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Diverse visioni del tempo

MARIO PESERICO

La manutenzione del proprio orologio si scontra in Italia con la difficile convivenza, nell’assistenza post-vendita, di realtà diverse: centri autorizzati da una parte, orologiai riparatori indipendenti dall’altra. Per effettuare le proprie scelte con consapevolezza occorre saperne di più. Proseguiamo la nostra inchiesta sul settore con un’interessante intervista al Presidente di Assorologi (Associazione Italiana Produttori e Distributori di Orologeria).

Nello scorso numero de L’OROLOGIO, una lunga intervista a un orologiaio riparatore indipendente, Sergio Bucci, ha portato sotto i riflettori i problemi che assillano da qualche tempo questa categoria, primo fra tutti la difficoltà sempre più evidente di procurarsi per vie legali i pezzi di ricambio originali, le cosiddette “forniture”. Tutto ciò anche a discapito della possibilità, per i clienti, di scegliere a chi affidare il proprio orologio in tutta libertà, basandosi sulla propria sensibilità e cultura, valutando autonomamente i pro e contro della propria scelta.
Questo mese interroghiamo sull’argomento uno degli imprenditori più noti dell’orologeria contemporanea, Mario Peserico, Direttore Generale di Eberhard Italia, interpellato in quanto Presidente di Assorologi, l’Associazione Italiana Produttori e Distributori di Orologeria. Ad essa aderiscono tutti i principali protagonisti (marchi nazionali, filiali di produttori esteri, importatori indipendenti) di quello che è da molti anni uno dei principali mercati mondiali dell’orologeria.

di Paolo Gobbi

 

 

La prima domanda è d’obbligo: che cos’è l’Assorologi?

È un’associazione che rappresenta le aziende produttrici e distributrici del mondo orologiero italiano. Copre quindi un ambito molto ampio, in quanto va dal forniturista (figura commerciale delegata alla vendita dei pezzi di ricambio degli orologi, n.d.r.) all’azienda produttrice di origine italiana, alla filiale di una marca svizzera, al distributore indipendente. In pratica, il panorama delle marche di orologeria presenti in Italia confluisce in Assorologi al 90%. Quindi c’è una buona rappresentatività.

 

Perciò non avete nulla a che fare con la distribuzione finale, ovvero con i commercianti?

No, questi rientrano in Federdettaglianti.

 

E gli orologiai riparatori?

Anch’essi non rientrano in Assorologi ma nelle Associazioni di categoria dell’Artigianato, mentre sono associati con noi, come già detto, i fornituristi.

 

A proposito di fornituristi. In questi ultimi tempi, proprio le Case svizzere, che voi rappresentate, stanno chiudendo i rubinetti delle forniture nei confronti dei fornituristi, ugualmente vostri associati. Qual è la vostra posizione in merito?

La nostra posizione ufficiale non c’è e non ci potrebbe essere, in quanto non possiamo e non vogliamo tutelare gli uni a sfavore degli altri. Siamo consapevoli della complessità della situazione. Da un lato vi è il legittimo interesse delle marche a mantenere il controllo dell’attività di riparazione allo scopo di garantire il massimo livello dell’intervento di assistenza tecnica e a controllare al tempo stesso il mercato delle parti di ricambio originali, troppo spesso utilizzate fraudolentemente da contraffattori. Dall’altro lato capisco le difficoltà degli orologiai indipendenti e dei fornituristi in un’ottica di tutela della libera concorrenza. Occorrerà trovare una soluzione di equilibrio in grado di preservare i diritti delle parti senza penalizzare nessuno. Non sarà facile.

 

Non potete neanche conciliare le due parti?

Non possiamo farci portatori di una mediazione, in quanto ogni azienda deve essere libera di poter determinare la propria politica commerciale e di assistenza tecnica. Bisogna vedere, all’atto pratico, se sono posizioni sostenibili o meno, anche rispetto alle normative e a quanto stabilito in sede europea.

 

E lei, a titolo personale e non come Presidente di Assorologi, cosa ne pensa?

Come sempre accade in Italia, lo spirito associativo è minimo se non scarso. Quindi le rivendicazioni degli orologiai riparatori, che sono legittime in quanto rappresentano semplicemente la richiesta di “poter fare il proprio mestiere”, si scontrano con le esigenze, altrettanto legittime, di aziende che vogliono tutelare la qualità degli interventi tecnici sui propri orologi. Purtroppo i riparatori non sono consorziati, non esiste una sorta di albo professionale e quindi una categoria che offra delle concrete possibilità di valutazione.

 

Una situazione che comporta dei rischi concreti?

Può accadere che un negoziante o un consumatore si rivolga a un riparatore non specializzato e che questo esegua una riparazione non a regola d’arte. Le aziende sono molto attente che questo non accada.

 

Scarterebbero quindi a priori gli orologiai riparatori indipendenti?

