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Diverse visioni del tempo

GIANLUCA GENONI

“L’uomo non morirà mai finché sarà in grado di sognare. E il sogno dell’Homo delphinus vivrà finché l’uomo proteggerà il mare”
(Jacques Mayol).

Scendere fino a -141 metri e rimanere sott’acqua più di tre minuti è un’impresa inimmaginabile per noi comuni mortali. Per Gianluca Genoni, classe 1968 e con una capacità polmonare di 9 litri, non lo è stata, perché nel 2006 nelle acque di Sharm El Sheik ha raggiunto il suo ultimo record mondiale in assetto variabile regolamentato (discesa con zavorra e risalita a braccia lungo il cavo). Un palma res degno di un grande campione, inaugurato nel 1996 con il primo record a -106 metri, seguito dalla conquista di ben quattordici primati mondiali. Una disciplina, l’apnea agonistica (esplosa a metà del Novecento grazie a pionieri come Enzo Maiorca e Jacques Mayol e proseguita in Italia con atleti del calibro dello stesso Genoni e Umberto Pelizzari), nella quale la sfida più grande è quella con se stessi, per superare i propri limiti fisici e mentali.

di Simonetta Suzzi

 

 

Come si è avvicinato a una disciplina come quella dell’apnea, sicuramente meno popolare di tanti altri sport in Italia?

Da bambino facevo nuoto agonistico e l’ho praticato fino a vent’anni. Ero un buon nuotatore: sono arrivato quinto ai campionati italiani. Quando ho iniziato l’università ho smesso, continuando però a insegnare nuoto nella piscina dove mi allenavo. L’apnea è venuta quasi per caso. Facevamo le gare in piscina con i miei colleghi ed è stato allora che mi sono accorto di avere delle buone doti da apneista. Riuscivo a stare sott’acqua anche quasi più di quattro minuti. All’inizio comunque non ci ho dato tanto peso. Ho cominciato a praticare apnea con più assiduità nel 1991, quando ho fatto il militare in Marina a La Spezia. Sono rimasto affascinato proprio dai fondali, dal silenzio, da tutto quello che c’è intorno quando sei sott’acqua, dove perdi la percezione del tempo e della dimensione. Da allora ho dedicato sempre più tempo a questa specialità. Poi ho letto un libro di uno dei primi apneisti, Jacques Majol, che si intitolava “Homo delphinus” e da lì è nata proprio una passione per questo mondo sommerso, per le imprese al limite. Poi la passione è diventata la mia professione. Nel 1996 ho fatto il mio primo record. Ad oggi ho raggiunto quattordici primati.

 

Quanto è importante e come si gestisce il tempo sott’acqua?

Sott’acqua, in apnea, il tempo è molto importante, anche perché ne hai poco, perciò è necessario gestirlo al meglio. Durante le immersioni sto sott’acqua al massimo fra i 3,15 minuti e i 3,40. Si tratta sicuramente di un tempo breve, ma in immersione sei così rilassato che i tempi si dilatano. Per questo è importante sapere da quanto sei immerso e a che profondità ti trovi. Avere uno strumento al polso che ti dà sicurezza è strettamente necessario. Soprattutto i primi anni, quando non ero abituato a questo tipo di disciplina, non sapevo proprio quantificare da quanto tempo fossi im-merso, se fosse passato un minuto o due. Facendo immersioni per i record, che arrivavano sopra ai tre minuti, mi sembravano lunghissime. Il tratto della discesa, che durava circa un minuto e quindici secondi, sembrava infinito. In quelle situazioni ti vengono in mente mille pensieri. Quindi era una percezione totalmente diversa.

 

È un po’ come se ci si calasse in un’altra dimensione…

Sì, vale anche per tutti quelli che fanno subacquea, perché il tuo corpo perde peso, svaniscono tutti i rumori, non c’è più la luce, che a mano a mano che vai in profondità diventa sempre meno intensa. Proprio un’altra dimensione. Quando fai un record e discese molto profonde, passi dalla superficie a 120/130 metri in poco più di un minuto, passi dalla luce del sole al silenzio assoluto e al buio delle profondità.

 

Come si prepara a gestire con maggiore razionalità le emozioni e le ansie che si presentano quando si deve immergere? Quali sono le tecniche di respirazione che utilizza?

Uso tecniche di rilassamento e di training mentale e faccio un tipo di respirazione yoga che si chiama pranayama. In questo modo riesco a rilassarmi completamente, a ossigenarmi nel miglior modo possibile e ad allontanare le tensioni che possono nascere durante un tentativo di record, dovute anche alla pressione per tutta la gente che hai attorno, per la responsabilità che puoi avere di battere un primato. Comunque, in generale la mia disciplina è al 50% una disciplina fisica, dove contano molto l’allenamento e la preparazione atletica, ma per l’altro 50% è importantissima una preparazione mentale. Quindi, se non sei presente a te stesso a livello psicologico e mentale, diventa impossibile fare immersioni in apnea.

