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Diverse visioni del tempo

MARIO BACCINI

Il tempo della politica visto con gli occhi del Vice Presidente del Senato della Repubblica.

Quando si parla di politica, anzi dei “politici”, in Italia spesso e volentieri si utilizzano termini poco lusinghieri, segno di un evidente allontanamento della “gente comune” dalla vita e dagli uomini del Palazzo. Eppure la vita politica è dura, complicata, con dei tempi fuori dal comune, che meritano di essere capiti e raccontati magari proprio su queste pagine, che di tempo si occupano da sempre. Per farlo abbiamo scelto una delle più importanti cariche istituzionali, il Vice Presidente del Senato.
Lo abbiamo incontrato nel suo studio, a Palazzo Madama, in una calda mattinata di giugno e con lui abbiamo parlato anche di vita politica e di Italia, scoprendo una persona ben lontana dagli stereotipi sopra citati.

di Paolo Gobbi e Simonetta Suzzi

 

 

Senatore Baccini, come uomo politico, pieno di impegni e di attività, qual è il suo rapporto con il tempo?

Personalmente non vivo il mio rapporto con il tempo in maniera terrificante, come magari si potrebbe pensare. Al contrario, il tempo riesce a darmi la giusta dimensione, la razionalità, la consapevolezza di essere vivo. Penso che la vita sia fatta di attimi e se si riesce anche a riempirli di contenuti si ottiene una dimensione piena. Perciò il tempo che passa non è un fatto drammatico, anzi, mi dà la certezza di vivere in un periodo della nostra vita, nello spazio e nel tempo, in modo intenso e pieno, carico di valori. è un momento di crescita e di consapevolezza di esserci. La cosa triste, invece, è vivere nel tempo senza saperlo, senza prenderne coscienza.

 

Come riesce a conciliare il suo tempo pubblico, che sicuramente è molto coinvolgente, con quello privato?

 

A questo proposito, posso dire che c’è un fattore molto importante che gioca a favore di questi due elementi. Si tratta dell’esperienza, il sapere cioè evitare le cose inutili, che magari quando si è più giovani siamo portati a fare, che ti aiuta a razionalizzare il tempo, a fare solo le cose importanti, quelle che contano, e a valorizzare sempre di più i particolari, i dettagli.

 

Valorizzare i dettagli vuol dire andare anche alla ricerca del lusso?

 

I dettagli che cerco non sono mai legati necessariamente a fatti esteriori, come ad esempio alla ricerca del lusso. è molto più importante cercare il bello, che si trasforma in una grande esperienza culturale, e riuscire a capirne la qualità anche da una piccola cosa. Non è sempre vero, ad esempio, che un oggetto di lusso renda felici. Magari è proprio un particolare che può farlo, con la stessa intensità.

 

C’è poi anche il piacere di avere una cosa, di possederla…

 

Sì, ma soprattutto di usarla. Poi può essere di lusso o no, ma non importa perché dobbiamo avere la consapevolezza di dominare la materia e non viceversa. Non è uno status symbol avere un oggetto, ma è la capacità di indossarlo, di vederne i particolari, di capire da dove viene, che storia c’è dietro chi l’ha realizzato: è così che anche l’oggetto di lusso diventa un oggetto vivo, ma solo se c’è un aspetto culturale alle spalle…

 

Cosa pensa della categoria dei politici?

Penso che sia troppo spesso bistrattata. Per fare una citazione dantesca, nella Divina Commedia i politici sarebbero stati messi nel girone degli ignavi, di quelli che girano a vuoto. Io invece penso che non sia vero, perché la politica è l’arte di dare risposte alla gente, è la forza del popolo, la sua rappresentanza, e ad attaccare la politica, creando ovviamente dissenso tra i cittadini, sono tutte quelle categorie di poteri che ne possono trarre vantaggio, a discapito della gente e del popolo.

 

Stiamo vivendo ora un momento di grande messa in discussione della politica. Montezemolo e D’Alema ne sono un esempio. E poi i senatori che vanno in giro in autoambulanza non aiutano granché a stemperare il clima…

