home >> l'Orologio >> archivio >> Sommario >> intervista |
|
Diverse
visioni del tempo
LINA WERTMÜLLER Regista, sceneggiatrice, autrice di teatro e di televisione, Lina Wertmüller ha vinto una quantità di premi internazionali e i suoi film sono ormai dei cult come “I basilischi”, “Mimì metallurgico ferito nell’onore”, “Film d’amore e d’anarchia”, “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” e “Pasqualino Settebellezze”. Con noi parla del suo rapporto con il tempo e come nel cinema l’equazione “tempo, denaro e qualità” vada difesa a spada tratta.
“I film della Wertmüller sono così pieni di idee e di sensazioni contraddittorie che uno tende a non accorgersi dei rischi che lei prende e della magia del suo talento. Lei non guarda il mondo con gli occhi di un neorealista ma con quelli di un poeta”. Così scriveva Vincent Canby del New York Times quando con “Pasqualino Settebellezze” Lina Wertmüller fu la prima regista donna, e straniera, a ottenere quattro nomination all’Oscar, con una pellicola girata in Italia, per giunta in italiano. Lina Wertmüller ha appena finito di filmare un documentario per la televisione e sta preparando il suo prossimo film. Nei teatri italiani sta riscuotendo un grande successo “La vedova scaltra” di Goldoni, di cui ha curato la regia e nel cd unito al suo ultimo libro canta le canzoni dei suoi film. Ama lo spettacolo e la vita con una passione scatenata, sembra essere senza età e il suo segreto sta forse proprio nella sua strepitosa ironia che, come ci racconta, le è sempre compagna di viaggio. di Susanna Mancinotti
Ricorda come passava il tempo da bambina? Ero quel che si dice un enfant terrible, mi hanno cacciato da undici scuole, non mi piaceva passare le ore a studiare, volevo solo giocare. Da ragazzina però leggevo tantissimo, passavo le notti a leggere, divoravo i libri di Salgari, Conrad, Dostoevskij. Durante la guerra leggevo con la candela…
Come mai a diciassette anni decise di frequentare il corso di regia nella scuola di Pietro Sharoff? Avevo capito che mi piaceva il mondo dello spettacolo. La mia più grande amica, Flora Carabella, che poi divenne la moglie di Marcello Mastroianni, si era iscritta all’Accademia di Teatro Silvio D’Amico, ma io ero troppo giovane per essere ammessa in Accademia al corso di regia così andai da Sharoff.
Perché voleva diventare regista? Perché non pensavo di avere doti particolari per fare l’attrice e quello del regista è uno dei lavori più affascinanti, entusiasmanti e interessanti che ci siano.
Pensando a quel tempo quali ricordi affiorano? Fu un’esperienza straordinaria. Sharoff era stato allievo di Stanislavskij e le sue erano testimonianze che venivano direttamente dal Teatro d’Arte di Mosca. Quello che ho imparato riguardo al teatro l’ho imparato da Sharoff. Mi innamorai subito del sistema Stanislavskij, era molto interessante. Gli attori dovevano con la mente andare indietro nel tempo, attingere a momenti personali, ricordare certe emozioni provate per metterle a servizio della parte che dovevano interpretare. Si poteva lavorare anche sei mesi su una scena di “Delitto e castigo” perché, seguendo il metodo Stanislavskij, bisognava cercare tra le righe i sottotesti e immaginare dei personaggi anche le loro vicende passate.
Dopo aver frequentato la scuola ha iniziato subito a lavorare? Sì, con un famoso regista teatrale, Guido Salvini, a cui un giorno chiesi coraggiosamente lavoro. Ricordo che andai a suonare al campanello di casa sua alle nove di mattina, mi venne ad aprire lui stesso, insonnolito, in pigiama. Mi fece entrare e incredibilmente mi prese come secondo aiuto-regista.
In quale compagnia? La compagnia era la Pagnani-Villi-Ninchi-Tieri, composta da attori tutti importanti.
Nel 1963 è stata aiuto regista di Federico Fellini sul set di “Otto e mezzo”, come ha vissuto quel periodo? Con una passione scatenata. L’incontro con Fellini è stato per me fondamentale.
Le incuteva un certo timore? No, nessun timore, perché era come se avessimo rubato la marmellata insieme da ragazzi. Era capace di creare sul set un’incredibile e meravigliosa atmosfera di gioco e di grande gioia. Fellini era straordinario.
Il tempo in cui viene girato un film è scandito da un ritmo molto più frenetico di quello del tempo in cui lo si prepara? Certo. Quando si gira è come andare in guerra, non si deve perdere un minuto, tutto il tempo è dedicato al lavoro. L’equazione “tempo, denaro e qualità” è un’equazione difficile che va difesa a spada tratta.
