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Diverse visioni del tempo

PAOLA GASSMAN

Intensa, raffinata e sensibile attrice teatrale, Paola Gassman con il suo primo libro “Una grande famiglia dietro le spalle” racconta, risalendo ai primi del Novecento, la storia straordinaria di tre generazioni di attori. Con noi parla del suo rapporto con il tempo, pressante e tiranno nella vita quotidiana, rarefatto ed emozionante in palcoscenico.

“Te lo avevo promesso, ricordi papà, tanti anni fa, che ci avrei provato. Mi sarei ‘sforzata’. Per questo sono qui, mi ‘sforzo’ appunto di farcela. Anche se, devi ammetterlo, oggi più che mai sembra davvero impossibile questa impresa, privata come è dei suoi punti di riferimento più importanti. Eppure sono sicura che tu non ti arrenderesti, anzi ti sembrerebbe ancora più stimolante. Anch’io voglio credere che lo sia. Ce la metterò tutta. Ti stupirò. O molto più semplicemente mi ‘sforzerò’ di farti contento”. Questo l’inizio struggente del libro di Paola Gassman, in cui l’attrice ricordando episodi e avvenimenti dei suoi cari mette in luce il rapporto, spesso avaro di parole, ma ricco di sguardi e di condivisione, con suo padre, il grande Vittorio Gassman. Paola Gassman è attualmente in tournée con la commedia tratta dalla novella di Dino Buzzati “Sette piani” e fino alla metà di aprile reciterà nelle principali città italiane, Foggia, Catania, Taranto e Milano. Sono trascorsi quasi quaranta anni dal suo debutto avvenuto nel 1968 e, come ci racconta, per lei che ha seguito anno dopo anno le orme della sua grande famiglia con grande passione e dedizione, ogni entrata in scena ha sempre il sapore della prima volta.

di Susanna Mancinotti

 

 

Si dice che quando si è ragazzi il tempo scorra lentamente mentre quando si è grandi sembra che il tempo voli via, è vero questo per lei?

Sì, un po’ è vero, in effetti fino ai venti anni sembra tutto lento, c’è una specie di impazienza a raggiungere delle mete che non sai nemmeno bene tu quali siano e il tempo sembra non passare mai. Poi, man mano che scopri le cose, tutto si velocizza e se hai dei figli, ecco allora vorresti fermare il tempo, vorresti che restassero piccoli, invece…

 

E a teatro, i minuti prima di entrare in scena sono brevi o lunghi?

Sembrano brevissimi perché si avvicina il momento e tu sei lì sospesa, sono minuti pieni di ansia, pieni di paura di non farcela, poi in realtà entri in scena e le cose si acquietano, riprendono il loro tempo normale.

 

È il direttore di scena a scandire il tempo…

Sì, prima dà la mezz’ora, poi il quarto d’ora, i cinque minuti e infine il “chi è di scena”. A volte non tocca a me entrare subito in scena e il tempo che trascorro dal “chi è di scena” al momento di entrare in palcoscenico è un lasso di tempo molto particolare ed emozionante, soprattutto quando c’è una prima.

 

Ha deciso fin da bambina di diventare attrice?

No, ci ho pensato solo verso i sedici, diciassette anni. Da bambina, strano a dirsi, non volevo recitare, eppure avevo alle spalle una famiglia che annoverava grandi nomi del teatro, partendo da mio padre e da mia madre, Nora Ricci, che era figlia di Renzo Ricci e nipote di Ermete Zacconi. Da piccolissima andavo al teatro Eliseo e rimanevo per tutto il tempo dello spettacolo nel camerino di mio nonno Renzo, mi piaceva rimanere lì a giocare, chiamavo i camerini “le casette” e per nessun motivo volevo scendere in platea e tanto meno salire sul palcoscenico. Come quella volta in cui a cinque anni mio nonno mi supplicò di farlo per sostituire un bambino attore che si era improvvisamente ammalato e io mi rifiutai nel modo più assoluto.

