando deve uscire un mio libro, ad esempio, non è che io stia lì a mordermi le mani o stia in ansia, tendo a non pensarci, a fare altro.
Quando ha deciso di partecipare alla campagna “Scrittori per le foreste” lanciata da Greenpeace? Appena è stata lanciata, perché da sempre penso che la questione dell’ambiente sia la più grande che noi dobbiamo fronteggiare. I risultati della campagna sono stati abbastanza buoni: ci sono state molte adesioni di scrittori e di varie case editrici e io da allora ho cominciato a pubblicare tutti i miei libri su carta riciclata e certificata FSC, che unisce fibre riciclate post-consumo e fibre vergini provenienti da buona gestione forestale e da fonti controllate, quindi qualcosa da allora è cambiato.
Qual è il suo rapporto personale con il tempo? In realtà la percezione del tempo è enormemente soggettiva, chiunque sa che ci sono dei minuti che durano ore e viceversa delle ore che si bruciano in un istante. Credo che sia importante riuscire a viverla soggettivamente ed è quello che io cerco di fare. Certo, fare lo scrittore vuol dire anche voler essere padrone del proprio tempo, cioè non farselo dettare da altri e, una volta fatta una scelta di questo tipo, la si difende. |
