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Diverse
visioni del tempo
ROBERTO GERVASO “Il tempo passa tra l’indifferenza dell’eternità”.
Questo qui sopra è solo uno dei tanti aforismi coniati dallo scrittore Roberto Gervaso: “L’aforisma è una verità, una riflessione su tutto, sull’amore, sul matrimonio, sulla gelosia, sulla fedeltà, sull’amicizia, sulla morte, sulla vita, su Dio, sul diavolo”. Giornalista, storico e polemista, Gervaso alterna la collaborazione con quotidiani e periodici alla radio e alla televisione, dove è opinionista, commentatore politico e di costume. Un personaggio decisamente interessante, con una grande passione per il gentil sesso, che ha sempre apertamente dichiarato. Facendo quattro chiacchiere con lui, abbiamo scoperto un altro suo grande amore, quasi passionale: quello per gli orologi. di Paolo Gobbi e Simonetta Suzzi
Che rapporto ha Roberto Gervaso con il tempo? Ho appena compiuto settant’anni. Fino a quando ne avevo cinquanta il tempo si limitava a passare, adesso invece vola. Io comunque non ho mai perso tempo. Il vero impegno non è affidarsi a un’ideologia, fare manifesti, appelli, sit-in, ma è mettersi ogni mattina alle nove in punto a scrivere ininterrottamente, come faccio io. Non bisogna mai perdere tempo, neanche con le donne. Se mi fanno un prestito di mille euro si presume che io li restituisca, ma se faccio perdere un’ora di tempo a qualcuno, non potrò mai ridargliela indietro. Non si può rivendicare il tempo perduto: è irrecuperabile. Io ho un grande rispetto del tempo e se nella mia vita mi è capitato di perdere tempo non è stato mai per mia volontà, ma perché ho trovato chi me l’ha fatto perdere. C’è gente che in cinque minuti riesce a farti sprecare una giornata intera.
Lei sembra avere un legame particolare con il passato per il grande interesse verso alcuni personaggi della storia: dalla Monaca di Monza alla contessa di Castiglione, da Cristina di Svezia a Lucrezia Borgia, ma anche Colombo, Magellano e Marco Polo, Cagliostro, D’Annunzio e tanti altri, uomini e donne illustri del passato, ai quali ha fatto delle interviste immaginarie. Cosa l’affascina del passato? Ho scritto una cinquantina di libri e almeno quaranta sono libri di storia. Io amo il passato, ed è proprio per questo che amo molto gli orologi. Sulla scrivania ho anche una clessidra… Da bambino ho sognato pazzamente due cose: l’orologio e le scarpe da tennis. Quando avevo sette/otto anni, durante la guerra, non era sicuramente un periodo facile e quando vedevo qualcuno che indossava l’orologio per me era una cosa pazzesca; me lo sognavo di notte (qualche anno dopo, quando ero più grande e di orologi ne possedevo alcuni, ho cominciato a sognare pazzamente le donne…). L’orologio è stato il mio primo grande desiderio, mi sembrava una cosa irraggiungibile, una specie di Fata Morgana, un miraggio. Mi ricordo la prima volta che vidi mio padre che aveva un vecchio cronografo d’oro: lo guardavo e sognavo di diventare grande anche io per averne uno. Poi mi facevano impazzire anche le scarpe da tennis, le Superga (io stavo a Torino dove c’era questa fabbrica che poi esiste ancora oggi). Nel 1950, quando presi la licenza di scuola media, mio padre me ne regalò un paio, mentre invece mia madre mi regalò un orologio, che costava allora 13.000 lire. Non mi ricordo neanche di che marca fosse. Per l’eccitazione, quella notte andai a letto con le scarpe da tennis e ogni momento accendevo la luce per guardare l’ora. Ovviamente, sembrava che il tempo non passasse mai, perché se guardi l’orologio ogni ora, ogni minuto ti sembra un’eternità… Accarezzavo quell’oggetto come una bambina avrebbe accarezzato una bambola, o come da adulto avrei accarezzato la testa di una donna. Oggi, di orologi ne avrò un centinaio.
