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Diverse
visioni del tempo
ANDREA CAMILLERI “La forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”, “La voce del violino”, “Il giro di boa”, ma anche i tanti romanzi storici hanno fatto di Andrea Camilleri uno degli scrittori più amati e conosciuti nel mondo. Con noi parla della sua filosofia del tempo, che esclude l’impazienza perché, come ci dice, “U tempu e la pagghia fanno maturare i zorbi”.
L’amore di Andrea Camilleri per Montalbano, il suo personaggio più famoso, è contraddittorio. Lo ama per tanti motivi, non ultimo la sua grande popolarità, ma nello stesso tempo vorrebbe metterlo da parte e allontanarsene. Ha addirittura, come ci racconta, sentito il bisogno di pensare alla sua fine: il libro è già scritto e sta in mani sicure, eppure, nonostante tutto questo, Camilleri torna in libreria con una nuova storia di Montalbano: “Il campo del vasaio”. di Susanna Mancinotti
Che rapporto ha con la Sicilia che ha deciso di lasciare poco più che ventenne? Quel grande giornalista che è Vittorio Nisticò, che è stato il direttore dell’“Ora” di Palermo, diceva che i siciliani si dividono in siciliani di scoglio e in siciliani di mare aperto. I siciliani di mare aperto sono quelli che, una volta salpato, si allontanano molto, vanno a finire nei mari del nord e dimenticano le radici. I siciliani di scoglio sono quelli che hanno un cordone ombelicale abbastanza lungo per arrivare allo scoglio più vicino, scoglio che può essere Roma, Milano o Torino. Però poi questo cordone ombelicale li tira in qualche modo e li fa ritornare. Io avevo creduto di essere un siciliano di mare aperto, ma mi sono reso conto di essere un siciliano di scoglio.
Cosa ricorda del tempo in cui da ragazzino correva per le strade di Porto Empedocle? Ero figlio unico: un fratello e una sorella, che mi avevano preceduto, erano morti giovanissimi. Io ero un po’ discolo, non andavo a scuola mentre dicevo ai miei che ci andavo. Una volta saltai un trimestre intero e quando mi diedero la pagella cancellai, con quella che allora si chiamava scolorina, le assenze e mi misi dei voti discreti. Non è che mi misi degli otto o dei nove, ma qualche cinque, qualche sei, dimenticandomi però che il preside era amico di mio padre, che era già stato informato della disastrosa pagella. Così, quando tornai a casa con quella corretta, mio padre rimase allibito e allora, d’accordo con mia madre, decise di mandarmi in collegio per rieducarmi.
È vero che dormiva con una bambola e che a dieci anni si è imbarcato su un peschereccio? Io volevo una sorella che mia madre non mi poteva più dare e allora mi diede il confortino: mi comprò una bambola gigantesca.
Di solito un bambino vuole un fratello… No, no, di un fratello non me ne fregava niente, volevo una sorella. E così la bambola me la sono tenuta fino ai dodici anni d’età, ormai ridotta in condizioni pietose. Alla fine poteva andar bene per un film dell’orrore, però il fatto della bambola era un segreto mio. Ed è vera anche la storia del peschereccio perché a dieci anni dissi a mio padre che volevo imbarcarmi per due giorni, così lui mi lasciò andare. Ma essendo un ragazzino, dopo un po’ mi addormentai. Quando mi svegliai vidi delle lontane luci e credetti che stessimo tornando a Porto Empedocle. Invece erano le luci della costa tunisina. Eravamo andati a pescare in acque straniere!
Di quel bambino così scapestrato c’è ancora molto dentro di lei oggi? Io penso di sì, ma ci sono delle oggettive situazioni che me lo impediscono, vale a dire gli ottantadue anni d’età.
Al liceo ebbe un professore di italiano straordinario… Si chiamava Cassesa. Il primo giorno che venne ci disse che ci avrebbe fatto solo sei lezioni l’anno, perché, per quello che valeva lui e per quanto gli passava lo Stato con lo stipendio, non riteneva che ne dovesse fare di più. Sarebbe rimasto in classe a dormire e noi non avremmo fatto troppo rumore così nessuno si sarebbe accorto di niente. Ci fece sei lezioni spettacolari. Noi ne volevamo altre e allora lui ci disse che le avremmo potute avere se gli avessimo fatto trovare sulla cattedra per ogni lezione un pacchetto di Milit, le peggiori sigarette di allora. Solo anni dopo capii quello stratagemma. Noi facevamo la colletta, gli facevamo trovare sulla cattedra il pacchetto di sigarette e a quel punto pretendevamo che la lezione durasse fino all’ultimo minuto perché l’avevamo pagata noi.