Come ha vissuto il momento in cui con il suo film “Pasqualino Settebellezze” ha raggiunto il successo internazionale riuscendo a ottenere quattro nomination all’Oscar? Sono state ore incredibili. La cerimonia degli Oscar viene preparata meticolosamente sei mesi prima, perché nel giorno fatidico tutto funzioni esattamente come un orologio svizzero. Mi venne allora un moto istintivo di ribellione contro tutto quell’ordine e non mi misi a sedere nel posto che mi avevano assegnato, ma andai a mettermi seduta vicino a Tullio Kezich, scambiando il mio posto con sua moglie Lalla. Tutto il mondo così scambiò Lalla Kezich per Lina Wertmüller: uno scherzo che mi è piaciuto moltissimo.
In quell’occasione ha anche battuto un record perché era la prima volta che un film straniero e diretto da una donna, otteneva quattro nomination all’Oscar: migliore regia, migliore film straniero, migliore sceneggiatura e migliore attore protagonista. È stata davvero una grande soddisfazione.
Impiega molto tempo a entrare in sintonia con un attore che ha scelto per un suo film e che non aveva avuto occasione di conoscere prima? No, perché io amo moltissimo gli attori e ho con loro un ottimo rapporto. Mi sono sempre trovata benissimo con tutti gli attori, italiani, americani, inglesi… anche con chi dicevano avesse un carattere difficile.
È rimasta amica degli attori con cui ha lavorato, come Sophia Loren, Mariangela Melato o Giancarlo Giannini? Sì molto, i miei attori sono i miei complici, i miei amici, la mia famiglia, coloro che fanno vivere le mie storie.
Qual è stato l’incontro che le ha cambiato la vita? Sicuramente quello con Enrico Job, mio marito.
Ricorda come è avvenuto? Come non me lo ricordo, me lo ricordo benissimo! Da premettere che qualche mese prima mi trovavo con Piero Tosi alla Safas, una sartoria meravigliosa di costumi per il cinema e il teatro, e mi era capitato fra le mani un bozzetto bellissimo. Tosi mi disse che era di Job, un ragazzo molto bravo che lavorava con Strehler al Piccolo di Milano e io gli risposi che non lo conoscevo. Tempo dopo stavamo per andare a cena fuori con degli amici, tra cui Job, che però tardava. Io insistetti per andar via, così uscimmo e incontrammo Job che era arrivato in quel momento con l’ascensore al piano. Gli diedi subito del cafone per il suo ritardo e lui, che è spiritoso, si fece una bella risata e, dopo essersi scusato, si presentò. È stato subito un grande amore.
Da quanto tempo c’è fra voi quest’unione nella vita e nel lavoro? Ci siamo incontrati nel 1965 e dopo tre anni ci siamo sposati.
Il tempo ha cambiato il vostro rapporto? Ci amiamo come il primo giorno.
Tra lei e suo marito c’è un diverso modo di rapportarsi al tempo? In qualche maniera lui è molto più artista di me e quindi ha i suoi tempi che non hanno regole, se non i paletti che solo lui, quando vuole, mette.
Lei invece che rapporto ha con il tempo? A me piace la puntualità.
Ci sono stati altri incontri fondamentali nella sua vita? Sì, tanti! Io ho avuto la fortuna di conoscere gente meravigliosa, degli artisti stupendi, registi, attrici, scrittori formidabili.
Ci parla de “La vedova scaltra” di Carlo Goldoni, l’ultimo spettacolo che ha diretto e che è andato in scena con grande successo al teatro Eliseo di Roma? La storia non è solo quella di una vedovella in cerca di marito, ma vi s’intrecciano due percorsi: quello dei cavalieri vogliosi di conquistare una preda e quello della donna che cerca un vero uomo.
La scenografia e i costumi sono stati curati da Job? Sì, Job ha immaginato al centro dell’azione un enorme letto, simbolo di tutte le voluttà, che per la protagonista è sempre rimasto vuoto, e la sua vasta dimensione è lì a sottolineare soprattutto quel vuoto. C’è il letto e lei in quel letto, con tutta la cabala del gioco della vita. Il grande letto di Job è fondamentale. Job non è solo uno scenografo, è un artista, il testo viene sottoposto da lui a un’analisi particolare e poi interpretato con grande originalità.
“La vedova scaltra”, che è stata portata in tournée, verrà ripresa il prossimo anno? Sì, sicuramente.
