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Diverse visioni del tempo

CARLO LUCARELLI

“Ora c’è bisogno di un’altra identità. Di un’altra maschera. Ora c’è l’Iguana. Ecco perché ammazza la gente. Di più: la sbrana, la spappola, la distrugge. L’annienta. La spoglia nuda, si spoglia nudo e ne assume l’aspetto, come se si rivestisse di una seconda pelle” (Almost Blue, Einaudi 1977).

Carlo Lucarelli è uno dei maggiori esponenti del noir italiano. Tra i suoi libri più famosi “Almost blue”, “Il giorno del lupo”, “L’Isola dell’Angelo Caduto”, “Via delle Oche” e “Guernica”. Autore teatrale e sceneggiatore, ogni settimana nella trasmissione “Blu notte” conduce il pubblico di RAI Tre tra i misteri dei grandi casi italiani di cronaca nera ancora irrisolti, con una ricostruzione in forma narrativo-documentaristica dei delitti più famosi, che racconta seguendo il ritmo avvincente del romanzo.

di Simonetta Suzzi

 

 

Tra i suoi romanzi molti sono ambientati nel passato, “Carta bianca” o “Via delle oche” (negli anni del fascismo). Altri, invece, come “Almost blue” parlano dei giorni nostri. Questo significa che trova maggiore ispirazione nel passato che nel presente?

Dipende tutto dalla storia da raccontare. Ci sono delle storie che hanno la loro dimensione nel passato, altre invece nel presente. Non è tanto una scelta di ispirazione: ci sono storie che puoi raccontare soltanto distaccandoti dalla realtà contemporanea. Di solito sono quelle che hanno a che fare con fatti che magari stanno avvenendo proprio adesso e dai quali devi prendere una certa distanza: quindi preferisci ambientarle in un contesto passato, che diventa così una metafora del presente. Poi c’è un’altra sfumatura, quella del divertimento, che è una cosa diversa. Considerato che sono le storie a scegliere il posto in cui essere raccontate, quando ne scrivo una ambientata nel passato in un certo senso io mi diverto di più. Perché si tratta di ricostruire, di andare a scoprire dei particolari e dei dettagli che diventano più affascinanti, più esotici rispetto a quelli attuali, che invece posso vedere tutti i giorni e quindi ho meno bisogno di scoprire.

 

In che senso sono lo storie a scegliere dove essere ambientate?

 

Quando ti viene in mente una storia, ti viene in mente anche il sapore che ha e capisci subito se magari ha un sapore passato. Le storie che vanno raccontate al passato hanno un tempo più lento, più maestoso e più epico, mentre invece le storie contemporanee sono quelle che avvengono mentre le stiamo leggendo e che hanno perciò una velocità di narrazione più densa. Così, a volte ti viene in mente un’idea che ti suscita un certo tipo di rispetto, di eticità, e allora capisci che ambientarla adesso, qui nelle nostre strade, non sarebbe la cosa giusta.

 

La sua scrittura si differenzia in due filoni: uno più classico e uno più noir. Quale sente più proprio?

 

Dipende un po’ dalla storia. Mi viene sicuramente più spontanea una narrazione con un’impostazione noir, che cerca di raccontare le cose in modo che non si capisca subito quello che sta succedendo, condite da mistero e via dicendo.

 

Qual è la differenza fra giallo, noir e thriller?

 

Non ce n’è molta. Si tratta di sfumature. Il giallo è quel romanzo dove la domanda principale è: chi è stato? - una domanda sostanzialmente razionale. Il noir è un altro tipo di romanzo dove il mistero è in primo piano e nel quale la domanda principale diventa: cosa sta succedendo?. Il thriller, invece, più che l’atmosfera del noir o il dubbio razionale del giallo sviluppa il senso di tensione, dove gli avvenimenti devono tenere lo spettatore e il personaggio sempre in ansia.

 

Ci sono delle regole da seguire nella stesura di un libro giallo?