Perché fu costretto nel ’50 a lasciare l’Accademia d’Arte Drammatica? Perché mi venne ritirata la borsa di studio. Era d’estate, non stavo a Roma e partecipavo insieme ad altri allievi dell’Accademia a un grande spettacolo di Orazio Costa. Io facevo l’aiuto, oltre a dire due battute. Dormivamo, noi ragazzi, nel convento dei francescani, mentre le ragazze dormivano in quello delle Clarisse. Di notte per poter stare con la mia ragazza, io entravo di nascosto nel convento e andavo nella sua stanza e poi alle quattro del mattino saltavo giù dalla finestra, che per fortuna era bassa. Le prove dello spettacolo finivano molto tardi e una mattina non mi svegliai per tempo. Una suora entrò nella stanza all’improvviso, la mia ragazza si svegliò e per lo spavento cadde dal letto. Io, afferrati i miei vestiti, scappai dalla finestra, ma ormai mi avevano scoperto. Fu un brutto momento quello, perché mi ritrovai a Roma senza arte né parte.
Andò via da Roma? No, cercai di trovare lavoro. Due produttori della Minerva Film mi diedero da leggere delle sceneggiature: dovevo segnalare quelle più interessanti. La mia paga consisteva in cinque stecche di sigarette di contrabbando alla settimana, che io rivendevo, ma tiravo avanti a mala pena. Dopo un anno Sandro D’Amico si ricordò di me e vedendo che sapevo molte cose di teatro, mi chiamò all’Enciclopedia dello Spettacolo. Mi assunse come redattore per il teatro francese e italiano contemporaneo. Quel lavoro mi consentì anche di sposarmi.
Cosa l’affascina di più del dialetto siciliano e che ritmo dà ai suoi romanzi? Io ho adoperato questa lingua “mescitata” perché era quella che mi dava la maggiore possibilità di coincidenza tra ciò che volevo dire e ciò che dicevo. Diciamo che per me è stata una necessità. A molti la mia scrittura dà l’idea di una sorta di composizione musicale e devo dire che in alcuni miei libri, come per esempio nel romanzo “Un filo di fumo”, c’è una sorta di composizione con solisti e coro.
La Sicilia di oggi è diversa da quella di ieri? Non c’è dubbio, anche se può apparire quasi uguale. In realtà io credo che le modificazioni di noi siciliani avvengano lentissimamente perché sono modificazioni sostanziali, che intaccano secoli di tradizione e il DNA della nostra terra. Però, una volta recepite, finiscono con l’essere irreversibili.
I profumi e i sapori della gastronomia siciliana la riportano indietro nel tempo? Io sono stato educato a quella gastronomia e quindi tornarci, parlandone nei miei libri, continua a essere non solo una sorta di omaggio, ma soprattutto un fatto di transfert; nel senso che non potendo più mangiare, se non con la fantasia, le specialità siciliane di cui racconto, io mi sfogo narrando.
Quando decide di scrivere un romanzo lei dice di partire sempre da un fatto accaduto, che può essere anche una semplice frase sentita dire; qual è stato quel particolare punto di partenza di questo suo ultimo libro edito da Sellerio, “Il campo del vasaio”? Tutti i romanzi di Montalbano nascono sempre da un fatto di cronaca e quello che è alla base di questo mio romanzo è il ritrovamento del corpo di un uomo squartato, avvenuto sette/otto anni fa. E io mi sono domandato: “Perché squartato?”. Questo è stato il punto di partenza e poi mi sono inventato tutto quello che ne consegue: il fatto che è stato squartato in trenta pezzi, il collegamento tra il numero trenta dei pezzi e i trenta denari di Giuda… L’input è sempre un fatto vero. Perfino il primo romanzo che ho scritto di Montalbano, “La forma dell’acqua”, viene dalla cronaca: un deputato democristiano morì in casa dell’amante e poiché la cosa poteva generare uno scandalo, lo presero così come era, morto, e lo portarono in un luogo di incontri sconci.