No, un’azienda non scarterebbe a priori la possibilità che dei tecnici preparati possano mettere le mani su degli orologi. Ma evidentemente certe garanzie non si possono avere senza delle certificazioni, che ad esempio vengono offerte dagli albi professionali. La pretesa, invece, è che chiunque possa intervenire su qualsiasi prodotto e questo non mi sembra corretto.

 

Rimane la questione, da parte del possessore dell’orologio, di poter scegliere in libertà dove e come effettuare le sue revisioni e riparazioni. Come accade nel mondo delle automobili, dove una sentenza comunitaria obbliga i produttori a vendere a tutte le officine i pezzi di ricambio delle auto.

Il problema è che la percezione culturale delle automobili è diversa da quella degli orologi. Ad esempio, quando dobbiamo fare il tagliando dei 10.000 km, portiamo l’auto all’assistenza autorizzata senza probabilmente neanche porci il problema e facciamo eseguire tutti gli interventi del caso. Se non lo facciamo, sappiamo bene che la responsabilità di eventuali malfunzionamenti, con tutti i rischi conseguenti, è solo nostra. Nell’orologeria i rischi sono inferiori solo dal punto di vista dell’incolumità...

 

Al massimo possiamo perdere l’aereo, non certo prendere un albero...

Esatto. Forse anche per questo il consumatore non si preoccupa allo stesso modo di quelli che sono gli step successivi ai quali il suo orologio deve essere sottoposto: revisioni, controlli... Si ha la convinzione, quindi, che di fronte ad un malfunzionamento non ci sia mai una propria responsabilità diretta. In definitiva, si pretende che l’orologio funzioni sempre e comunque e quando non lo fa, la colpa è di chi lo ha costruito.

 

Un grossa differenza.

Sì, continuando con il paragone automobilistico, possiamo dire che quando si porta a riparare un’autovettura presso un’officina non autorizzata, non ci si aspetta che poi, qualora sia stata riparata male, la colpa sia della Casa automobilistica. Invece, se succede lo stesso per l’orologio, la colpa inevitabilmente ricade sul produttore o sul distributore e ad esso viene richiesto, spesso preteso, l’intervento successivo.

 

Anche in garanzia?

Più volte è capitato di orologi aperti da persone non autorizzate, con un rischio abbastanza semplice: che non si capisca più quale fosse la causa iniziale e dove sia invece intervenuto un ulteriore aggravamento della situazione dell’orologio a causa dell’errato intervento. Si tratta di un problema di comunicazione, che riguarda anche i commercianti, in quanto spesso sono loro che non riescono a spiegare in maniera compiuta queste problematiche al cliente.

 

Chi vende è spesso combattuto tra il descrivere al cliente l’orologio come un oggetto ipoteticamente perfetto e quindi dalla durata illimitata, e dall’altra parte il consigliare delle revisioni periodiche, così come sarebbe naturale per un “motore” destinato a lavorare 24 ore su 24, 365 giorni l’anno.

L’informazione corretta a mio avviso non fa perdere le vendite degli orologi. Ci potrebbe essere qualche cliente che non capisce, che sottovaluta le revisioni periodiche, ma se tutti i venditori dicessero le stesse cose, alla fine il messaggio riuscirebbe a passare. Il problema è che manca quasi del tutto questo tipo di comunicazione. Basti pensare all’impermeabilità...

 

Che è poi il primo dei problemi in un orologio.

Certo. In questo caso c’è una comunicazione non corretta al cliente finale, che il più delle volte non sa che il “limite” apposto sull’orologio e ottenuto con prove statiche ha un altro significato nell’uso vero e proprio. Un orologio impermeabile a trenta metri con cui ci si tuffa da un trampolino, a causa della pressione al momento dell’impatto, del peso di chi lo indossa, della normale usura delle guarnizioni, rischia di “allagarsi”. Torniamo al paragone automobilistico: tutti al contrario sanno che entrando con la macchina in una pozzanghera alta può entrare acqua nello spinterogeno e si può restare in panne.

 

È vero, i riparatori appaiono come una sorta di categoria poco unita ed eterogenea, incapace di associarsi, senza un albo e quindi teoricamente senza la possibilità di divenire una controparte credibile. Dall’altra parte, però, le argomentazioni dei costruttori, votate sembra solo alla difesa della qualità dei propri prodotti, dimenticano di citare il fatto che il post-vendita sta diventando un business, quindi una fonte di guadagno, esattamente come è avvenuto nel già abbondantemente citato mondo dell’auto.

