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Diverse
visioni del tempo
DACIA MARAINI Dacia Maraini, autrice di romanzi, racconti, opere teatrali, poesie e saggi, vincitrice del Premio Campiello con La lunga vita di Marianna Ucrìa e del Premio Strega con Buio, ci parla del suo rapporto con il tempo, del tutto inesistente mentre scrive, perché ne perde completamente la cognizione, e assolutamente tiranno nella quotidianità.
“È un treno lento che arranca sulle rotaie. Si dirige verso nord. Amara se ne sta seduta composta, in preda a una sorta di eccitazione sonnolenta. Il primo lungo viaggio della sua vita. Un treno che si ferma a ogni stazione, ha i sedili decorati da centrini fatti a mano e puzza di capra bollita e di sapone al permanganato”. È questo l’incipit dell’ultimo, intenso, romanzo di Dacia Maraini, “Il treno dell’ultima notte”. Narra la struggente storia di Amara, che per ritrovare Emanuele, l’inseparabile amico d’infanzia, di cui le restano solo un pugno di lettere e un quaderno ritrovato nel ghetto di Lodz, attraversa in treno l’Europa del 1956. di Susanna Mancinotti
Cosa ricorda del tempo in cui da bambina abitava a Porticello, in Sicilia, proprio davanti al mare? Porticello è una frazione di Santa Flavia, in provincia di Palermo. Eravamo tornati da poco dal Giappone, io avrò avuto circa undici anni, e ricordo un mare molto pulito, un mare non ancora inquinato, e poi non c’era il cemento che c’è adesso e che ha rovinato tutto.
Lei ha avuto dei genitori con uno spirito molto aperto e libero, tanto è vero che nel libro “Il gioco dell’universo” racconta che inviarono, come partecipazione di nozze, una fotografia di loro due nudi su una spiaggia. Cosa ha significato per lei, quando era bambina? È stato un apprendistato alla libertà, al coraggio, all’essere coerenti con le proprie idee.
Da piccolissima, ha vissuto un periodo particolarmente sereno in Giappone, a Sapporo, e c’è una foto che la ritrae con dei piccoli sci ai piedi insieme a suo padre. Ha dei ricordi di quel tempo? Sì, ricordo soprattutto la neve, c’era tanta neve dappertutto, era un Paese perennemente sotto la neve.
Infatti una delle sue sorelle, che era appena nata quando vivevate a Sapporo, si chiama “neve”. Sì, si chiama Yuki, che in giapponese vuol dire neve.
Crede che una foto riesca veramente a fermare il tempo e a catturare il momento irripetibile? Per l’immaginazione sì. Il tempo naturalmente scorre, ma per l’immaginazione con quella foto si è creata una frattura nel naturale scorrere delle cose. Le fotografie sono un po’ come la memoria, che a volte è selettiva perché ricorda certe cose e altre no.
Ci fu un periodo tremendo nella sua vita, quello del campo di concentramento per antifascisti a Nagoya. Com’ è il rapporto con il tempo quando si ha una fame così incredibile da mangiare le formiche? La fame è una brutta bestia. Io avevo sei anni, cercavo le formiche nel campo di concentramento e le mangiavo. Per due anni sono rimasta in quel campo con i miei, fino all’età di otto anni. Non ci si rende conto ma la fame è terribile, subentra una tale disperazione… Perché non si riesce a saziarla quella fame, si pensa solo a cercare di mangiare e si pensa solo a come saziare quella tremenda fame. Quando la fame è così forte non si riesce a pensare ad altro, diventa molto ingombrante, non c’è possibilità di dimenticarla, è lì, è come un dolore, come un atroce mal di denti. Uno può pensare a centomila cose belle, può succedere di tutto, ma se il dolore c’è, non c’è niente che lo faccia scordare.
Suo padre, essendo antropologo, usò un terribile stratagemma nel campo di concentramento, quello di tagliarsi un dito e lanciarlo contro uno dei guardiani. Questo fatto, secondo un’antica tradizione giapponese, aveva il potere di creare un’obbligazione. Infatti il guardiano, dopo alcuni giorni, vi portò una capretta, il cui latte rappresentò la vostra salvezza. Il gesto estremo di suo padre ha in un certo senso formato e rafforzato il suo carattere? Mio padre era un uomo molto coraggioso e quel suo gesto è stato un esempio che ha certamente influito sulla mia vita. Mio padre affrontava sempre le cose apertamente, con coraggio, senza tirarsi indietro, senza cercare di aggirarle, era fatto così.