Non ci sono mai regole, in nessun tipo di romanzo. Esiste invece una “grammatica” di come si raccontano le cose e la tendenza è quella di seguire l’istinto su come narrare in certo modo piuttosto che in un altro, ma delle vere regole non ci sono mai state. Tutte le volte che se ne stabilisce qualcuna, in genere è per infrangere quelle precedenti. Da questo punto di vista, il giallo è un romanzo di sperimentazione.

 

Quindi non ci sono schemi fissi: l’omicidio, l’assassino che all’inizio deve essere insospettabile, le indagini, la soluzione finale…

Questo era il vecchio giallo classico, che adesso praticamente non esiste più. Ora il romanzo giallo racconta quella che è l’inquietudine contemporanea, a volte non c’è neanche il morto, né l’assassino, ma ci sono delle atmosfere nere, cupe e angoscianti. Queste sono le vere caratteristiche di questo genere.

 

Che tipo di lavoro di ricerca c’è dietro i suoi romanzi? E quali sono i tempi di lavorazione per la stesura di un libro?

C’è molto lavoro di ricerca. Se un libro è ambientato nel passato c’è un lavoro di ricerca “da storico”, per conoscere tutto quello che c’era all’epoca e riuscire a raccontare e a trovare ogni particolare, andando a visitare anche i luoghi, per vedere se sono diversi da come uno li conosce. La stessa cosa comunque avviene anche per un romanzo contemporaneo, perché se scrivi esattamente di casa tua è un conto, ma se devi scrivere di cose o luoghi che non conosci lo puoi fare solo documentandoti.
I tempi di lavorazione cambiano moltissimo: da due settimane a cinque anni, come nel caso dell’ultimo romanzo che sto finendo, ambientato in Eritrea nel 1896. In ogni caso, dipende sempre dal tempo che hai da dedicare alla scrittura, dalla complicità che si viene a creare con il romanzo stesso.

 

La sua scrittura è stata spesso convertita in altri mezzi di comunicazione, come quello televisivo o cinematografico. Come cambiano i tempi narrativi?

Cambiano moltissimo, a cominciare da quelli di realizzazione, perché hai a che fare con tutta un’altra dimensione, che ti porta a lavorare con tanta altra gente. Nel fare una trasposizione, poi, devi tenere conto dei limiti di un mezzo visivo come la televisione o il cinema, che invece il romanzo non ha. Quest’ultimo ha una dimensione quasi eterna: la parole hanno un loro spazio e una loro dimensione, vanno dove vuoi tu. Con il cinema o la TV devi invece pensare a delle cose concrete che vanno tradotte in termini precisi e che soprattutto possano essere realizzate nella pratica.

 

Dal suo libro “Almost blue” è stato tratto un film, per la regia di Alex Infascelli. Ritiene che la trasposizione sia fedele a quello che è il suo romanzo?

No, assolutamente, ma l’intenzione del film era proprio quella di fare qualcosa di diverso. Io non ho collaborato alla sceneggiatura. Il regista ha interpretato il libro secondo il suo punto di vista, perché non è detto che debba vedere le stesse cose dello scrittore. È quello che del resto avviene anche con il lettore, che traduce le cose secondo la sua personale visione, la quale non deve essere necessariamente la mia, e al quale può anche piacere il libro per motivi diversi da quelli per cui l’ho scritto.

 

La sua trasmissione “Blu notte” affronta con il senso critico dell’indagine e dell’inchiesta - ma sempre con un linguaggio narrativo - alcune vicende della storia italiana mai chiarite fino in fondo. Questo tipo di format riscuote molto successo tra il pubblico, che mostra un grande interesse verso la cronaca nera e i misteri irrisolti. Come se lo spiega?

Perché fa parte della realtà. Una realtà che ci è vicina e che ci angoscia. Per questo interessa. Del resto hanno successo anche le trasmissioni che parlano di politica o di economia, perché alla gente interessano questi argomenti. Come si guarda “Ballarò” perché si vuole sapere cosa sta succedendo al governo, o cose di questo genere, o si guarda “Mi manda RaiTre” per scoprire le truffe, allo stesso modo si guarda una trasmissione come la nostra perché evidentemente storia, cronaca e misteri italiani fanno parte del nostro vivere quotidiano.

