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Diverse visioni del tempo

MASSIMO CACCIARI

Il tempo siamo noi. Dissertazioni filosofiche sul divenire dell’umanità.

Filosofo, professore universitario, una laurea honoris causa in architettura, Man of Peace 2007, Sindaco di Venezia: una personalità poliedrica quella di Massimo Cacciari, uno dei pochi autentici maestri del pensiero, in Italia e nel resto d’Europa, il cui contributo scientifico ha influenzato in misura fondamentale l’orientamento del pensiero filosofico negli ultimi trent’anni. Il Primo Cittadino di Venezia si confronta con noi sul tema del tempo nella filosofia, nella politica e nella vita di tutti i giorni. Perché, anche nella politica, un po’ di filosofia non guasta…

di Simonetta Suzzi

 

 

Del concetto di tempo sono state date numerose definizioni: durata, successione, lineare o circolare, finito o infinito, assoluto o relativo, oggettivo o soggettivo. Qual è, se c’è, la più esaustiva definizione di tempo e qual è la posizione della filosofia moderna su questo tema?

Sant’Agostino diceva: “Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più” (Confessioni”, libro XI, n.d.r.). In effetti è proprio così. Si dovrebbe, anzi si deve, mettere in dubbio l’oggettività stessa di questa espressione, di questo termine. Il tempo non esiste come può esistere una cosa oggettiva. È la forma a priori - come sostiene Kant e dopo di lui un po’ tutta la filosofia - della nostra sensibilità. È un modo in cui noi organizziamo ciò che ci appare - il fenomeno - una forma a priori del nostro percepire, in base alla quale i fenomeni si manifestano a noi. È perciò assurdo cercare una definizione obiettiva di tempo, una definizione che possa descriverlo, perché il tempo non ha un’esistenza oggettiva. Proprio come lo spazio. Noi percepiamo lo spazio attraverso le cose che ci sembrano occuparlo e che possiamo toccare. Ma lo spazio in sé cos’è? Il tempo in sé cos’è? Sono appunto forme a priori della sensibilità, in base alle quali noi organizziamo la nostra percezione. Ecco da dove nasce la difficoltà di un filosofo come Sant’Agostino nel dire cosa sia il tempo.

 

Quindi è posta male la domanda?

Assolutamente sì. Non bisogna chiedere “Cos’è il tempo?”, bensì “Chi è il tempo?”, perché il tempo siamo noi. Siamo noi gli “abitatori del tempo”, come afferma Severino (Emanuele Severino, filosofo italiano, autore de “Gli abitatori del tempo”, 1978, n.d.r.). Io vedo le cose che si trasformano, ma questo non c’entra niente con il tempo, perché io non posso dire che questa cosa, che domani muterà, sia la stessa di oggi. Come faccio a stabilire un’esistenza oggettiva del tempo soltanto sulla base del percepire un diverso stato, in un diverso momento, di quello che io ritengo essere lo stesso oggetto? Perché mai dovrebbe essere lo stesso oggetto?

 

Perciò concetti come il trascorre del tempo, dei mutamenti temporali, del divenire, non sono del tutto corretti?

In base a cosa si può dire che il tempo trascorra? Noi trascorriamo, noi ci trasformiamo. Ma anche questo concetto non ha a che fare con il divenire: è così evidente che l’io di oggi sia la trasformazione di quello di ieri? E non invece una cosa completamente nuova? Il mio io di ieri e quello di oggi sono due istanti a sé, non due momenti di un divenire.

 

Però la nostra vita quotidiana è incentrata sul concetto del trascorrere del tempo…

Indubbiamente organizziamo la nostra esistenza sulla base di questo presupposto, ma questo non ha alcuna vera evidenza. Come ho già detto, noi siamo il tempo e percepiamo le cose come trasformatesi nel tempo, ma tutto ciò non significa che il tempo diviene, siamo noi casomai a divenire. È molto diverso.