Ha influito molto quindi la figura paterna su di lei? Sì, ma anche quella di mia madre. Mia madre era coraggiosissima, era una leonessa, era una donna di grande coraggio e forza d’animo. Devo dire che in famiglia quello che non mancava era il coraggio, mancavano tante altre cose, dal punto di vista pratico, per esempio è sempre mancato denaro a casa nostra, però il coraggio c’era.
Il tempo ha affievolito le ferite dell’animo subite nel periodo del campo di concentramento a Nagoya e l’odio verso i vostri diretti carcerieri? Sì, certamente. Comunque c’è da distinguere tra i carcerieri che se la prendevano in modo meschino anche con dei bambini e la popolazione giapponese. I carcerieri erano odiosi e li abbiamo proprio odiati, anche se non abbiamo mai pensato a vendette, il popolo giapponese invece era molto aperto e amichevole.
Quando ha capito che sarebbe diventata una scrittrice? Io l’ho sempre pensato. Non mi figuravo di diventare una scrittrice di successo, ma l’ho sempre pensato. Scrivevo sul giornale della scuola quando avevo tredici anni, scrivere è sempre stata una passione per me. Poi ho sempre scritto, quindi non è che avessi dei dubbi.
Il tempo ha affievolito i ricordi dei suoi primi innamoramenti avvenuti quando si trovava a Bagheria o restano intatti? Naturalmente si vive nel presente, con l’intensità propria del presente, però per uno scrittore, per una scrittrice i ricordi sono importantissimi perché scandiscono la memoria, il passato. Io ho molto presente il periodo che ho vissuto a Bagheria. Ricordo per esempio anche com’era Bagheria, che era un piccolo paese vicino al mare di una bellezza da togliere il fiato, piena di ville del Settecento con parchi meravigliosi. Adesso l’hanno rovinata perché per costruire in maniera selvaggia, senza criterio, hanno distrutto i parchi, mantenendo a stento le ville del Settecento.
C’è stato qualcun altro, oltre a suo padre, che l’ha mai chiamata Dacina? No, stranamente solo lui mi ha sempre chiamata Dacina, anche da grande. Qualche volta mi chiamava Daciuzza, alla siciliana, perché mi chiamava così mia madre, che è siciliana.
Nel 1992 ha rivisto con suo padre la villetta dove viveste a Kyoto, che impressione ha provato? Tutto mi è sembrato più piccolo perché quando si è bambini tutto sembra enorme. Il giardino della villetta, che mi sembrava tanto grande, quando poi l’ho rivisto mi sono resa conto che era invece un giardino minuscolo. C’era poi un albero al centro del giardino che per me era un punto di riferimento. Io ero sempre intorno a quell’albero e mi ci arrampicavo anche sopra, mi sembrava grande come una casa, è invece un albero normale, insomma niente di speciale.
Passa mai il tempo a guardare il cielo, di notte o di giorno? Sì, sì tante volte. Specialmente in montagna perché in montagna il cielo è pulito. In città è difficile guardare il cielo, uno non si accorge neanche della luna piena perché ci sono troppe luci. Ho una casa in montagna, a Pescasseroli, in Abruzzo, e quando vado lì io riesco veramente a vedere le stelle. Mi piace molto guardare le costellazioni. Cassiopea è una costellazione che sta proprio sopra la mia casa, e io la guardo sempre mentre passeggio la sera, perché spesso dopo mangiato faccio una passeggiata di notte, anche se è inverno. Sì, mi piace guardare le stelle, guardare il Carro, che lì, in montagna, si vede perfettamente ed è bellissimo.
È vero che scrivendo “La lunga vita di Marianna Ucrìa” non ha adoperato mai una parola che fosse nata dopo il 1780? Sì è vero, e mi sono servita di un dizionario etimologico, che dice sempre quando è nata una parola.