Abbiamo cronometrato il tempo che ci vuole per leggere il titolo della sua autobiografia “Arcangela Felice Assunta Job Wertmüller von Elgg Espanol von Brauchich cioè Lina Wertmüller” ben undici secondi! Quanto tempo ha impiegato a scrivere il libro? Non lo so neppure, perché l’ho scritto a spizzichi e bocconi, quando c’era un angoletto di tempo mi mettevo lì a scrivere.
Nel libro c’è anche un cd in cui lei canta canzoni scritte da lei. Che importanza ha nella sua vita la musica? Fondamentale, perché la musica nei miei film è importantissima. Ricordo che con Nino Rota impiegammo solo una ventina di giorni a scrivere le settanta canzoni di Gian Burrasca. Nino fu il primo ad apprezzare la mia velocità nello scrivere le parole delle canzoni. Musica e testi nascevano insieme.
Nel cd c’è anche la bellissima “Luna di Shanghai”. È la canzone di “Iris e lo sceicco”, lo sceneggiato che scrissi per la radio.
Riesce ogni tanto a ritagliarsi del tempo per sé o ha sempre una giornata piena di impegni? Cerco di aver tempo per la mia famiglia, per mio marito e nostra figlia Maria Zulima, che chiamiamo Maucì e che da quando c’è ha sempre fatto almeno un’apparizione nei miei film. In “Io speriamo che me la cavo”, del 1992, aveva pochi mesi. Le prime battute invece le ha dette in “Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica”. C’era anche in “Peperoni ripieni e pesci in faccia”, interpretava la nipotina di Sophia Loren. Naturalmente riesco a stare con Enrico e Maucì la sera, non di giorno durante le ore di lavoro, che a volte svolgo anche a casa, perché scrivo.
Ama di più le ore della mattina o quelle della notte? Sia le une che le altre. Se faccio teatro vivo più di notte, se giro un film invece mi alzo prestissimo ed è ugualmente bello.
Sembra di capire che lei ami la vita con un ritmo molto sostenuto, non si riesce proprio a immaginarla in relax. Invece no, vivo dei periodi bellissimi di pigrizia in cui vado nelle videoteche, scelgo un mucchio di film e ne vedo anche cinque al giorno.
Va anche al cinema o i film preferisce vederli sempre a casa? Al cinema ci vado in genere il sabato e la domenica perché durante la settimana si lavora.
Cosa sta facendo in questo periodo? Sto montando un documentario per la televisione che ho appena finito di girare, riguardante la spazzatura. C’è da dire che il problema della spazzatura lo hanno in tutto il mondo ed è un problema che non può che peggiorare, perché all’inizio del Novecento eravamo poco più di un miliardo e ora siamo quasi sette miliardi. I media comunque hanno arrecato un danno gravissimo all’immagine di Napoli. Sto anche preparando il mio prossimo film, di cui per il momento non voglio parlare.
Di solito pensa di più al futuro o al passato? Devo dire che io non ci penso tanto al passato e neanche al futuro, penso a quello che sto facendo: perché mettersi lì a sognare o a ricordare?
Quando pensa che il tempo sia proprio buttato via? Se uno lo vive bene il tempo non è mai buttato via.
Guardare la tv oggi è tempo perso? La televisione trasmette anche delle cose interessanti, certamente oggi in tv c’è un eccesso di calcio, di politica e di giochetti.
Dove trascorre più volentieri il suo tempo libero? Nella Palazzina, la casa di campagna di mio marito, che si trova nella pianura di Franciacorta. Il paesaggio di quella piccola regione è straordinariamente bello, con boschi, fiumi, laghi e colline.
E lì ha tempo per leggere? Certo!
Cosa ne pensa delle scrittrici di oggi? Vorrei che le donne avessero più senso dell’ironia. Nella vita ce l’hanno, ma quando scrivono spesso mancano di questa qualità che apprezzo molto. Vorrei scrittrici più ironiche. L’ironia è ed è sempre stata la mia compagna di viaggio.
Quando ha iniziato a lavorare come regista ha trovato delle difficoltà solo per il fatto di essere una donna? Certo, all’inizio ci può essere un po’ di prevenzione nei confronti di una regista, però quando si inizia a lavorare le cose immediatamente cambiano. Una troupe, dopo cinque minuti, sa se il comandante in capo si fa stimare oppure no. Quello dell’autorità non è un problema che bisogna porsi, uno quando lavora l’autorità o ce l’ha o non ce l’ha.
Se una ragazza venisse da lei e le dicesse di voler diventare una regista, cosa le risponderebbe? “Forza e coraggio!”. E poi anche che sarebbe bene aprire a lato un negozio di pizza al taglio, per essere sicura di mangiare sempre. |