Non c’è dubbio, ma io sono anche preoccupato di questo effetto populista irrazionale che indubbiamente viviamo oggi e che ovviamente sottolinea un vuoto politico e una debolezza: non l’assenza della politica. Questo è accaduto perché non siamo mai passati veramente dalla Prima alla Seconda Repubblica e non siamo riusciti a costruire una classe dirigente politica di rango in questa nuova fase e in questo nuovo sistema creato con leggi elettorali discutibili. Di conseguenza in campo sono entrate le quarte, le quinte e le seste fila. Perciò, nel gioco dei poteri che esiste nel nostro Paese abbiamo da una parte una politica debole che non riesce a regolare i poteri stessi e dall’altra i poteri che tentano di coprire gli spazi del vuoto che lascia la politica. Tutto questo a danno dei cittadini, e non a danno di chi oggi professa e lancia appelli all’assenza della politica, demolendola ai fianchi. Poi magari a farlo sono proprio quegli imprenditori che sono diventati “assistiti” e non quelli veri, che producono. Quindi la mia riflessione su questo momento storico è quella di dire: rafforziamo la rappresentanza popolare, riempiamo quel solco che divide i cittadini dalle istituzioni con degli interessi veri, produttivi, sociali e culturali, perché altrimenti questa divaricazione farà soltanto il gioco delle grandi finanziarie anonime, delle multinazionali di cui non si conosce nome e cognome, e di tutti quelli che traggono interessi dalla debolezza generale del sistema. Quindi la politica è debole, ma dobbiamo rafforzarla, perché costituisce la rappresentanza e la tutela degli interessi legittimi del nostro Paese.

 

Non le sembra che sia arrivato il momento che la politica si svecchi, affinché una classe dirigente di sessantenni/settantenni lasci il posto ai più giovani, anche per comunicare in maniera diversa rispetto al passato?

Sono convinto che il problema del rinnovamento della politica sia un problema reale, che però non può passare per un fatto anagrafico. Bisognerebbe che ci fossero dei sistemi che consentano la possibilità ai giovani e a tutti coloro che si avvicinano alla politica di poter competere alla pari con chi detiene il potere costituito. Quindi, più democrazia all’interno dei partiti, evitare le oligarchie che oggi ci sono, sia nelle istituzioni che nei partiti stessi o almeno di quello che ne rimane, in modo tale che chiunque voglia avvicinarsi alla politica, mettendo in discussione insieme alla sua faccia anche il suo nome, il suo onore e la sua storia, lo possa fare senza che qualcuno gli dia il permesso. Il problema di ricambio della classe dirigente è proprio quello che il sistema è bloccato: non è perciò un semplice dato anagrafico. Non possiamo fare un rinnovamento per legge, ma è necessario che ci sia una nuova tensione sociale, morale e culturale da parte anche dei giovani che guardano alla politica come a un’esperienza di vita interessante. Con l’informazione sbagliata che si dà nei confronti della politica e del sistema, ovviamente si trova sempre meno personale politico “illuminato” e più personale politico interessato. Questo è il vero problema.

 

Lei ha parlato di giovani che entrano in politica. E la sua entrata in politica come è avvenuta?

La mia entrata in politica nasce da un’esperienza intensa cattolica nella mia parrocchia di Castel di Guido, alle porte della Capitale. Ho iniziato nelle ACLI, nell’azione cattolica di questa parrocchia. Poi sono diventato subito dopo presidente del locale comitato di quartiere, battendomi per i problemi dei collegamenti tra il centro e la periferia, che condizionava molto la qualità di vita dei giovani. E da lì sono nate le prime battaglie sociali nei confronti delle istituzioni locali. Nel frattempo sono entrato a far parte dei movimenti giovanili della Democrazia Cristiana, passando in seguito nel comitato romano regionale, anche se è stata un’esperienza durata poco a causa di Tangentopoli, con la decapitazione di tutta la classe dirigente. Io ho assistito a tutto quel processo ancora come una giovane leva e ho visto anche tante persone che stimavo, e che stimo tutt’ora, cadere soltanto per un populismo aberrante, perché il 90% di quei processi sono stati tutti ovviamente faziosi politicamente e hanno distrutto la vita e la famiglia di molte persone. Quella è stata per me un’esperienza importante, perché ho continuato la mia iniziativa politica e dopo la fine della Democrazia Cristiana, seguendo la mia cultura di centro che guarda a un’alternativa alla sinistra su modelli e valori di vita, ho aderito al CCD, il Centro Cristiano Democratico, insieme a Casini e tanti altri amici. Poi sono stato eletto al Parlamento e infine sono giunto a questa straordinaria esperienza istituzionale di Vice Presidenza del Senato.

 

Lei è stato anche Sottosegretario agli Esteri durante il governo Berlusconi?