Non penso che una distribuzione generalizzata della fornitura comporterebbe un minor guadagno. Inoltre, i centri di assistenza interni dei grandi produttori raramente sono in pareggio e i pochi che riescono a ripagarsi sono veramente dei grandi successi. Non credo che le aziende, soprattutto quelle di grandi dimensioni, perseguano il guadagno attraverso i centri di assistenza, il post-vendita e le forniture. Né che qualcuno pensi in futuro di riuscire a trarne una fonte di guadagno. A livello personale, naturalmente, sarei ben contento se certe capacità artigiane rimanessero intatte e fra queste faccio rientrare anche gli orologiai riparatori. Che noi comunque come Assorologi stiamo iniziando anche ad incentivare.

 

Come?

Quest’anno abbiamo ripreso in mano la situazione della Scuola di Orologeria di Milano, il CAPAC, portandola a un livello tale da essere considerata dalla Regione Lombardia come uno dei patrimoni dell’artigianato da tutelare. Alla base di questo progetto non c’è solo la volontà di Assorologi, ma anche il sostegno decisivo delle Case produttrici, dalle grandi Case indipendenti ai più grandi Gruppi che hanno sostenuto sia la parte economica, sia quella progettuale offrendo in alcuni casi i rispettivi responsabili post-vendita per la realizzazione di tutta la fase didattica. Non avrebbe senso l’idea di formare dei tecnici di così elevato profilo, se poi non si pensasse a un loro futuro utilizzo.

 

In quale ambito?

Praticamente tutti. Possono entrare nel servizio post-vendita delle varie aziende presenti sul territorio italiano, possono rientrare ad esempio all’interno dell’attività commerciale di famiglia, possono intraprendere un’attività imprenditoriale in proprio... Questo per dimostrare che le aziende hanno tutto l’interesse che ci sia una formazione importante nel settore. Così come avrebbero interesse che i riparatori esistenti fossero consociati e si potesse effettuare con loro un percorso di crescita, con uno scambio di esperienze e di professionalità, cercando di standardizzare sia i processi lavorativi che i controlli della qualità. Certo è che se mai si inizia, mai si arriverà da qualche parte.

 

Quindi sarebbe necessario realizzare un albo degli orologiai riparatori?

Credo proprio di sì, naturalmente con le dovute garanzie. Ad esempio Sergio Bucci, che voi avete intervistato sullo scorso numero de L’OROLOGIO, è un tecnico assolutamente preparato, che ha avuto l’assistenza di varie Case per tanti anni con una competenza eccellente. Io capisco la sua posizione, in quanto patisce il fatto di appartenere a una categoria la cui qualifica non rientra negli standard odierni. Di conseguenza, di fronte al bivio jungla da una parte, litigi dall’altra, è evidente che la maggior parte dei costruttori abbia scelto di attuare dei criteri di distribuzione selettivi.

 

Una situazione difficile che riguarda anche il settore commerciale?

In realtà l’associazionismo a tutti i livelli non potrebbe che portare dei benefici generalizzati. In primis, alla riorganizzazione del mercato. Pensiamo, ad esempio, quanti non abilitati e non qualificati trattano la vendita di orologi di tutte le marche. Questo accade perché i negozianti ad esempio fanno un favore ad un amico, il quale fa poi un favore ad un altro amico e così un orologio da Trento finisce a Siracusa nell’arco di ventiquattro ore. In pratica, se vi fosse un associazionismo diverso, a trarne vantaggio sarebbero non solo i riparatori corretti, ma anche i negozianti corretti, i produttori e naturalmente il cliente finale.

 

Qual è il problema maggiore del mercato italiano?

Sicuramente la politica scontistica effettuata in questi ultimi anni. Se invece di abbassare sempre il listino del 20% il negozio avesse difeso il valore del servizio che dava, per l’assortimento, per l’organizzazione di eventi, per l’affiliazione dei propri clienti attraverso una serie di contatti continui, probabilmente non ci troveremmo con un mercato in parte compromesso come quello odierno.

 

E il mercato parallelo? Possibile che la responsabilità sia tutta dei negozianti che lo praticano e non dei produttori che, perlomeno, lo tollerano?

Non mi sogno neanche di dire che le aziende siano esenti da colpe. Naturalmente non stiamo parlando di parallelo diretto, quanto del fatto che può accadere che alcuni produttori pongano ai dettaglianti delle condizioni economiche che possono indirettamente favorire il parallelo. Ma questo non è un problema solo italiano, è un discorso più ampio.

 

C’è da dire che la distribuzione oggi sta soffrendo forse più del dovuto.

Già, e non bastava la burocrazia che porta via tantissimo tempo e il fatto di essere comunque vessati da tassazioni sempre più forti. Adesso sono arrivate anche le norme anti-ricliclaggio che li costringono a tenere un archivio per ricordare coloro che acquistano per 12.500 euro all’interno di un determinato arco di tempo, magari anche in fasi successive: diventa onestamente un obbligo difficile da ottemperare. Non dico che queste norme non siano corrette nella loro ispirazione, dico semplicemente che l’attuazione concreta è perlomeno difficile.