 

Quando capì che non avrebbe potuto sottrarsi al suo destino di diventare attrice?

Quando mia madre, nel 1963, decise di condurmi con sé nella tournée teatrale che la portava con la Compagnia dei Giovani in Russia. Quella compagnia era diretta da Giorgio De Lullo e vantava nomi come Romolo Valli, Rossella Falk, Anna Maria Guarnieri ed Elsa Albani. Durante quel viaggio in Russia presi coscienza del mio desiderio di diventare anch’io un’attrice e decisi che una volta terminato il liceo avrei tentato di superare l’esame di ammissione all’Accademia.

 

Sua madre ne fu felice?

No, anzi! Era molto contraria, poi però accettò la mia decisione e mi seguì con molto affetto, anche se purtroppo per poco tempo perché morì a soli cinquantun anni.

 

Nel suo libro “Una grande famiglia dietro le spalle” racconta che quando lei nacque suo padre registrò all’anagrafe la data della sua nascita sbagliando, forse perché assorto a ripetere le battute del copione che stava imparando in quei giorni…

Io immagino questa cosa perché è curioso che sui documenti la mia data di nascita sia il 28 di giugno, quando in realtà sono nata il 29 e mi chiamo Paola proprio perché sono nata il giorno di San Pietro e Paolo. Però purtroppo temo anche che questa data mio padre l’abbia sbagliata inconsciamente, il 29 giugno è stata poi la data della sua morte, è come se in qualche modo avesse avvertito qualcosa.

 

Nel libro ripercorre la storia della sua famiglia seguendo una certa cronologia?

Non proprio, perché i ricordi e le emozioni si accavallano. Racconto comunque la straordinaria storia di tre generazioni di attori e descrivo i personaggi della mia famiglia soprattutto nella loro familiarità e, proprio per questo, forse in un modo più autentico e inedito.

 

Suo padre aveva un rapporto particolare con il tempo?

Sì, ma più che paura del tempo che passava, aveva paura della morte. Soprattutto negli ultimi anni era stato sopraffatto dal malessere della depressione, che chiamava “la brutta bestia” o “il topo”.

 

Con questo suo libro ci ha arricchito, dandoci una testimonianza di questa sua grande e importante famiglia.

Ha arricchito moltissimo anche me questo libro, vi ho inserito alcune poesie di mio padre, pagine di diario scritte da mio nonno Renzo Ricci, ho ripercorso tanti periodi. Questo libro ha oggettivato una famiglia molto particolare... Così l’ho vista, l’ho fotografata, l’ho sentita una grande famiglia, al di là di quelli che sono stati i personaggi.

 

Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?

Tanto. Anche perché a un certo punto era diventata una tale gioia lavorarci che non riuscivo a staccarmene, mi ritenevo sempre insoddisfatta e andavo avanti nel lavoro. Poi ho dovuto in qualche modo staccarmi dalla mia creatura e ora mi manca molto, mi piacerebbe avere la possibilità di fare qualcosa di analogo. Vedremo...

 

Ci parla di “Sette piani”, lo spettacolo che con suo marito state portando in tournée in tutta Italia?

È uno spettacolo che abbiamo fatto lo scorso anno e che è andato molto bene. È una rielaborazione di Michele Ainzara del famoso racconto di Dino Buzzati, intitolato appunto “Sette piani”. Ainzara nella sua rielaborazione ha immaginato la vita del protagonista, l’avvocato Giuseppe Corte interpretato da Ugo, nel periodo precedente a quello in cui entrerà in clinica per una sciocchezza, quindi senza grandi preoccupazioni. C’è perciò questa prima parte dello spettacolo, antecedente al momento della clinica, piuttosto divertente, perché si vede nella quotidianità l’avvocato, che è un tipo tutto d’un pezzo, pieno di difetti e problematiche, che incontra l’amore per la prima volta nonostante sia avanti negli anni. Io interpreto la donna, piena di vita e di allegria, di cui l’avvocato si innamorerà. Segue poi la parte in cui l’avvocato è in questa clinica molto particolare che ha sette piani. In ogni piano ci sono malati diversi a seconda della gravità. Il piano preferibile è il settimo, che ospita malati lievi, quando il paziente viene spostato ai piani inferiori vuol dire che si è aggravato. Buzzati è un autore straordinario e in questa commedia affiorano i temi a lui cari, la solitudine, la malinconia e il senso di angoscia dinanzi alla paradossalità del destino. Da questa novella di Buzzati è stato tratto anche un famoso film “Il fischio al naso” che fu interpretato da Ugo Tognazzi.