 

Lo sport è spesso una passione e anche un ottimo insegnamento come regola di vita per molti ragazzi. Ma è anche una disciplina dura che impone sacrificio e fatica. Cosa direbbe a un giovane che si avvicina all’apnea, o a qualsiasi altro tipo di sport?

Nello sport, soprattutto per i giovani quando iniziano, è importante avere la passione. Credo sia sbagliato approcciarsi a qualsiasi disciplina, che sia l’apnea, il calcio o il tennis, con l’idea di diventare un campione o un grande atleta. Bisogna cominciare mossi dalla passione, e come nel mio caso avvicinarsi al mare, alle profondità, per apprezzare quello che trovi al di là di una prestazione ottimale che puoi compiere. E come in tutti gli sport, se devi raggiungere un record o un primato, ti devi allenare molto. Io per un tentativo di record mi alleno tutti i giorni, ma ho la fortuna di fare un’attività che mi piace, perciò gli allenamenti, che per molti sono un sacrificio, per me sono quasi un piacere. Anche quando non sono in allenamento, mi piace comunque andare in mare a nuotare, oppure a correre, appena posso farlo. Bisogna avere una “cultura dello sport”, ossia praticarlo per amore della disciplina, per il piacere di stare all’aria aperta senza avere come unico obiettivo quello di fare dei record o primati. Questa secondo me è la cultura che bisogna cercare di trasmettere ai ragazzi, anche perché se l’unico scopo è la competizione, il vincere a tutti i costi, si rischia di incappare in situazioni negative, che esasperano qualsiasi sport, come possono essere il doping o, nel caso dell’apnea, la perdita di quelle regole basilari di sicurezza che sono necessarie quando scendi in profondità.

 

Si sono mai verificati casi di doping nell’apnea?

Fino a oggi fortunatamente no. Tanto più che il principio dell’apnea stessa è proprio l’antitesi del doping: trovare qualche sostanza che modifichi completamente la prestazione in immersione non è facile. Il doping tradizionale non si presta alla disciplina dell’apnea e a me piace pensare che il nostro sia ancora uno sport pulito.

 

Cosa consiglierebbe a chi volesse immergersi? Quali caratteristiche fisiche bisogna avere?

Tutti possono immergersi: fare apnea è alla portata di tutti. Come tutti gli sport, però, più vuoi prestazioni elevate più devi essere un po’ predisposto a livello fisico. Le caratteristiche che deve avere un buon apneista sono: una buona capacità polmonare e la capacità di compensazione, non avere dolore o fastidio alle orecchie quando si scende in profondità e, soprattutto, un grande sangue freddo e un autocontrollo elevato.

 

L’apnea è uno sport di nicchia, non così popolare come tanti altri nel nostro Paese. Come vede il futuro di questa disciplina?

Quando ho iniziato a fare i miei record, quindi ormai quindici anni fa, parlare di apnea era difficile. C’erano i corsi tradizionali, con le bombole e con i respiratori, ma corsi di apnea se ne facevano veramente pochi, non c’erano strutture né organizzazioni. Negli ultimi anni, invece, pur rimanendo sempre uno sport di nicchia, l’apnea ha avuto una crescita enorme. Dal 2000 ho organizzato un tour di corsi, che si chiama appunto “Genoni tour”: si tratta di trenta date in un anno in cui giro l’Italia (ma vado anche all’estero), dove scopro molti giovani appassionati e che magari diventeranno delle nuove leve.

 

Quali sono le difficoltà maggiori che si incontrano nella pratica dell’apnea agonistica?

Quando c’è una grande passione per quello che si fa, le difficoltà si superano tutte. È ovvio che all’inizio, quando ho cominciato a fare i primi tentativi di record, era un po’ più difficile potersi garantire l’assistenza, i controlli medici, piuttosto che andare sott’acqua con dei subacquei durante l’allenamento che ti consentivano la tranquillità nella discesa. In seguito, nel corso degli anni, non ho mai avuto grossi problemi. L’apnea è una disciplina così particolare, ma che si fa con passione e con la passione si può fare tutto.

 

Lei pratica anche altri sport: nel 2005, ad esempio, ha corso la maratona di New York. Le emozioni che si provano praticando due discipline così diverse sono le stesse o cambiano?

