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Diverse
visioni del tempo
LUIGI DE FILIPPO Luigi De Filippo, straordinario attore e autore di commedie, ci parla del suo percorso teatrale, del rapporto sereno che ha con il tempo e dell’eternità di un applauso.
“Quando li vedo recitare sul palcoscenico tutti e tre assieme, m’imparadiso!” così diceva, da bambino, Luigi De Filippo quando seguiva in teatro le prove di Peppino, Eduardo e Titina. Ormai da anni è Luigi a mandare in estasi le platee e a portare sul palcoscenico quella napoletanità che, con tutte le sue sorprendenti caratteristiche, si profila universale e maestra di vita. di Susanna Mancinotti
Che ricordi ha di quel tempo quando, da bambino, assisteva alle prove di suo padre Peppino e dei suoi zii, Eduardo e Titina? Ho un ricordo molto bello perché assistevo a qualche cosa di creativo. Le commedie del teatro umoristico dei De Filippo nascevano alle prove. C’era una traccia, un copione, ma poi questo copione veniva riscritto dalla fantasia, dall’improvvisazione di Peppino, Eduardo e Titina. La commedia piano piano veniva riscritta alle prove e alla fine veniva recitato un copione diverso da quello col quale si era iniziato.
Anche Titina improvvisava? Sì, certamente. Titina era la più grande di età e ha avuto sempre un certo ascendente sui due fratelli, anche se le veniva riservata una parte un po’ di fianco essendo donna. Era quello di allora un teatro che si prefiggeva soprattutto di mettere in risalto i personaggi maschili, quindi quelli di Eduardo e di Peppino. Titina ebbe, più avanti negli anni, la sua consacrazione quando interpretò “Filumena Marturano”, prima però non le furono date grandi occasioni.
Lei aveva deciso fin da bambino che sarebbe diventato un attore? No, io volevo fare lo scrittore. Io sono uno scrittore per vocazione e un attore per necessità. Ho sempre amato scrivere, per il teatro in particolare, infatti ho scritto e rappresentato dodici commedie, l’ultima, “Storia strana su una terrazza napoletana”, ha avuto l’anno scorso un grandissimo successo con centoquaranta repliche in giro per tutta l’Italia. È andata in scena anche a Roma, al teatro Quirino, ed è stata accolta magnificamente dal pubblico. Agli inizi il pubblico aveva cominciato ad avere verso di me una particolare curiosità, una particolare simpatia, che poi piano piano, con gli anni, si è tramutata in stima e adesso ho il mio pubblico che mi segue con affetto.
La commedia “Storia strana su una terrazza napoletana” racconta di un cane di nome Scugnizzo che vive in una famiglia napoletana. A un certo punto un componente della famiglia afferma che il cane parla e che rivela verità amare e scottanti. Che direbbe Scugnizzo oggi riguardo a quello che è successo a Napoli con l’immondizia? Beh, ne direbbe di tutti i colori. Napoli però uscirà fuori da questo momento di crisi. Certamente ci vorrà impegno e soprattutto volontà perché le cose non succedono così dal niente. Occorre un impegno personale dei politici, dei cittadini, del Governo, di tutti assieme. Napoli sopravviverà anche a questo perché è una città che è abituata a rinascere ogni giorno dalle sue ceneri, come l’Araba Fenice. Napoli poi ha dei cittadini che sono dotati di una capacità di speranza meravigliosa, la speranza che il domani sia migliore dell’oggi non li abbandona mai e questo fa affrontare tante difficoltà.
Quando è avvenuto il suo debutto in teatro? Nel 1948 con Eduardo, al teatro Eliseo di Roma ne “Le voci di dentro”, avevo solo diciotto anni.
Come mai debuttò con Eduardo e non con suo padre? Perché Eduardo mi dette questa possibilità. Mi chiamò e mi chiese se volevo fare parte di quello spettacolo.
Suo padre era contento del fatto che lei recitasse? Mio padre voleva che io non facessi l’attore, voleva che mi applicassi a un mestiere meno provvisorio di quello dell’attore, desiderava che intraprendessi una carriera da professionista. Gli sarebbe piaciuto che fossi diventato avvocato o prefetto, ma io non ero portato per una vita così tranquilla, mi attirava di più una vita piena di imprevisti, ma anche di belle soddisfazioni come quella sul palcoscenico.