 

Quali sono gli autori senza tempo, sempre attuali, che ama di più?

Buzzati è un grande autore, a me piace moltissimo, amo anche Calvino, ma ce ne sono tantissimi... Tutti quelli che riescono a diventare dei classici, anche quelli di un passato remoto sono estremamente attuali, basti pensare a Dante. Bisogna diventare grandi e allora a quel punto non si ha più tempo.

 

Qual è stato l’incontro che le ha cambiato la vita?

Non ce n’è stato uno solo, ma tanti. L’incontro con mio marito sicuramente è stato fondamentale.

 

Dove vi siete incontrati?

Era capitato che amici comuni ci avessero presentati a Roma, ci eravamo ritrovati in una gelateria di piazza Navona. Ricordo solo che allora provai subito per Ugo un moto di confidenza istintivo. Poi subito dopo il caso ha voluto che ci trovassimo a recitare insieme allo Stabile dell’Aquila. Era per me quello il primo lavoro ufficiale dopo l’uscita dall’Accademia.

 

Che opera teatrale era?

“Un debito pagato” di John Osborne.

 

E da quanti anni dura la sua unione sia nel lavoro che nella vita con Ugo Pagliai?

Ci siamo messi insieme nel 1968 e che lavoriamo insieme sono circa trent’anni.

 

Quali incontri sono stati per lei importanti, oltre a quello con suo marito?

Ce ne sono stati veramente tanti. Ho avuto modo, anche grazie ai miei, di conoscere persone eccezionali. Mio padre abitava a Roma in una villa dell’Aventino e vi aveva fatto allestire un vero e proprio piccolo teatro. Lì si facevano spettacoli per pochi amici intimi e vi si radunavano personaggi come Moravia, Flaiano, Pasolini. Grazie a mio padre, in occasione di una grande festa che negli anni Sessanta volle organizzare per il mio compleanno, ho potuto conoscere i poeti Raphael Alberti e Pablo Neruda. È stato meraviglioso.

 

Suo marito che rapporto ha con il tempo?

Riesce a dilatare un pochino più di me il tempo. Riesce a immaginare di poter fare più cose e quindi si permette magari fino all’ultimo di fare tante altre cose prima dell’impegno prefissato.

 

Lei invece che rapporto ha con il tempo?

Io sono una persona puntuale e amo la puntualità. Forse scandisco il tempo proprio perché voglio mantener fede a tutte le cose che mi sono prefissata e puntualmente. Le persone che non sono puntuali forse vivono di più, riescono a dilatare il tempo e ne hanno di più a loro disposizione, a me il tempo sembra sempre insufficiente.

 

L’attore vive più di notte che di giorno…

Vivo fino a tardi indubbiamente e ormai sono abituata a questo ritmo, che conservo anche quando non lavoro perché è raro che vada a letto prima di una certa ora.

 

In una tournée teatrale si passa di città in città. Durante il giorno, quando non recita, visita il luogo dove si trova?

A volte sì, quando sono in posti che mi interessano particolarmente, però ormai sono tanti anni che ripeto tournée simili... C’è perciò anche un po’ un appuntamento con questi luoghi che ormai conosco così bene.

 

In quale teatro si sente più a casa?