 

Quella dell’ineluttabilità dell’inesorabile trascorrere del tempo, comunque, è una delle paure più sentite dall’uomo, oggi come in passato…

L’uomo ha sempre lottato contro questo andare verso ciò che viene avvertito come il niente. Ha sempre immaginato, in una forma o in un’altra, di poter essere immortale. Perciò, sotto questo punto di vista, è sempre stato in lotta contro il tempo, cercando di resistere alle sue trasformazioni, al suo divenire, immaginando una vita al di là della morte, pensando che la morte possa essere una mera apparenza, un inganno. È caratteristica dell’uomo questo confrontarsi con la morte e con l’idea del tempo proprio come un divenire verso la morte stessa. Lo è sempre stato, ed è evidente in tutte le sue manifestazioni ed espressioni, a partire da quella artistica, che altro non è che un voler fermare un attimo, un momento, proprio perché è bello. Noi lottiamo costantemente contro questa idea di un divenire verso la morte. Non c’è dubbio. Una cosa, comunque, è ragionare sul tempo da un punto di vista filosofico, ma anche un filosofo quando vive la sua quotidianità ovviamente non si comporta come se il tempo fosse questo divenire delle cose, dal nulla al nulla. Questo reagire pensando all’immortalità è una cosa che accade continuamente in tutte le civiltà. C’è qualcosa in noi che ci fa pensare di poter essere eterni, al di là di tutti i nostri sforzi filosofici per capire quanto questa idea sia del tutto infondata. Al più è una bella speranza.

 

Riguardo l’iniziativa di Chavez di spostare gli orologi di tutto il Venezuela avanti di mezz’ora (ossia istituendo un nuovo fuso orario, che si discosta dall’ora di Greenwich di tre ore e mezza invece di quattro), lei ha dichiarato che il potere politico cerca sempre di impossessarsi del tempo…

Proprio perché, come le dicevo, se noi siamo il tempo, se la nostra essenza è tempo, se la domanda esatta è appunto “Chi è il tempo?”, è ovvio che il potere politico, che voglia esercitarsi sui diversi soggetti e averli in pugno, dovrà avere prima di tutto nelle sue mani il loro tempo. Il potere si è sempre espresso così, come dominio sul tempo dei soggetti, volendoli dominare sia nel momento del lavoro che dell’ozio. Nel primo caso direttamente, nel secondo magari in modo indiretto, organizzando loro il cosiddetto “tempo libero”. Quindi caratteristica del potere è quella di impossessarsi di tutto il tempo del soggetto, proprio perché noi siamo il tempo.

 

Come si concilia il tempo del filosofo con quello del politico?

In Occidente la filosofia è sempre stata anche prassi, quindi non c’è nulla di particolarmente nuovo. Questo non significa che sia necessario fare il deputato o il sindaco, ma la filosofia è sempre stata, proprio nella sua essenza, anche filosofia politica: dai pre-socratici ai giorni nostri non troverà un filosofo che non abbia questa dimensione propriamente politica, proprio perché è un’attività pubblica, dialogica. La filosofia nasce nella polis, nell’agorà, nella piazza della città, nella discussione pubblica. Questo differenzia totalmente la tradizione filosofica europea occidentale dalle tradizioni di gran parte della spiritualità orientale che, se si eccettua Confucio, è tutta dominata da un ideale ascetico di abbandono e di estraneità rispetto alla dimensione politica. Nella nostra tradizione, invece, è proprio l’opposto.

 

Venezia è una città in cui, sotto un certo punto di vista, il tempo sembra un po’ essersi fermato: niente macchine, un paesaggio urbano molto particolare soprattutto dal punto di vista artistico. Come si può conciliare un passato così ricco, da tutelare e conservare anche come risorsa turistica, con l’evoluzione dei tempi e garantire sia ai turisti che, soprattutto, ai cittadini una qualità di vita e servizi di cui poter usufruire?

A Venezia il tempo non si è affatto fermato, da nessuna parte. È assolutamente sbagliato parlare di Venezia come se fosse solo la Venezia insulare, perché quella contemporanea e moderna è legata a filo doppio con tutto il territorio della terra ferma, con lo sviluppo di Mestre e di Marghera. Continuare a parlare di Venezia come se si trattasse ancora della città settecentesca od ottocentesca non è corretto, sia concettualmente che storicamente. La Venezia attuale è completamente un’altra cosa rispetto a quella di cento anni fa: ci sono state trasformazioni epocali e antropologiche con il grande sviluppo dell’economia turistica. Oggi è diventata una città terziaria dominata ovviamente proprio dal turismo, come forse era inevitabile. Comunque le trasformazioni sono state colossali, come in tutte le città italiane. Magari di segno diverso, ma ci sono state.