Secondo lei il segreto della comicità è proprio nella ricerca dei tempi giusti? Da un punto di vista tecnico sì, ma da un punto di vista creativo la ricerca della comicità si esplica nel saper vedere con umorismo le situazioni più drammatiche che ci coinvolgono. La vera comicità, quella con la “C” maiuscola, quella che ti fa pensare, quella che ti fa sorridere, ma ti fa anche riflettere, deriva sempre da situazioni drammatiche se non tragiche. Bisogna saper vedere il lato umoristico della vita, infatti il teatro dei De Filippo si chiamava “teatro umoristico” perché l’umorismo è la parte amara, la parte agra della comicità, che non riguarda la farsa ma la commedia umana. Io cerco di proporre dei temi seri con un sorriso e di renderli graditi al pubblico. La prima cosa in teatro è non annoiare, cosa che riesce difficile a molti miei colleghi, che pare che lo facciano apposta a far scappare per la noia il pubblico dai teatri. Annoiano la gente con opere teatrali inutili, recitandosi addosso, e poi se ne fregano del pubblico perché recitano per se stessi, in quanto è così tanto il denaro che ricevono di sovvenzione dallo Stato, che anche se hanno la platea vuota non se ne preoccupano, perché non devono rendere conto a nessuno.
Durante le prove dei suoi spettacoli teatrali dà spazio all’improvvisazione? Certamente! Alla mia stessa improvvisazione e a quella degli attori che mi seguono. Io improvviso per me e per loro, dando molto spazio agli attori che stanno con me. Non sono un regista e un attore che “ammazza” gli altri attori, io li valorizzo. Quando vedo che ci sono delle qualità in un giovane attore, cerco di metterle in luce, anche perché poi di riflesso ne ho vantaggio anch’io.
Preferisce il periodo in cui prova lo spettacolo o quello delle rappresentazioni? Lo spettacolo dovrebbe andare in prova anche alla centocinquantesima replica. Il teatro di noi De Filippo è suscettibile sempre di variazioni, miglioramenti, improvvisazioni. Peppino ed Eduardo facevano così e anche io faccio così.
Ha scritto che il grande teatro, quello di qualità, quasi magicamente riesce a sintetizzare in un paio d’ore tutti gli stati d’animo della vita. Eh! Sì! È la verità. Poi il fatto che si spengano le luci in sala, che si apra il sipario e incominci una storia nella quale subito il pubblico crede, perché immediatamente si sente trasportato in un’altra dimensione e vive quella storia insieme agli attori, è già qualcosa di magico.
Quando ha iniziato a sentire che le sarebbe piaciuto scrivere per il teatro? Era il 1947, avevo solo diciassette anni ed ero andato a Napoli a trovare Eduardo nell’albergo dove allora abitava, il Bertolini, e lui volle leggermi una commedia che aveva appena terminato di scrivere, si trattava di “Filumena Marturano”. Ne rimasi così emozionato che me lo ricordo ancora, fu quella un’esperienza che mi lusingò, mi incuriosì, che mi rimase dentro e sicuramente mi invogliò a intraprendere la strada della scrittura.
Per quattordici anni Peppino ed Eduardo lavorarono insieme, poi si divisero. La separazione, secondo lei, ci fu per il desiderio di ciascuno di loro di trovare una propria autonomia o perché con il tempo in genere si cambia e si decide di intraprendere strade diverse? Subentrarono vari elementi, emerse in loro il desiderio di trovare una propria strada sicuramente, ma anche un po’ di gelosia. Nel nostro mestiere si vuole eccellere tutti, nessuno vuole restare una comparsa per tutta la vita. Noi cerchiamo spazio sul palcoscenico, poi se si hanno qualità e talento, come era il caso di Peppino e di Eduardo, è chiaro che diventa troppo stretto quel pollaio e due galli a cantare non ci possono stare.
Cosa le hanno insegnato Peppino ed Eduardo? Eduardo mi ha insegnato quanto sia importante il riferimento a Napoli, quanto sia affascinante, singolare, creativo portare la napoletanità sul palcoscenico, e mio padre mi ha insegnato la caparbietà. Quello di mio padre è stato per me un grande insegnamento.
In teatro si vive più di notte che di giorno: in genere lei preferisce le ore notturne? No, amo le ore del mattino. Io mi sveglio molto presto e quelle della mattina sono le ore migliori per scrivere, per immaginare, per fare dei progetti. Io non sono uno di quei teatranti che fanno tardi la notte e poi si svegliano a mezzogiorno. Io li odio quelli, sono dei perditempo, persone che non hanno niente da fare.
Qual è stato l’incontro che le ha cambiato la vita? Quello con Napoli, la mia città. Napoli è stata sempre fonte di ispirazione per me perché tutto quello che ho recitato e ho scritto ha avuto sempre per riferimento Napoli. Io ho avuto tre grandi maestri: Napoli con la sua creatività e la sua fantasia, i fratelli De Filippo per quanto riguarda la scrittura teatrale e la recitazione, e poi la commedia dell’arte come fonte inesauribile di invenzioni sulla scena.
In quale teatro si sente più a casa? Al teatro Quirino di Roma. È il teatro nel quale sono cresciuto, perché da ragazzo andavo sempre a vedere mio padre ed Eduardo che recitavano al Quirino. Per me tornare su quel palcoscenico da protagonista e avere lo stesso camerino che fu di Peppino e di Eduardo è fonte di grande soddisfazione.