Quanto tempo ha impiegato a scrivere “Il campo del vasaio”? Il tempo standard che impiego per scrivere i romanzi di Montalbano è di circa tre mesi per tirare giù la prima stesura, poi c’è un periodo di almeno un mese e mezzo di decantazione. Lo lascio lì a riposare; poi lo riprendo in mano e lo riscrivo praticamente tutto.
Lei ha raccontato che, alla fine degli anni Ottanta, si ritrovò al bar Albanese di Porto Empedocle in mezzo a una sparatoria, che sarà durata trenta/quaranta secondi, e che invece le sembrò interminabile: fu come se le avessero sparato addosso per mezza giornata. Ha detto poi che nello scrivere vorrebbe poter raccontare una dilatazione del tempo che avvenga per davvero, naturalmente. Cosa vuol dire esattamente? C’è riuscito solo Joyce e nessuno riesce a fare lo stesso, almeno io non ci riesco. In realtà in quei pochi secondi passa una vita. Dei milioni di pensieri che mi passano in testa riesco a localizzarne, a ricordarne solo pochissimi.
Perché ha voluto che per il suo personaggio Montalbano il tempo passasse, facendolo invecchiare, a differenza, per esempio, del Maigret di Simenon che rimane sempre uguale? Per dare un maggiore realismo al personaggio. Maigret è splendido, ma un personaggio che invecchia, secondo me è un personaggio che si rende più credibile.
Quando in un romanzo di Montalbano scrive “ci pensò sopra tanticchia”, lei descrive proprio la durata del silenzio, del ragionare… Esatto, quel “tanticchia” non lo si può quantificare in secondi, però il tempo che io descrivo è quello del cervello che lavora, che funziona vorticosamente, che produce dei risultati compresi entro pochi secondi, ma in realtà se tu vuoi spiegare, mettere per scritto quel lavorio, ci impieghi pagine.
Quanto amore e quanto disappunto ha nei confronti di Montalbano, che a volte considera killer di altri personaggi che vorrebbe scrivere? Montalbano è nato ed è morto in due romanzi, “La forma dell’acqua” e “Il cane di terracotta”. Doveva finire lì… Senonché è diventato un personaggio popolare, di successo e opera nei miei riguardi una sorta di ricatto, che non nasce solo da questo successo, ma anche dal fatto che ogni volta che esce un romanzo di Montalbano si vendono copie di miei libri di venti anni fa. Voglio dire che Montalbano continua a mantenere in catalogo libri che altrimenti da tempo, da decenni, sarebbero fuori catalogo.
Quando inventa il personaggio di una storia, per esempio un uomo adulto, se lo immagina indietro nel tempo, da ragazzo, anche se poi alla fine non scrive nulla di quel periodo immaginato? No, quando un personaggio lo comincio a scrivere, a immaginare, io non ce l’ho mai davanti agli occhi: lo faccio comparire in scena - e ho adoperato il termine “comparire in scena” a ragion veduta - lo faccio parlare; dopo, dal suo modo di parlare ne desumo la fisicità.
Lei è stato anche il produttore televisivo di diverse serie, tra cui quella famosissima di Maigret. Come sono cambiati i tempi, i ritmi delle fiction attuali a confronto degli sceneggiati di una volta? Maigret era un ottimo prodotto dal punto di vista televisivo, ma adesso quei tempi così lunghi degli sceneggiati di allora non si reggerebbero più. Oggi il ritmo televisivo o cinematografico è molto più convulso e molto più svelto nel raccontare.
Come vive personalmente il tempo dell’attesa? E come vive l’attesa di una prima teatrale, di un’uscita di un suo libro? Ci sono delle situazioni per cui sono impaziente nell’attesa e ci sono delle situazioni per le quali dell’attesa non me ne può fregar di meno. Sa che succede? Arriva l’assuefazione e l’assuefazione attenua il senso dell’attesa. Dopo un po’ è qualche cosa che fai, che se ha un esito va bene, se non ha nessun esito va bene lo stesso.