Forse al Quirino di Roma e al San Babila di Milano dove sono stata tante volte. Certamente i teatri dove resto per più giorni li sento più miei, e lì addobbo meglio anche il mio camerino, lo trasformo in una piccola casetta.

 

Ci sono delle foto che mette nel camerino?

Sempre! Adesso finalmente sono riuscita ad avere una foto dove sono ritratti tutti quanti insieme i miei figli, i miei nipoti e mio marito, prima ero costretta a fare l’altarino con tante immagini.

 

Dello spettacolo ”Sette piani” quale oggetto conserverà?

Ancora non lo so, perché è alla fine delle repliche che scelgo l’oggetto, che poi è anche un ricordo, naturalmente.

 

Nei confronti della bellezza il tempo toglie o aggiunge?

Sicuramente toglie qualcosa, ma aggiunge anche molto all’espressione di un volto. Io sono molto contraria a quelle facce che non hanno più espressività perché magari sono stati eliminati tutti i segni del tempo. Non mi piacciono affatto, però capisco il senso di paura dell’invecchiamento. Per quanto mi riguarda non ho paura di guardarmi allo specchio anche se invecchiata.

 

Ha con suo marito progetti futuri?

Sì ne abbiamo, ma non definiti. Sicuramente faremo un altro spettacolo insieme nella seconda parte di quest’anno. Per quanto mi riguarda per due mesi riprenderò una commedia francese di Jean-Marie Chevret “L’appartamento è occupato”. Si tratta di un testo molto divertente, che però parla di un argomento attualissimo e serio, l’inserimento degli extracomunitari. È una commedia che con leggerezza e senza paternali dà un esempio di come si possa essere un po’ più aperti.

 

C’è un personaggio che le piacerebbe interpretare?

Ce ne sono tanti, non so sceglierne uno, si fanno pochissimi personaggi rispetto ai tanti che si vorrebbero interpretare. Mi piacciono gli eroi classici del teatro greco, anche se ne ho fatti: ho fatto Ecuba, ho fatto Medea, mi piacerebbe fare un’altra Clitennestra. Ci sono poi tutte le formidabili eroine di Shakespeare...

 

La paura c’è sempre mentre si recita?

La paura è negativa, ti lega. Non bisognerebbe averla mai, ma in realtà ce l’hai al debutto perché non sai come andrà lo spettacolo e quindi ti immagini che venga magari stroncato o che non piaccia, ma una volta che hai capito che lo spettacolo funziona subentra il senso di responsabilità di farlo bene, di essere all’altezza sera per sera che è un’altra cosa.

 

Qual è il momento migliore di uno spettacolo, l’inizio o la fine?

Se mi piace lo spettacolo che interpreto, me lo godo tutto, anzi lo centellino, perché magari ci possono essere dei momenti, delle battute più felici da curare sempre con più gioia perché mettono più a fuoco il mio personaggio.

 

Le piace parlare con il suo pubblico, dopo lo spettacolo, quando gli spettatori vengono a trovarla in camerino?

A dire il vero è un po’ faticoso, anche perché non è che puoi parlare a fondo con le persone. Quindi si tratta di un dialogare un po’ superficiale e magari quando sei stanco non sempre ne hai voglia. Però lo fai, anche perché capisci che dall’altra parte c’è una curiosità e dell’interesse e comunque una manifestazione di affetto, però non è un vero parlare, è un discorrere.

 

Cosa consiglierebbe a una ragazza che venisse da lei in camerino e le dicesse di voler fare l’attrice?

Le direi che deve mettersi alla prova senza cercare nessuna facilitazione a cominciare dalle tante scuole che sorgono come funghi. Le direi di non credere all’idea che questa sia una professione dove bisogna solo apparire e non essere. Le direi di dimenticare tutto questo, di mettersi alla prova, di sacrificarsi e domandarsi: “Ne vale veramente la pena?”. Solo attraverso questa parola, “sacrificio”, e comunque con vera passione si può pensare di fare questa professione altrimenti non ha senso secondo me.