Il suo per gli orologi sembra quasi un desiderio passionale… In un certo senso, anche se nell’orologio non c’è niente di erotico, proprio perché scandisce il tempo e il tempo è per definizione contrario all’atto amoroso. Lì i tempi te li deve dare l’istinto, non l’orologio, che al massimo può essere protagonista soprattutto negli adulteri: in quel caso il tempo bisogna veramente misurarlo…
Questo amore per gli orologi le è rimasto anche dopo? È la cosa che mi piace di più, il più bel regalo che mi si possa fare. Mio padre all’epoca insegnava educazione fisica e non avevamo molti mezzi. Da bambino, poi, nella mia classe l’orologio non ce l’aveva nessuno. è per questo che quando ne ho posseduto uno per la prima volta, è diventato per me una cosa importantissima: lo cullavo, lo ammiravo… Peccato che adesso quell’orologio non ce l’ho più. Poi negli anni, quando ho potuto possederne tanti, ho cominciato a collezionarli. Ogni tanto (anche se ho poco tempo perché lavoro molto) mi capita di andare in banca, di farmi tirare fuori la cassetta di sicurezza dove li conservo, e di mettermi a guardarli. Normalmente a casa ne ho solo tre o quattro che alterno, ma la collezione intera è in banca. Per me sono importanti, perché sono un pezzo del mio passato, della mia vita, dei miei sogni.
Quindi ha molti orologi? Ne ho uno sterminio. Non li conto perché sarebbe un inventario estenuante, ma non li conto anche per timore di non averne abbastanza.
Gli orologi rappresentano un po’ la sua memoria? Sì, perché i ricordi sono il sale e il pepe della vita, anche se non bisogna restarne prigionieri. Comunque, noi non saremmo quello che siamo oggi se non fossimo stati quello che eravamo ieri, e questo vale anche per quello che saremo domani. Il mio presente è il mio passato, ma è anche il mio futuro. Io vivo molto nel passato, che per me non rappresenta un naufragio, ma un approdo. È come se fosse un ritorno a una vita che comunque è sempre la nostra, perciò il presente non può prescindere dal nostro passato. Non si può dimenticare. Chi lo fa è un imbecille o comunque è un infelice.
Considerando che è così legato al passato, qual è il suo rapporto con la tecnologia? Possiedo tanti computer, ma non li uso, anzi non li voglio proprio usare. Io scrivo ancora con la Lettera 22 (celebre macchina da scrivere meccanica portatile realizzata dall’Olivetti negli anni ’50, n.d.r.), come faceva Montanelli. Anche Vittorio Feltri la usa. Mi viene molto meglio scrivere un libro a macchina piuttosto che con il computer. Gli articoli invece spesso li scrivo anche a penna e poi li do alla mia assistente che li trascrive sul computer.
Lei ha avuto un rapporto lavorativo e umano con Indro Montanelli... Abbiamo scritto insieme la “Storia d’Italia”. è stato il mio grande maestro, anzi, un grandissimo maestro. Per me ha rappresentato una scuola di vita e una scuola morale: mi ha instillato il senso del dovere. Mio padre e mia madre mi hanno guidato come genitori, mentre Montanelli, insieme anche a Prezzolini e Buzzati, è stato il mio maestro. Beh, ho avuto tre maestri non da poco…
Ma lei riesce a trasferire a sua volta a qualcun altro quello che le hanno insegnato? Ricevo una valanga di lettere di gente che vuole entrare nel mondo del giornalismo. Dopo averne letto due/tre righe, non rispondo neanche, perché la maggior parte delle persone crede che sia una carriera facile, quasi un passatempo nella vita. Invece, se fatto bene, il giornalismo è un sacerdozio. Io, ogni giorno, come un monaco trappista mi metto davanti alla mia Lettera 22 e scrivo: quattro ore la mattina e quattro il pomeriggio. È la mia vita. Fino a qualche anno fa avevo anche qualche altra distrazione, ma sin da giovane ho sempre lavorato otto ore al giorno, seppure all’epoca magari poi la sera riuscissi anche a fare altre cose. La mia grande distrazione sono state le donne, ovviamente prima di conoscere mia moglie. A causa di tutti i miei impegni, mia moglie si considera giustamente una vedova bianca. Comunque, non ha mai interferito nel mio lavoro. Anche perché, come dicevo prima, il mio lavoro è la mia vita. È una forma di monachesimo ed è per questo che non rispondo quasi mai a quelli che mi scrivono di voler fare i giornalisti. Si capisce subito se uno ha talento o no. Avevo diciotto anni quando scrissi la mia prima lettera a Montanelli, che allora ne riceveva centinaia al giorno, e se a me rispose c’era sicuramente una ragione. I giovani oggi pensano solo a quello che è l’aspetto esteriore del giornalismo, agli orpelli, ai pennacchi, alla popolarità e alla ricchezza - che poi nella realtà non è così - all’autorevolezza, alla vita sociale - che io tra l’altro non ho mai fatto - e invece non sanno che il giornalismo è un grande sacrificio. È un sacrificio che uno non farebbe se lo considerasse un incubo. Un po’ lo è anche per me, ma è un incubo bellissimo, di cui non potrei fare a meno.