Dopo avere battuto il mio primo record in apnea avevo altri due sogni. Il primo era quello di salire sull’Everest; l’atro era correre la maratona di New York. E ho avuto alla fortuna di esaudirli entrambi. Nel 2003 sono andato sull’Everest per fare un’immersione nel lago più alto del mondo, per compiere delle ricerche sull’adattamento del corpo umano in situazioni estreme. In quell’esperienza ho trovato molte affinità con il mare: ho scoperto delle similitudini tra gli abissi e le vette, che danno sensazioni ed emozioni analoghe. Con la maratona è stato diverso. Quasi sempre, quando ti alleni per fare un tentativo di record sei solo. è vero che hai sempre con te il tuo team di subacquei per l’assistenza e quindi in un certo senso l’apnea è anche una disciplina di gruppo. Allo stesso tempo, però, ha una forte componente individuale, perché quando scendi in acqua sei solo dal punto di vista emotivo, non condividi una sensazione. Volevo fare perciò questa maratona innanzitutto per vedere se ero in grado di compiere questa impresa, non avendo le caratteristiche fisiche proprie di un maratoneta (sono alto un metro e novanta e peso novanta chili!). E poi perché si tratta di una manifestazione che coinvolge decine di migliaia di persone. Quando l’ho fatta io, c’erano più di 140.000 iscritti e quella folla enorme, che ti accompagnava per tutta la corsa, è stata davvero un’emozione forte.

 

Dal 2002 ha affiancato l’attività agonistica con una serie di studi medico-scientifici legati all’apnea in collaborazione con l’Università di Varese e il CNR. Prima accennava all’immersione alle pendici dell’Everest a 5.000 metri nelle gelide acque di un lago. Come si è preparato? E quali sono stati i risultati della missione?

Insieme ai ricercatori con i quali mi sono avventurato in questa impresa, ho iniziato la prima prova a Cervinia, in un lago ghiacciato a 3.000 metri, seguita da alcuni test di apnea in ossigeno in piscina, durante i quali sono riuscito a stare in immersione fino a 15 minuti. Poi mi sono preparato facendo un po’ di acclimatamento in acqua in condizioni simili a quelle che avrei trovato sull’Everest, facendo dei test fisici e psicologici, prima a livello del mare e poi a quota 5.000 metri. Immaginavo che a livello fisico le prestazioni ad alta quota calassero, ma quello che è pazzesco è che anche a livello mentale si è meno lucidi e attivi. Soprattutto la memoria cala tantissimo.

 

I tempi di immersione in acque gelate sono diversi rispetto a un’immersione in condizioni normali?

In mare, respirando l’aria normale come quella che respiriamo noi adesso, sono arrivato a fare quasi otto minuti di apnea. Respirando invece l’ossigeno puro, quello che ti danno quando stai male e sei all’ospedale per intenderci, ho fatto quasi il doppio e sono arrivato fino a quindici minuti di apnea. Invece a 5.000 metri, quindi con la pressione e l’ossigeno molto più bassi (circa la metà dell’ossigeno rispetto a quello che c’è a livello del mare) è tutto molto più difficile. Quando ho fatto i test nella Piramide (laboratorio del CNR di studi e ricerche a elevata altitudine attivato nel 1990, situato nella valle del Kunbu ai piedi del Monte Everest, a 5.050 metri, n.d.r.) sono arrivato a fatica a tre minuti di apnea; nell’acqua molto fredda, invece, ho fatto fatica a superare due minuti. Ecco, in quelle condizioni il tempo sembra veramente che non passi mai.

 

Oltre alle sue numerose attività, ha condotto anche un programma televisivo. Come si sente uno sportivo come lei nei panni di presentatore del piccolo schermo?

Ho fatto per due anni un programma su Rai Due, “Vivere il mare”, che tratta di ambiente, nel quale ho potuto fondamentalmente parlare delle mie attività, perciò questa trasmissione si addice molto alle mie qualità. Generalmente, mi sento più a mio agio nelle profondità marine senza caos, piuttosto che in mezzo a tanta gente che continua a parlare. Comunque credo che la mia attività di “divulgatore del mare” - se così mi posso definire - attraverso i corsi che tengo o i convegni, mi gratifica molto. Il programma in televisione mi permette di trasmettere a molte più persone queste mie sensazioni ed emozioni. Se vuoi lanciare un messaggio, credo che quello televisivo sia il mezzo più facile.

 

Il tempo che passa per uno sportivo è un problema. Una carriera sportiva, per ovvie ragioni, non può durare certo come quella di una persona che fa qualsiasi altra professione. Lei come vive il trascorrere del tempo?

Sicuramente per uno sportivo il tempo è limitante. Quando si inizia, si deve tener conto che non si potrà avere una carriera troppo lunga. Quindi, quelli di un atleta sono anni più intensi, dove le soddisfazioni sono molto più grandi ma sono vissute in un tempo più limitato. In generale, mi piacerebbe avere più tempo per stare più tranquillo e fare meno cose. Però le cose che faccio mi piacciono tutte molto. A volte vorrei poter tornare indietro. Rincorro continuamente il tempo, sono sempre in giro per il mondo, devo gestire continuamente nuove situazioni e star dietro a tutto. Sicuramente, il tempo che odio di più in assoluto è quello buttato via nelle code in macchina. La tangenziale di Milano per me è allucinante. Lì non ci sono tecniche di rilassamento che tengano.

 

Neanche la respirazione pranayama?

No, purtroppo neanche quella!