 

Come mai alcuni delitti restano più impressi nella memoria collettiva rispetto ad altri, che vengono quasi dimenticati?

Perché hanno alcune caratteristiche che possono essere raccontate meglio, come possono essere ad esempio i delitti che avvengono in luoghi chiusi, o in posti in cui non te l’aspetti o che coinvolgono bambini. Sono quelli che ci fanno più impressione, in sostanza. E poi c’è chi li racconta.
Ci sono invece alcuni omicidi, che magari avvengono in luoghi degradati, di cui in qualche maniera non ci interessiamo più di tanto e che non finiscono nemmeno sui giornali.

 

Quali sono i casi che l’hanno colpita di più?

Ce ne sono tanti, direi. Fra gli ultimi casi che abbiamo trattato, in particolare le stragi, quella di Bologna in questo momento è il caso che più mi è rimasto impresso..

 

Spesso il tempo gioca un ruolo fondamentale nella soluzione di un delitto. Nel caso Cogne, ad esempio, il lasso di tempo in cui la madre si era assentata da casa sembra essere troppo breve perché qualcuno possa aver commesso quel delitto. Ci fa qualche esempio di delitti in cui il tempo è stato uno degli elementi che ha portato alla soluzione?

Sì, l’elemento tempo è importantissimo. Nel caso Fenaroli-Ghiani, per esempio, che risale agli anni ’50, se non ricordo male il tempo che l’assassino poteva avere per muoversi da Milano a Roma è stato fondamentale nell’analisi del delitto. Il problema era se il probabile assassino potesse farcela con il treno o la macchina ad essere quasi contemporaneamente in due posti così lontani per quella che era l’Italia di allora. Si stabilì che era possibile e infatti fu condannato.

 

Quale fra i personaggi che spesso ricorrono nelle sue storie, come Coliandro, dalla visione umoristico-investigativa, o l’ispettore Grazia Negro, è quello che preferisce?

Mi piacciono sempre tutti. Poi ovviamente il mio interesse varia a seconda del momento. Adesso, ad esempio, Grazia Negro è tornata a incuriosirmi, mentre Coliandro molto meno, anche perché l’ho raccontato più volte, anche alla TV. Ora mi tornano dei dubbi rispetto a Grazia, perciò uno dei prossimi personaggi sarà proprio lei.

 

L’assassino di “Almost Blue” - l’iguana - è uno che ruba l’identità, oltre che la vita, alle sue vittime. Come nasce questa idea?

Insieme a uno psichiatra abbiamo fatto una sorta di perizia psichiatrica vera su di un personaggio finto e da lì è venuto fuori cosa avrebbe potuto fare l’assassino, seguendo alcuni sogni e alcune immagini che io avevo fornito.

 

Questo ci ricorda che i suoi personaggi hanno una psicologia ben curata, a volte sono più importanti loro che la soluzione stessa del giallo. Come mai questa scelta?

Questa idea che sia fondamentale la soluzione del giallo non è più così importante. In realtà, i gialli ci piacciono soprattutto perché hanno dei bei personaggi. Certo, ci vuole una bella idea per concludere un giallo, come per qualunque romanzo. Comunque, non è la cosa importante scoprire chi è l’assassino. Raymond Chandler diceva che il giallo migliore è quello che leggeresti lo stesso, anche se mancasse la fine.

 

Un’ultima domanda: da cosa nasce la scelta di collaborare come autore al programma di Celentano “125 milioni di c…e”?

Me l’hanno chiesto e mi sembrava una cosa divertente, un esperimento. Mi divertiva l’idea di andare a vedere cosa succedeva dietro un grande programma di prima serata, un programma miliardario, perciò quando mi hanno chiesto di scrivere delle piccole cose, che poi erano dei gialli all’interno della trasmissione, ho detto di sì, anche perché era una cosa che ero in grado di fare. È stato sicuramente un bell’esperimento, ma non lo rifarei, perché non è il mio lavoro.