Secondo lei con il passare del tempo la lingua italiana si è imbruttita? Non è che si sia imbruttita, si è involgarita. Si è impregnata poi di termini stranieri e non si capisce il perché. Non mi piace che ogni due parole italiane si metta una parola inglese, e trovo pazzesco che addirittura un ministero sia chiamato welfare. C’è un servilismo linguistico che non mi piace per niente. La lingua italiana in questo senso si è molto impoverita. Non dico di arrivare alla maniacalità dei francesi che non accettano nemmeno una parola straniera e trovano sempre il termine equivalente in francese, però tutto si può dire in italiano perché l’italiano è una lingua bellissima, ricca, complessa e assolutamente non semplicistica.
Come cambiano i tempi letterari quando si scrive un romanzo e quando si scrive per il teatro? Il tempo narrativo è un tempo che si può definire orizzontale, è un tempo lungo, il tempo teatrale è invece un tempo verticale. Il teatro ha infatti tempi strettissimi. Quando si scrive per il teatro bisogna fare i conti con la persona umana, che agisce con il suo corpo lì sul palcoscenico e che deve dire quelle frasi, invece nello scrivere un romanzo ci si può dilungare con dei lunghi ragionamenti, lunghe riflessioni e osservazioni, che non si possono assolutamente scrivere per il teatro perché il teatro è azione.
Ama di più scrivere romanzi o testi teatrali? Io mi considero una raccontatrice di storie e nasco come romanziera. Ho sempre un romanzo in gestazione e sto sempre lavorando a un romanzo, però mi piace molto anche scrivere per il teatro.
Nel suo libro, “Il treno dell’ultima notte”, Emanuele scrive ad Amara: “Che ore saranno al tuo orologio? E che ore saranno nella tua testa dove io non ci sono?”. Come cambia secondo lei la percezione del tempo quando si è innamorati? Eh! Cambia moltissimo. In fondo è proprio come se l’orologio di chi è innamorato fosse diverso da tutti gli altri, perché, se l’amato o l’amata è assente, accade come se l’orologio improvvisamente rallentasse: le ore passano molto più lentamente, tutto diventa più faticoso e più lento. Il tempo dell’attesa è un tempo lungo, lunghissimo, come il tempo della separazione.
La storia de “Il treno dell’ultima notte” è molto intensa, parla dei campi di concentramento nazisti. Cosa l’ha portata a scrivere questo libro proprio in questi anni? In realtà questo libro lo avevo cominciato prima di scrivere “Colomba”, otto anni fa, poi l’ho abbandonato e hanno preso in me il sopravvento i volti e le foreste dell’Abruzzo e non so spiegarmi il perché. Sono processi in fondo più misteriosi di quello che si pensi, io so solo di aver seguito l’istinto narrativo.
Fa una scaletta, a cui si attiene, quando scrive un romanzo oppure scrive giorno dopo giorno e in qualche modo la vita che vive, nel periodo in cui sta scrivendo, influisce sullo svolgersi del romanzo che sta nascendo? Io non faccio scalette, non so mai come va a finire il romanzo che sto scrivendo. Non lo so mai né lo voglio sapere. Solo ascoltando e seguendo i personaggi, piano piano, scopro dove va il romanzo. Bisogna avere l’umiltà di seguire il corso della storia come fosse il corso del fiume, che ha un suo destino, un suo percorso che non si può cambiare.
Quanto tempo ha impiegato a scrivere questo suo ultimo libro? Ci ho messo quattro anni.
Quello che si vive durante il periodo in cui si scrive non può non influire in qualche modo sulla scrittura stessa. Infatti è così. Io ho avuto un mio compagno, che, mentre scrivevo questo libro “Il treno dell’ultima notte”, è stato malato gravemente ed è poi morto. Credo che si possa dire che questa esperienza di grande dolore e anche di accompagnamento della sua malattia (perché la mia presenza in ospedale era continua, tutti i giorni io andavo a trovarlo) abbia influenzato anche la dolorosità di questo libro.