Lei pensa che oggi comunicare serva ancora a qualcosa? Credo che tutto quello che dico e che scrivo non serva a niente, però nonostante questo io continuo a farlo. Ma non ho perso l’entusiasmo. Ho perso invece la fiducia nell’umanità in generale e nel mondo, ma mai quella in me stesso. Se perdi quella, o ti ammazzi o cambi vita.
Roberto Gervaso è molto letto dal pubblico femminile, come sostiene anche lei stesso… Sì, è vero. Ma non si tratta di un pubblico femminile giovanissimo, ma dai quarant’anni in su. Anche con i lettori uomini è la stessa cosa. Questo succede anche perché i giovani leggono pochissimo: prevalentemente si dirigono verso quegli autori che rappresentano una sorta di trasgressione, come Kerouac o verso i nuovi scrittori, di cui molti nemmeno li conosco, oppure verso un certo tipo di classici, come Oscar Wilde o D’Annunzio, che nella loro epoca hanno rappresentato una letteratura controversa. E poi amano soprattutto quei libri di filosofia indiana o buddista, per trovare riposte ad alcune domande, perché da giovani si è ancora in un momento in cui si è incerti sulla vita e sull’esistenza. A parte questi generi, però, non mi pare che leggano altro tipo di letteratura.
> Sì, certamente. Ma se leggono Melissa P. e i “Cento colpi di spazzola”, proprio no! L’anno scorso i best seller della Mondadori sono stati il libro della Littizzetto e le memorie di Al Bano... Mica le memorie di Churchill, ma quelle di Al Bano! Questi però sono i libri che vengono letti da chi non entra mai in libreria. Il lettore forte, il vero lettore, questi libri non li compra.
Giornalismo, libri, televisione. Riesce a conciliare tutti questi impegni, che tra l’altro hanno tempi e ritmi diversi tra loro? Io faccio l’editorialista, il commentatore e lo scrittore. Come giornalista scrivo per Il Messaggero, Il Mattino e Il Gazzettino del gruppo Caltagirone, che poi è un mio carissimo amico. E poi scrivo anche per le testate del gruppo Athesis: L’Arena e Il Giornale di Vicenza. Ogni tanto collaboro anche con Panorama. Su Rete 4 conduco una rubrica di costume che si chiama “Peste e corna”. E infine - per me la cosa più importante - scrivo un libro all’anno. Quest’anno non ce la faccio a finirlo, perché sto scrivendo un libro molto impegnativo sulla storia d’Italia dal 1919 ad oggi. È un libro di ricerche, che mi portano via tanto tempo. La televisione, invece, essendo il mio un programma registrato ogni quindici giorni, non mi porta via troppo tempo. Gli impegni sono tanti, ma riesco più o meno a gestirli tutti. A volte vengo un po’ “distratto” da altre cose: quando mia figlia si è trasferita per un mese da Milano a Roma per partorire è stata sicuramente una distrazione che mi ha fatto molto piacere… A me piace vivere in campagna. Ho una casa nel centro di Roma, ma passo molto del mio tempo a Sacrofano, dove è difficile che mi disturbino. Là riesco a concentrarmi e a fare la vita che desidero, ovviamente nei limiti consentiti a un essere umano.
Un’ultima domanda. Ce la farebbe a condensare in poche parole i grandi amori della sua vita? Nella mia vita ho avuto tre grandi amori, tre amori più grandi degli altri: il giornalismo, le donne, gli orologi. Ma ho spasimato e spasimo anche per Bach, Sinatra, i papillon, la nutella, la mortadella. Il giornalismo lo amo su tutto. Le donne, da quando ho conosciuto mia moglie, le faccio amare dagli altri. Bach lo ascolto ogni sera, e quando non ascolto Bach, sogno con Sinatra. Di papillon ne ho centinaia. La mortadella la mangio una volta l’anno; la nutella la guardo, sigillata in un barattolo che aprirò solo in punto di morte per divorarne, ormai impunemente, il contenuto. Degli orologi, beh abbiamo già detto tutto prima...
Lairana, Esmeralda e l’orologio al polso (Da Il Messaggero, Speciale Orologi - 26 novembre 2006 |
