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EDITORIALE
Verso il futuro? Le nuove tecnologie contagiano l’orologeria elvetica. Come virus stagionali, l’uso di materiali inediti si propaga da una Casa all’altra (anche grazie alle numerose collaborazioni e joint venture fra i marchi) e le ultime tecnologie produttive si diffondono fra le manifatture. Tutto ciò è un bene o un male? Si possono analizzare i perché e i come, ma il fatto evidente è che le novità, in campo orologiero, nel giro di una stagione contagiano la maggioranza delle Case produttrici. Un esempio su tutti è l’uso del silicio, nella maggioranza dei casi impiegato per le sue effettive qualità meccaniche, ma a volte anche sbandierato come specchietto per le allodole dagli esperti di marketing. Sta allora a noi andare a capire dove e quando la novità costituisca effettivamente un miglioramento e dove e come sia solo uno strumento di vendita. Altri casi sono meno lampanti, ma spingono comunque alla riflessione. Prendiamo ad esempio gli ambienti in cui sono assemblati gli orologi. Nella fantasia di tutti noi è ben presente l’immagine dell’orologiaio chino sul suo banchetto, con piccole campane di vetro a protezione dei minuscoli pezzi e utensili e strumenti di ogni foggia disposti con ordine tutt’intorno. Nella Svizzera dei secoli passati il banco dell’orologiaio si trovava solitamente al piano più alto del fabbricato, che questo fosse la sua casa o una giovane manifattura, per godere il più possibile della luce del sole. Sua nemica principale: la polvere, che insinuandosi nei preziosi meccanismi degli orologi poteva creare dei problemi di funzionamento. Poi sono arrivati gli aspiratori e i cattura polvere elettrostatici, che hanno dato un grande aiuto al lavoro dell’orologiaio, soprattutto nella fase finale, in cui il movimento viene messo in cassa e pelucchi o pulviscolo possono depositarsi sul quadrante dell’orologio (con un evidente risultato antiestetico). La lotta alla polvere sembrava essersi esaurita, ma lo sviluppo tecnologico no.
Ricordo molti anni fa una visita ai laboratori dell’Alenia Spazio (allora chiamata Selenia), dove sono assemblate parti elettroniche di satelliti e razzi. Nei sofisticati chip che supervisionano le funzioni delle apparecchiature spaziali la polvere può causare guai molto seri. Perciò i componenti venivano assemblati in camere bianche, da personale vestito con tute antistatiche, in atmosfera controllata. Si trattava all’epoca di una tecnologia spaziale… appunto. Oggi la stessa tecnologia è impiegata in diversi campi dell’industria e passo passo si è espansa anche nel settore orologiero. Dove di elettronica non si parla più. Dove le dimensioni del granello di polvere che possa causare danni al prodotto finito sono ben maggiori di quello che occorre evitare in un microcircuito elettronico. Ma il fascino del nuovo è irresistible. Ed ecco che magnifiche manifatture di preziosi oggetti di alto artigianato, quali sono gli orologi, si trasformano piano piano in enormi camere bianche, con gli orologiai “incapsulati” in tute intere e cuffiette, dove lo sguardo del giornalista non può accedere (e men che meno la sua “contaminata” macchina fotografica). Ora la domanda è: ma siamo sicuri che tutto ciò sia necessario? Non si sta andando verso una estremizzazione inutile? Stiamo pur sempre parlando di orologi meccanici, che necessitano di revisioni periodiche: anche quelle saranno eseguite in laboratori asettici? Ne dubitiamo (avendo visitato numerosi centri assistenza ufficiali). Per favore, ridateci il vecchio orologiaio nel suo abbaino e il piccolo difetto del prodotto non omologato, ma bello perché unico: il vero manufatto. Dody Giussani |
