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EDITORIALE

Speciale Saloni 2008

Le migliaia di visitatori delle principali esposizioni del settore orologiero, tenutesi ad aprile, testimoniano il crescente interesse per l’orologeria in tutto il mondo. Tanti i mercati in sviluppo, e non si tratta soltanto di regioni emergenti, quali la Cina e la Russia, ma anche di nazioni europee come la Francia, in cui la cultura della bella orologeria, sull’esempio italiano, si sta diffondendo sempre di più.

In questa situazione di fermento a livello mondiale, iniziata già quattro anni fa, con un incremento delle esportazioni svizzere del 50% rispetto al 2004 (+16% solo nel 2007), tutti i grandi produttori riconoscono all’Italia l’importante ruolo di rompighiaccio. Il nostro è stato per decenni il primo mercato europeo e il terzo a livello mondiale per l’orologeria svizzera, mentre il resto del mondo ancora indossava senza distinzione orologi al quarzo di produzione orientale. Ora che la cultura della bella meccanica si è diffusa nel mondo, il ruolo dell’Italia si fa meno preponderante in termini di numeri, ma rimane di riferimento per il gusto e lo stile, così come accade nella moda. Alla stampa, ai distributori e ai negozianti italiani sono poste con apprensione domande fondamentali sul gradimento dei nuovi modelli, anche dai produttori più importanti, i quali guardano con interesse ai risultati di vendita nel nostro Paese dei loro prodotti più recenti. E gli Italiani rispondono senza mezze misure. Se a livello di vendite immediate, mercati come gli Stati Uniti danno a volte l’impressione di essere dei trend setter, in realtà il gusto d’oltreoceano sforna più facilmente le cosiddette “meteore”, mentre un modello che abbia avviato la sua fortuna sul mercato italiano continuerà a vendere sul lungo periodo anche nel resto del mondo.

Allora, ci chiediamo: perché molti dei nuovi modelli faticano ad arrivare nelle nostre orologerie e siamo sempre più spesso costretti a recarci all’estero per aggiudicarci l’ultima creazione di questa o quella Casa? La ragione è da ricercarsi proprio nel potere dei grandi numeri, per cui i mercati più ricchi sono spesso privilegiati: si stima che in Cina vivano oltre 3 milioni di persone con un reddito superiore a 1 milione di dollari. Contro l’evidenza di queste cifre c’è poco da ribattere. Tuttavia, in altri campi c’è molto da fare per non restare indietro, almeno rispetto agli altri Paesi europei. In Italia stiamo ancora soffrendo le conseguenze di una congiuntura economica poco positiva e allo stesso tempo hanno luogo una serie di eventi controproducenti per il mercato dell’orologeria, che come utenti finali abbiamo il diritto/dovere di contrastare. Si va dal commercio dei falsi, che ha in Italia il punto di accesso privilegiato per raggiungere il resto dell’Europa (oltre che uno dei suoi luoghi di produzione), al mercato parallelo, alimentato sia da realtà distributive compiacenti che dal cliente finale italiano, sempre alla ricerca dello sconto a ogni costo e poco attento ai servizi offerti dal commerciante oltre che ai propri diritti di consumatore. La qualità dei negozi di orologeria dipende anche dalle richieste e dalle aspettative del cliente. Come utilizzatori finali, dovremmo iniziare a pretendere l’alta qualità del servizio, oltre che del prodotto. Il punto vendita è il nostro interlocutore più importante e non deve essere ridotto a un mero collegamento con il produttore. Se le orologerie perdono il loro ruolo di riferimento, finiranno per essere prevaricate da un lato dai negozi a gestione diretta (le cosiddette boutique) e dall’altro dai canali commerciali paralleli - come Internet - e allora sarà anche il cliente finale, ossia noi appassionati, a pagarne le conseguenze. Si pensi che la crescita del commercio online avanza a un ritmo del 30% annuo nel mondo che Internet è il primo canale per la commercializzazione di prodotti falsi (il cui smercio cresce allo stesso ritmo). Il negozio rimane l’unica garanzia contro il pericolo di incappare in un prodotto contraffatto, ma per essere scelto dal cliente deve essere in grado di fornire un servizio serio e competente e, al tempo stesso, di regalare un’esperienza di acquisto che sia gratificante. Se è vero che la globalizzazione sta portando le città della variegata Europa ad assomigliarsi un po’ tutte dal punto di vista delle realtà commerciali, l’unico modo di far sopravvivere le realtà locali, il proprio sistema rispetto a quello proposto dalle grandi multinazionali, è fare in modo che tale sistema offra risultati migliori. Alcuni dei nostri negozianti già stanno lavorando nell’ottica di un’evoluzione positiva e moderna del punto vendita, finalmente con una propensione verso le aspettative di un pubblico maturo, che si confronta sempre più spesso con realtà più avanzate o semplicemente più pronte al cambiamento.

Dody Giussani