Nella commedia che ha interpretato “Non è vero ma ci credo…” si parla della scaramanzia. Per caso in camerino ha un oggetto che per lei ha un significato scaramantico? Sì, un corno grosso così! Sono un po’ superstizioso. Il corno tiene lontano le disgrazie, le contrarietà e quindi lo tengo caro sperando che mi protegga.
Con il tempo, l’emozione che si prova quando il direttore di scena dà il quarto d’ora e poi il “chi è di scena” diminuisce o resta sempre forte? No, no, resta sempre forte, non serve l’esperienza, è un’emozione che si ripete ogni sera. Alle prime naturalmente si è emozionati in misura maggiore, ma poi anche alle repliche ci si emoziona. Se non si sente quel brivido nella schiena è meglio cambiare mestiere.
Ricorda una serata in cui il grande applauso del pubblico ha avuto per lei un significato particolare? Quando entro in scena il pubblico generalmente mi riconosce e mi applaude. Qualche mese fa sono tornato a recitare a Roma e quando sono entrato in scena si sono alzati tutti in piedi e mi hanno fatto un applauso che è durato secondo me un’eternità. Io mi sono sentito così commosso, così partecipe e grato che non riuscivo ad andare avanti e ho sentito la necessità di interrompere la recita e l’applauso e andare alla ribalta per ringraziare. Un’emozione incredibile…
Quando non lavora, come le piace trascorrere il tempo libero? Pensando al lavoro. La mia vacanza è quando lavoro. Quei sei mesi di tournée rappresentano la mia vacanza. Poi ci sono i mesi estivi e io li odio, perché mi tengono lontano dalla fantasia, dal mio lavoro e io sto male. Non ho hobby, amo lavorare e basta.
Quale sarà il prossimo spettacolo che metterà in scena? Riprenderò la commedia “Quaranta ma non li dimostra” che ho fatto quest’anno e che ha avuto un successo veramente eccezionale.
Nella commedia “Quaranta ma non li dimostra” si tocca il tema del tempo che passa, che una volta regalava l’appellativo di “zitella” alla donna di una certa età che non si era ancora sposata. È giusto, secondo lei, che oggi le donne facciano di tutto per nascondere i segni del tempo? Il tempo non si può fermare. Ci sono delle donne dal volto rifatto che fanno paura. Ed è un peccato che non abbiano capito in tempo che sarebbero state molto più simpatiche, piacenti e desiderabili se fossero rimaste com’erano.
Cosa consiglierebbe a un ragazzo che venisse da lei in camerino e le dicesse che vuole fare l’attore? Gli direi di avvicinarsi a questa professione, di andare a vedere molti spettacoli, di leggere testi di teatro, di mettersi insieme a dei compagni e di cercare di mettere su uno spettacolo e farsi conoscere, però gli direi anche che se cambia mestiere è meglio. Siamo troppi a voler fare questo lavoro, veramente troppi. Tutti gli scansafatiche che non sanno cosa fare si alzano la mattina e dicono “io sono un attore”, specialmente a Napoli. Fare l’attore invece è una cosa impegnativa, una cosa seria che richiede studio e sacrificio. Oggi i ragazzi vogliono apparire, possibilmente in televisione facendo i tronisti e le veline, per quello serve solo la faccia tosta e una bella presenza fisica, requisiti che non bastano a un attore.
Qual è il suo rapporto personale con il tempo? Io accetto tranquillamente il passare del tempo, ho settantasette anni, lavoro ancora e faccio quarantamila chilometri all’anno in macchina recitando in giro per l’Italia. Ho paura di una sola cosa: delle malattie, perché le malattie minano il fisico.
Suo nonno, Eduardo Scarpetta, aveva una particolare filosofia di vita che forse si può sintetizzare nella frase che fece scolpire sulla porta della sua villa a Posillipo: “Qui rido io”. Mio nonno viveva un’epoca spensierata, dove veramente un grande attore come lui, che a Napoli era il più amato e il più conosciuto, si poteva permettere di scrivere “Qui rido io”. Mio nonno non aveva tutti i pensieri che abbiamo noi oggi.
Qual è l’incontro che le ha cambiato la vita? Sinceramente non posso dire che ci sia stato un incontro che mi abbia cambiato la vita, ho avuto tanti incontri con persone significative, a partire da mio padre e mia madre che sono stati importantissimi per me, a Moravia, Pasolini… Non posso però dire che ce ne sia stato uno solo determinante, non me la sento di dirlo.
Qual è la sua filosofia di vita? Mah! Cercare di non avere troppi ricordi per vivere bene. Vivere nel presente, proiettato nel futuro, senza pensare troppo al passato. |
