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Diverse visioni del tempo

GIANNI IPPOLITI

Ironico, dissacrante e provocatorio, Gianni Ippoliti ha fatto del paradosso una ragione di vivere, anche nel modo di essere e nel tempo quotidiano.

Nella corsa tra Achille e la tartaruga, il mitico “piè veloce” non raggiungeva mai il lento animale secondo il celebre paradosso del filosofo greco Zenone, uno di quei concetti bizzarri - ma fondati - che ribaltano le verità più largamente accettate. Gianni Ippoliti ha portato con successo il paradosso sugli schermi televisivi, dove è noto per i suoi programmi fuori dagli schemi, che hanno fatto tendenza presentando situazioni e personaggi divertentissimi, presi fra la gente comune. Egli stesso non si può definire un tipo comune: indossa normalmente una scarpa di un colore e una di un altro, va sempre a letto alla stessa ora e sa dire in ogni momento che ora è, tanto da organizzare il proprio tempo con estrema precisione soltanto in base alle sue percezioni. Con queste premesse, confesso di essere rimasta sinceramente meravigliata quando, al termine della nostra intervista, proprio nell’attimo in cui ci siamo salutati il registratore si è spento da solo come per magia. Non un minuto di più, non uno di meno. E così, una coincidenza ha contribuito a rafforzare ulteriormente l’immagine che Ippoliti dà di sé…

di Simonetta Suzzi

 

 

Ci racconta i suoi esordi?

Ho iniziato a tre anni cantando “Papaveri e papere” a una festa patronale, dove mi sono intrufolato non si sa come sul palco, senza che mia madre se ne accorgesse, e ho iniziato a cantare.
A parte questo “debutto”, per quanto riguarda la televisione nel 1977 ho conosciuto Stefania Rotolo, che mi propose di partecipare alla sua trasmissione “Piccolo slam”. Da lì sono nate tutta una serie di collaborazioni, fino al famoso programma su Italia Uno “Provini”, nel 1988, che mi ha fatto conoscere al grande pubblico. Quella trasmissione è stata una semplicissima intuizione: fare vedere in televisione i veri provini sostenuti dagli aspiranti artisti. Se avessi depositato l’idea, credo che a quest’ora mi sarei potuto comprare l’Alitalia!

 

Spesso ha condotto programmi innovativi e di rottura, dove i protagonisti erano persone normali, non appartenenti al mondo televisivo. Cosa la incuriosisce della gente “comune”?

 

Non ci sono gli agenti di mezzo, non ci sono contratti di esclusiva. La RAI oggi non produce più niente, perché tutti i nomi importanti sono sotto contratto con delle società esterne, che monopolizzano le produzioni. Oggi viviamo quindi nel grande assurdo che le trasmissioni RAI, nonostante l’azienda possieda gli studi, le telecamere e tutti i mezzi possibili, vengano prodotte da società esterne.
La scelta della gente comune è anche legata all’assoluta mancanza di budget: quando fai un programma “povero”, se prendi una persona della strada ti costa diecimila volte meno di uno strapagato, che poi magari fa un programma che si rivela un flop. Esistevano dei precedenti, come “La corrida”, che all’inizio era radiofonica e poi televisiva. Però lì le persone si esibivano, mentre io invece li facevo diventare protagonisti assoluti del programma, facendoli partecipare a dibattiti e dandogli libertà di esprimersi.

 

In “Non è mai troppo tardi”, apriva un vocabolario e chiedeva alla gente in strada il significato di una parola, con risultati esilaranti. Ci racconta qualche episodio?

 

Il programma andò in onda in un periodo in cui si parlava molto di Tangentopoli. Quindi, quando chiesi cosa volesse dire tangenziale, mi dissero che era una strada, a volte sopraelevata, che era fatta con denaro di dubbia provenienza. Quel tipo di programma faceva parte di un certo tipo di televisione che adesso non è più concepibile, perché oggi qualsiasi programma è un format straniero.

 

Vuol dire che non c’è più spazio per le idee nella televisione attuale?

 

Assolutamente no. Le idee hanno bisogno di rinnovarsi in continuazione, mentre la televisione continua a produrre sempre lo stesso programma, essendo oggi esclusivamente una macchina per fare soldi e non più una fucina di creatività.

 

La televisione dovrebbe essere uno strumento di cultura o di intrattenimento?

Quello della TV di oggi è un intrattenimento un po’ assurdo, fine a se stesso, dove vedi la gente che litiga, che si grida le parolacce, un po’ come accade per strada dove magari ci si sbrana per un parcheggio. Se torni a casa e vedi che si urla anche in televisione, la realtà poi ti sembra normale.
Ci sono rarissimi esempi di trasmissioni allo stato puro, come ad esempio “Report”, sui RAI Tre, dove c’è una conduttrice che senza far ridere e senza applausi ti fa vedere delle cose. Ecco, quello è un programma, tant’è vero che viene escluso dai Telegatti.
Come dicevo, oggi vengono sempre riproposti gli stessi programmi, non c’è più nessuno che ogni anno rinnovi le trasmissioni. Io ho avuto la fortuna straordinaria di appartenere a un’epoca dove c’erano dei direttori di rete che mettevano l’anima nel loro lavoro e che ti chiedevano in continuazione programmi nuovi. Quindi si era “condannati” al cambiamento. Lavorare con gente come Roberto Giovalli di Italia Uno o Angelo Guglielmi di RAI Tre significava dimenticarsi del programma che l’anno precedente aveva avuto successo ed era piaciuto alla critica, e farne uno tutto nuovo. Purtroppo ora non c’è più lo stimolo alla creatività.

