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Diverse
visioni del tempo
ANTOINE “Immaginate un piccolo bacino con dieci centimetri d’acqua blu turchese. È l’Oceano Pacifico, e questi dieci centimetri rappresentano i 3.000 metri di fondale. Immaginate di posare in fondo al bacino dei bicchieri,con il bordo a livello della superficie dell’acqua; bicchieri con la parete fina come il cristallo ma con il fondo molto spesso, come quelli da whisky. Anche questi bicchieri sono pieni d’acqua; ognuno rappresenta un atollo, e il bordo molto fine rappresenta la striscia di corallo, a volte coperta da qualche isolotto con palme. Immaginate un fondo così spesso che c’è posto solo per qualche millimetro d’acqua. Poi immaginatevi all’esterno dell’atollo, sul mare mosso, la vostra barca molto agitata dalle onde e tanta voglia di ripararvi in questa laguna tranquilla...” (Pierre Antoine Muraccioli).
“Da quando il giorno non è più giorno/da quando il sole non è più sole/da quando l’alba si è fatta strana/ho perduto la tramontana... l’ho perduta seguendo lei”. Era il 1968, quando Antoine si aggiudicò il quinto posto al Festival di San Remo con “La Tramontana”: la canzone, preceduta da “Pietre” l’anno precedente e seguita da altre quattro partecipazioni al Festival in anni successivi, resterà per due mesi in cima alla top ten italiana. L’anno dopo Antoine scoprirà per caso la navigazione a vela, e deciderà di partire per un lungo viaggio che non si è ancora concluso: intorno al mondo ma ancora dietro al microfono, e - in seguito - dietro alla cinepresa, alla tastiera del computer e alla macchina fotografica. Senza mai abbandonare la barca a vela. Lo abbiamo raggiunto per e-mail in Nuova Zelanda quando, dopo un mese di lavori sul suo catamarano “Banana Split”, si accingeva a fare rotta sulla Polinesia. di Flavia Farina
Dice di aver scoperto per caso la navigazione a vela: aveva raggiunto la notorietà come cantante sia in Italia che in Francia, eppure ha deciso di cambiare vita, partire e fare il giro del mondo. Com’è andata? Avevo affittato una casa sulla Riviera e nel garage ho trovato una piccolissima barca. Non sapevo nulla di navigazione e un pomeriggio, in cui non avevo altro da fare, l’ho messa in acqua e ho preso il largo. In poche ore mi sono convinto che sarebbe stato possibile vivere viaggiando. È stato così che ho cominciato a viaggiare raccontando i miei viaggi, semplicemente per guadagnare i soldi necessari per poter continuare a viaggiare.
Ma prima della barca a vela ci sono stati i successi di San Remo, il palco, i riflettori: ha partecipato a diverse edizioni anche durante i preparativi del suo viaggio, e quando è stato all’ultimo Festival era già in mare da cinque anni; cosa ricorda di quei tempi? Ho un ottimo ricordo di San Remo; non desideravo vincere: per me era solo un modo di fare conoscere al pubblico italiano le mie canzoni. Anche se le canzoni che cantavo a San Remo non le scrivevo io, ma grandi autori italiani. Io ne scrivevo altre; come tutte le buone cose, in parte per il piacere di scriverle e in parte per lavoro.
Come nasce una canzone? Viene da una dimensione che nessun autore può spiegare. Ogni canzone ha una storia diversa: alcune nascono da sole e sono finite in pochi minuti; altre, invece, ci mettono mesi o anni per trovare una forma.
Lei è stato showman, si è laureato in ingegneria, infine ha preso il mare ed è diventato giramondo: cosa l’ha portata su questa strada? L’idea di provare sempre cose nuove, e il rifiuto di limitarmi a una sola vita! La vita dello show business è interessante e mi ha dato l’occasione di viaggiare; ma quando sono in un paese nuovo non mi basta vedere solo l’aeroporto, gli studi televisivi e i grandi alberghi.
Aveva un obiettivo preciso, quando è partito? La mia idea era di fare il giro del mondo in cinque anni. Ma quando l’ho finito, ho continuato. Sono passati trentaquattro anni (e ne passeranno altri, a venire). Ho fatto due volte e mezzo il giro del mondo, di cui circa l’ottanta per cento in solitario.