 

È una delle poche città, però, che ha saputo conservare la magia e il fascino di un passato straordinario. È vero, o è così solo per chi non ci vive?

Questo riguarda il fatto che, non potendo circolare le macchine, ha mantenuto quel carattere particolare. E poi perché è una città difficile, anche volendo, da trasformare e modificare nella sua forma urbis. Ma una città non è solo pietre, sassi e mattoni. È anche molto altro. E da questo punto di vista il tempo si è modificato eccome. Il turista attento le nota queste trasformazioni e riesce a conoscere una Venezia che magari il turista frettoloso, il passante, non riesce a cogliere. Ormai a Venezia ci sono dei passanti più che dei turisti.

 

Quali sono le difficoltà di una città come Venezia?

Sono molte. Innanzitutto il riuscire a mantenere i rapporti tra Venezia e Mestre. Poi le difficoltà enormi dei costi colossali di restauro, ristrutturazione e manutenzione, i trasporti sono difficilissimi, e tutto ciò a causa dei vincoli che ha ogni forma di attività al suo interno. E poi per la concorrenza che esercita l’economia turistica su ogni forma di residenzialità. È sicuramente in modo incomparabile più difficile da gestire rispetto a qualsiasi altra città di pari numero di abitanti al mondo.

 

Nel 2007 è stato eletto Man of Peace per avere sin dall’inizio incoraggiato e sostenuto concretamente il progetto, promosso dalla International Academy of Environmental Sciences, per l’istituzione a Venezia di una Corte Penale Internazionale dell’Ambiente; per avere inoltre sempre coerentemente improntato la propria azione, sia come uomo di cultura che come pubblico amministratore, alla difesa e al sostegno dei diritti umani e dell’ambiente, con passione non disgiunta da grande equilibrio e senso di responsabilità. Un riconoscimento importante…

A Venezia ci diamo molto da fare a favore delle politiche di solidarietà, soprattutto verso il Medio Oriente. E poi abbiamo questa importante Accademia delle Scienze Ambientali, che ha promosso vari convegni di rilievo internazionale, come per esempio, proprio recentemente, sul mutamento climatico. Ma lì più che altro il merito è dell’Accademia stessa e dei miei uffici.

 

Abbiamo parlato del tempo del filosofo e di quello del sindaco. Ma il tempo di Massimo Cacciari?

Poiché attualmente sono in congedo dall’insegnamento universitario, purtroppo (e d’altronde non potrebbe essere altrimenti), cerco di tenermi sempre aggiornato e di studiare. Ne vanno perciò di mezzo le vacanze e l’ozio…

 

Quindi niente tempo libero?

Quella di tempo libero è una definizione che non mi piace affatto. Non ci dovrebbe mai essere tempo libero. Per me il tempo libero è quello “massimamente occupato”, quello in cui mi concentro di più, nel quale mi dedico ai miei studi. Perciò non è libero per niente. Quella del tempo libero credo che sia un’idea del tutto alienante. Dovrebbe essere il momento in cui si riflette su di sé, nel quale ci si concentra maggiormente e non quello in cui ci si distrae e ci si disperde. Dovrebbe essere il tempo in cui si pensa a se stessi, alle cose che ci sono più care e che più ci piacciono, che sono poi quelle che più ci impegnano e sulle quali ci concentriamo. L’idea che nel tempo del non lavoro - diciamo così - io mi debba distrarre è assurda, una delle più immonde di questo tempo. Nel tempo del non lavoro io invece sono massimamente occupato e mi prendo cura con la massima intensità delle cose che amo. Altro che libero!

 

Banalmente, ciò che davvero conta è la qualità del tempo…

Poiché il tempo è esattamente quello che noi percepiamo come tempo, sicuramente ha valore solo la qualità perché non è misurabile. Posso misurare un tavolo o una sedia, non il tempo. La sua durata è convenzionale. È la qualità dell’esperienza che fa il tempo, che magari ci fa ricordare una cosa avvenuta un secolo fa come se fosse accaduta solo un minuto prima, oppure al contrario ci fa pensare a una cosa avvenuta ieri come fosse un secolo fa…