Sì, con delega alle Nazioni Unite, alle Americhe e alla promozione della cultura italiana nel mondo. Successivamente ho assunto l’incarico di Ministro della funzione pubblica sempre del governo Berlusconi. Ora invece ho questo incarico al Senato così importante perché è il primo dell’opposizione. Tutto questo però non mi ha impedito di muovermi anche in parallelo, nella mia vita sociale e culturale. Infatti, insieme a mia moglie Diana e ai miei figli ho realizzato con persone di buona volontà la fondazione Foedus (www.fondazionefoedus.org, n.d.r.) di cui sono presidente, che promuove l’impresa, la cultura la solidarietà italiana nel mondo. Penso che diventerà un network in tutto il mondo per dare il grande segnale che l’italianità è cultura, un valore, un modo di vivere, un modo di pensare, di vestire, di mangiare. Gli americani ci hanno insegnato a portare i jeans e noi a nostra volta possiamo insegnare un modello di vita al mondo. La nostra Italia in questo senso è una superpotenza culturale. Lo scopo che ci siamo prefissi insieme agli altri soci fondatori è quello di far diventare l’Italia un Paese affidabile, perché gli italiani non siano visti solo come un popolo “simpatico”, e per farlo dobbiamo promuovere quello che di bello abbiamo, sostenendo la cultura italiana come strumento di politica estera del nostro Paese per preparare il terreno alle imprese, per far capire che non siamo solo un veicolo di cultura allo stato puro, ma anche di produzione e di affari.

 

Di cosa si occupa esattamente la fondazione?

La Foedus nasce con l’apporto di soci fondatori privati, generalmente imprenditori, persone che prestano la propria opera e che mettono a disposizione logistica e servizi. I fondi sono raccolti attraverso donazioni private e soprattutto attraverso le iniziative, gli eventi e le manifestazioni culturali, musicali o di teatro, con cui realizziamo a nostra volta strutture e centri. Ad esempio, abbiamo già realizzato strutture per anziani e per giovani sia in Italia che all’estero. Il nostro scopo è quello di far diventare la solidarietà non solo un fatto etico, ma anche economico, una scelta politica, perché l’esercizio del dono senza reciprocità, come ricordava il Cardinal Bertone, non serve a niente, è solo un atto fine a se stesso. Invece anche la solidarietà deve essere un atto di reciprocità e quando si dona qualcosa, deve ritornare qualcos’altro in cambio, per compiere il circuito della vita.

 

Promuovendo la nostra Italia all’estero, che idea si è fatto dell’immagine che hanno di noi?

Ho scritto, insieme ad Arturo Diaconale (direttore del giornale L’Opinione, n.d.r.), un libro su come ci considerano gli stranieri e il risultato è che ci vedono come persone “simpatiche”, appunto. La nostra iniziativa è però quella di andare oltre alla simpatia e di riuscire ad essere anche affidabili. E questa cosa ci è meno riconosciuta. Però adesso anche con iniziative come quella della nostra fondazione e degli istituti italiani di cultura, dobbiamo riuscire a far capire che l’Italia ha dei settori di grande eccellenza, ha delle intelligenze straordinarie, degli imprenditori con delle capacità importanti nella piccola e media impresa, e soprattutto anche che nel settore delle nuove tecnologie siamo i numeri uno.

 

È un’iniziativa molto importante…

Sì. Stiamo studiando anche grandi iniziative di approfondimento su temi sociali. Abbiamo fatto anche una pubblicazione sui moderati che spiega esattamente chi sono e cosa fanno. Spesso infatti si parla a sproposito. La sinistra, la destra, i moderati, non sono un recinto, ma rappresentano dei valori che devono rispondere a interessi forti dei cittadini. E una grande forza politica, un grande movimento politico di pensiero, può nascere solo intorno ad interessi veri, non per la somma delle sigle o per quella dei leader. Questo è il vero problema della politica attuale, e io sarò tra quelli che, se i notabili di oggi ci lasceranno lo spazio o qualche piccola fessura per inserirci, cercherà di realizzare questa grande operazione per ridare agli interessi del nostro Paese cittadinanza politica. Non avviene il contrario, che prima si fa un partito e poi si cercano gli interessi. Bisogna invece capire prima le esigenze vere dei cittadini, e su questo dare forza politica e rappresentanza parlamentare.

 

Un’ultima nota di colore. Si dice che i politici lavorino giorno e notte, Berlusconi sostiene di dormire pochissime ore a notte. È vero?

Probabilmente Berlusconi, con tutti i suoi interessi, non dormirà per niente. Per me invece è diverso: io cerco di andare a casa quando ci riesco, per avere un po’ di spazio con la mia famiglia e probabilmente quei momenti sono i più felici della mia vita.