A pagina 85 de “Il treno dell’ultima notte” c’è una domanda che si fa la protagonista: “Si può fermare il tempo per amore?”. Lei cosa ne pensa in proposito? Penso di sì perché il tempo tende a distruggere, l’amore invece si oppone alla distruzione e in questo suo opporsi c’è un arresto del tempo. Il tempo distrugge con una rapidità fulminea, basti pensare che nel nostro corpo ogni giorno non so quante migliaia di cellule vengono distrutte e si rinnovano: è la vita, insomma la vita ha bisogno di distruggere. L’amore invece ha questa forza meravigliosa di opporsi alla distruzione, e si può amare una persona per tutta la vita e questo è un miracolo. È una delle cose più belle dell’essere umano. L’amore si oppone al destino di qualsiasi altro sentimento, di qualsiasi relazione umana, che viene trascinata nel gorgo dell’oblio e si oppone con una forza straordinaria. L’amore e il ricordo sono due forze molto umane, che in natura non esistono, la natura infatti tende a distruggere e a dimenticare.
Quando scrive ama di più creare i personaggi buoni o quelli cattivi? Di solito c’è un’identificazione con i personaggi e io cerco di capire anche quelli cattivi, però se si comportano male c’è un giudizio. Se un personaggio, che sta dentro un mio libro, si comporta in maniera disumana, la cosa mi indigna e credo che poi questa indignazione venga fuori e si faccia sentire.
Vorrebbe avere più tempo libero durante la giornata? Eh! Magari! Sì! Le mie giornate mi stanno sempre strette. Ho sempre tante cose da fare perché tendo a prendere molti impegni. Ho poi innato il senso del dovere, quindi non c’è niente da fare, se prendo un impegno vado fino in fondo e mi ci dedico completamente. Adesso, per esempio, ho preso l’impegno di condurre un festival di teatro in Abruzzo, naturalmente per ragioni culturali e per partecipare allo sviluppo, nell’ambito della cultura, di un piccolissimo paese abbandonato di montagna. Però effettivamente questo impegno mi porta via tanto tempo e tanta energia che certe volte mi chiedo chi me l’abbia fatto fare a prenderlo. Se si prende un impegno, però, bisogna portarlo avanti perché ci sono delle persone che ti hanno dato fiducia e che hanno investito su di te. A volte così i miei impegni mi sopraffanno perché diventano molto gravosi, però non li abbandono.
Qual è l’incontro che le ha cambiato la vita? Sinceramente non posso dire che ci sia stato un incontro che mi abbia cambiato la vita, ho avuto tanti incontri con persone significative, a partire da mio padre e mia madre che sono stati importantissimi per me, a Moravia, Pasolini… Non posso però dire che ce ne sia stato uno solo determinante, non me la sento di dirlo.
Sta già pensando al prossimo libro? Sì, ci sto riflettendo sopra, ma si tratta solo ancora di ipotesi, perché io ci lavoro con la testa prima di cominciare un libro. Poi comincio a scrivere e di solito non impiego mai meno di tre anni.
È vero che la neve la commuove perché la riporta indietro nel tempo? Sì è vero, è verissimo, la neve mi commuove. Mi piace tanto la neve, mi dà un senso di pace, di grande bellezza. Per me un paesaggio innevato è qualche cosa di straordinario. La neve mi dà una grande serenità, forse anche perché mi ricorda delle cose molto belle della mia infanzia.
Qual è il suo rapporto personale col tempo? È un rapporto contraddittorio. Non mi accorgo del tempo che passa, soprattutto quando scrivo proprio non me ne accorgo. Sono anche distratta, se io non avessi l’orologio proprio non mi accorgerei delle ore che passano, non mi accorgerei neanche dei giorni, non saprei neanche che giorno è, ho bisogno sempre del calendario a portata di mano perché perdo facilmente la nozione del tempo. Ho una memoria molto visiva, molto precisa, mi ricordo tante cose del mio passato. La mia memoria è legata a delle emozioni, non a delle date. Non mi ricordo neanche le date dei miei libri, devo andare a guardare.
Ha un rapporto quindi un po’ difficile con il tempo durante la giornata? Non ne parliamo! Ieri avevo preparato i carciofi per mia madre, ero andata infatti al mercato, avevo preso dei carciofi bellissimi, quelli romani, li avevo puliti tutti, avevo speso un’ora per pulirli, li avevo messi sul fuoco, e mi ero detta: “Adesso vado a scrivere un po’”. Mi sono dimenticata di tutto e si sono bruciati, si sono carbonizzati, una rabbia! Me ne sono accorta solo perché ho sentito l’odore. |