Che differenza c’è tra la navigazione in solitario e quella in equipaggio? Da soli tutto prende una dimensione più importante. Tutto ha più sapore. La cosa bella è che ogni giorno è diverso. Se devo scrivere mi alzo prestissimo per lavorare un paio d’ore, dopodiché tutto il giorno è mio, per occuparmi della barca, per incontrare amici se è tempo di scalo; o per navigare e sognare, se sono in alto mare.
Però non ha tagliato i ponti con la terraferma; in tanti anni di navigazioni, ha pubblicato libri, diffuso documentari, portato avanti la sua attività musicale. Ha collaborato, raccontando di viaggi, con Canal Plus, Travel Channel, RaiDue. Come, e quanto spesso, si tiene in contatto con il resto del mondo? Comunico quasi ogni giorno attraverso il telefono satellitare Iridium. Quando c’e una connessione via Internet, comunico con Skype. Mi piacciono molto le possibilità che danno le tecnologie moderne, sia per comunicare che per la creazione. Ho comunicato via satellite con grandi personalità, mentre ero all’ormeggio negli atolli più sperduti. E ritorno in Europa circa due volte all’anno.
In uno dei suoi libri scrive di quanto sia importante avere del tempo a disposizione. Cos’ha provato quando ha conquistato una vita che le permetteva tanto tempo da dedicare solo, ed esclusivamente, a se stesso? Nei primi anni del mio viaggio tornavo a Parigi una volta l’anno; quando incontravo gli amici che avevo lasciato in Francia, mi dicevano: “Sembrano solo pochi mesi che sei partito!”. A loro, presi dalla vita quotidiana, il tempo era volato. Io, invece, avevo fatto così tante cose in nove mesi, e vissuto così tanti incontri, visto così tanti paesi, che avevo l’impressione di essere partito da diversi anni.
Molte persone ritengono che il tempo, con il passare degli anni, vada più veloce. Anche per lei, oggi, il tempo scorre più in fretta rispetto a quando è partito? Non ho quest’impressione: i miei giorni sono pieni di sensazioni interessanti. Quando guardo indietro e penso ai mesi passati ho l’impressione di avere fatto e vissuto talmente tante cose, che non mi sembra proprio che il tempo sia fuggito. In barca, il tempo è molto più brillante.
Se si volta indietro, a tanti anni dalla sua scelta, cosa pensa? Potendo tornare sui suoi passi, cambierebbe qualcosa? No, non cambierei niente; anche se so che esisteva un’altra possibilità: vivere una vita sedentaria in Francia, nella mia piccola, semplicissima, fattoria del Massiccio Centrale. Come un’isola, ma lontano del mare.
Il suo ricordo più bello, in tanti anni di navigazioni? Un isolotto deserto nelle Tuamotu, dove l’acqua era talmente trasparente che la barca sembrava volare al di sopra del fondo di sabbia. O il sorriso di una persona incontrata su un’isola.
Nel suo libro “Il giramare” scrive che per il navigatore solitario il mondo esterno è piuttosto buffo. A cosa si riferisce? Ai governi, a quelli che pretendono di guidare la gente.
Molti velisti e molti semplici sognatori vorrebbero trovare il coraggio di mollare gi ormeggi e “andare”: è una scelta difficile? Quale consiglio darebbe loro? Di farlo. Ma con piccoli passi, senza rompere niente: avventurarsi e andare un po’ più avanti. Il viaggio di una vita intera comincia con un piccolo passo: questo lo diceva il famoso navigatore francese, Bernard Moitessier.
Quanto costa vivere navigando? È una scelta di vita alla portata di tutti, o è necessaria una solida situazione economica alle spalle? Costa quello di cui hai bisogno per vivere: c’è gente che naviga intorno al mondo con soli cinquecento euro al mese, e c’è gente che spende dieci o cento volte di più. Ma i più felici non sono necessariamente quelli che spendono tanto.
Cos’è la solitudine? Come potrei rispondere in meno di seicento pagine? Per me è una cosa necessaria; se tutti facessero ogni tanto i solitari, le relazioni tra gli uomini sarebbero molto più felici...
PIERRE ANTOINE MURACCIOLI |