Nel romanzo giallo è importante descrivere l’attesa? Non c’è dubbio, l’attesa in fondo ne è la base.
Avrebbe voluto che il grande successo in campo letterario arrivasse prima o va bene così? Va bene così, va benissimo.
La diverte di più scrivere i romanzi storici o i romanzi di Montalbano? E qual è per lei la differenza tra questi due generi? Mi piace di più scrivere i romanzi storici. La differenza è la stessa che diceva Simenon, cioè a dire i romanzi storici sono romanzi-romanzi, comportano più impegno: ogni volta per un romanzo storico hai da inventare una costruzione nuova, una struttura nuova. I romanzi di Montalbano non richiedono lo stesso sforzo. Simenon, parlando dei libri di Maigret, diceva: “Io li scrivevo fischiettando”, io non fischietto, ma…
Come vede cambiata la qualità della vita dell’uomo moderno nei confronti dell’uomo del passato? In meglio e in peggio. Da un lato in meglio per le comodità materiali e le grandi possibilità di comunicazione esistenti, da un altro lato in peggio perché c’è una compressione del tempo nell’uomo contemporaneo.
Alcuni anni fa le piaceva andare al poligono a sparare con la pistola perché, come lei diceva, amava la ricerca del fare centro. Si può dire che ci sia una similitudine tra il centrare il bersaglio e trovare il centro, il cuore del racconto nello scrivere un romanzo? Non c’è dubbio, infatti io quando scrivo parto sempre dal cuore del racconto, poi questo cuore, quando il romanzo è compiuto, può trovarsi al posto del cuore stesso, può trovarsi nella testa o può trovarsi nei piedi.
Ha insegnato per ventisette anni di seguito all’Accademia, cosa le ha dato l’insegnamento, il rapporto con i suoi allievi? La mattina, quando mi preparavo per andare in Accademia, mi sentivo un po’ Dracula. Sì, perché arrivavo con un testo teatrale, poi magari mi trovavo di fronte un giovane che era intelligente, bravo, preparato e che dava una sua diversa lettura del testo stesso. I casi erano due: o rifiutavi o accettavi. Se accettavi la sua versione, col fare in realtà un’azione assolutamente positiva, in fondo gli succhiavi il sangue, gli succhiavi le idee nuove, ecco perché mi sentivo un po’ vampiro. E questo confronto con i miei allievi si rinnovava continuamente. Se c’è una cosa che io rimpiango - e io ho pochissimi rimpianti - è proprio questa qui: il contatto quotidiano con i giovani.
Spesso dice di non essere del tutto d’accordo con il modo di pensare di Montalbano. Cosa ha scritto di lui che non condivide? Tante cose non condivido! Non condivido la sua fedeltà e anche certi suoi estremismi, perché Moltalbano è un estremista. In realtà non è che mi sia poi così simpatico.
Qual è il futuro di Salvo Montalbano? La sua fine è già scritta. Siccome mi venne in mente per lui una conclusione tre anni fa, mi affrettai a scriverla. L’ho data ad Elvira Sellerio.
Un libro, quindi? Sì, Montalbano è già segnato. Però diciamo che prima di questo punto fermo ha ancora possibile vita. L’ho fatto per una mia tranquillità interiore, quella dell’ordine.
Sta già pensando al prossimo libro? Il prossimo libro l’ho già scritto.
Qual è il suo rapporto personale col tempo? Ottimo perché fare il regista mi ha educato a un’educazione del tempo. Nel senso del saper distribuire il tempo, e quindi anche la mia giornata non ha mai momenti di noia o stasi. Credo di aver saputo sempre distribuire il tempo.
C’è una frase, un’espressione siciliana, che racchiude la sua filosofia del tempo? Un errore nei confronti del tempo è l’impazienza. L’impazienza finisce con l’alterare lo scorrere delle cose. Vorresti che il tempo accelerasse secondo la tua impazienza. È un’alterazione grave del tempo. “U tempu e la pagghia fanno maturare i zorbi”, vale a dire “il tempo e la paglia fanno maturare le sorbe”. Se tu le sorbe le tiri fuori prima del tempo, sono ancora acidule, allora: tempo e paglia, calma e gesso! Sono azioni assolute, volte a controllare il tempo. |