 

I tempi televisivi, dal telegiornale allo spettacolo di intrattenimento, sono sempre sostanzialmente gli stessi?

Non sono mai gli stessi. Ad esempio, qualsiasi cosa stai facendo, anche se stai approfondendo un argomento interessante, se l’ispettore di studio fa partire l’applauso, bisogna voltare pagina. Tutto questo accade a causa della famigerata scaletta, dove tutto è preparato, compreso l’ordine degli ospiti convocati, che devono magari presentare il loro film o il loro libro. E allora, anche se l’argomento di cui sta parlando prende quota e dovresti approfondirlo, bisogna chiudere e andare avanti. Questo è uno sbaglio. Perciò secondo me la televisione di oggi è incoerente e il tempo televisivo, a sua volta, è condannato all’incoerenza per definizione: perché è tutto già programmato.
Le sue trasmissioni non erano soggette a determinate regole?
Io non ho mai fatto venire ospiti a parlare dei loro libri. Ho fatto delle trasmissioni in cui dicevo delle cose e le approfondivo attraverso dei paradossi e delle costruzioni surreali. Non è un caso che sia riuscito a lavorare con Carmelo Bene, che non ha mai fatto trasmissioni televisive con nessuno. Sono andato a casa sua con il signor Clemente e la signora Serafini e abbiamo registrato uno speciale di cinquanta minuti. Ho lavorato con Federico Zeri che dialogava con la signorina Lazzaro… Ma chi le vede più queste cose in TV! I miei personaggi erano persone incontrate casualmente, che davano vita al confronto tra cultura alta e cultura bassa. Questo è il bello, altrimenti facciamo un simposio dove sono tutti professori. E moriamo di noia!

 

Quanto nelle sue trasmissioni è improvvisazione?

Quando facevo “Spazio Ippoliti”, nel momento in cui arrivavo in studio per registrare il regista mi chiedeva: “Oggi che ti sei inventato?”. Non c’erano riunioni di produzione, non c’era redazione, non c’erano consulenti. Erano trenta puntate settimanali, con una scenografia composta da quattro pareti nere, perché fingevamo di essere all’aperto, in un collegamento esterno di una fantomatica trasmissione principale alla quale io mi collegavo.
Tuttavia la mia, più che improvvisazione è pura reazione: fino all’ultimo sto a vedere e ascolto quello che succede e poi reagisco con il paradosso, dicendo l’unica cosa che non ha detto nessuno, che ribalta a 180 gradi tutto quello che è stato detto, e sblocca il tutto. Ad esempio, tutti parlano delle unioni civili, ma nessuno parla mai delle unioni “incivili”, quelle tra un marito e una moglie che gridano tutto il giorno dentro casa. Quindi si dice no alle unioni civili, io invece dico no a quelle incivili, dove veramente qualcuno, un garante, dovrebbe intervenire e buttare fuori di casa uno dei due! I miei ragionamenti si basano sempre sui dei paradossi, perché la forza del paradosso è quella di scardinare il significato delle cose e mostrarti come stanno realmente.

 

Qual è il suo pubblico ideale?

La gente con capacità critica. Nel programma “Mattina in famiglia”, che è una trasmissione nazionalpopolare, avevamo iniziato anni fa a fare un esperimento: tre minuti di commento alla mia maniera dei settimanali rosa. I minuti poi sono diventati venti e sono riuscito a catturare in quel lasso di tempo tutte le persone che facendo zapping rimanevano poi sul canale. Ci sono delle volte in cui io sono la “cosa” più vista in assoluto di tutte le reti! E pensare che ho soltanto dei giornali davanti, non ho ospiti e nessun altro tipo di appeal…
Come mai la scelta di partecipare a “Ballando con le stelle”?
Perché non avevo mai ballato. Ho frequentato da giovane per un periodo le discoteche, ma un conto è muoversi al buio a tempo di musica, un conto è eseguire una coreografia. Non sapevo minimamente cosa fossero i passi base dei balli e questa cosa mi ha stimolato molto.

 

Inoltre, ha dimostrato una certa bravura nel ballo…

Io ero il più bravo in assoluto. Ho ricevuto la medaglia d’oro dalla Federazione Italiana Danza Sportiva come ballerino VIP, e quest’anno sono stato invitato ai mondiali di Madrid come miglior ballerino di tutte le edizioni internazionali di “Ballando con le stelle”. Però in finale non ci sono mai andato. Ma io mi rivolgo a un pubblico capente… L’anno scorso a una puntata è venuto Roberto Bolle, primo ballerino della Scala e più bravo al mondo. Io ballavo il valzer viennese in gara con un altro concorrente, che era convinto di sapere ballare perché gli davano 10, ma era uno dei tanti pali della luce che c’erano in trasmissione: quando tutti hanno votato per lui, ovviamente perché era bello e faceva le fiction, sostenendo che la mia coreografia era monotona, Roberto Bolle ha obiettato dicendo che il valzer viennese è per definizione ripetitivo e che invece bisogna guardare il portamento. Perciò ha votato per me. Ecco, queste sono soddisfazioni! Io ho ricevuto i complimenti da personaggi come Celentano e Fiorello. Poi, se non vado in finale, ci sono dei motivi, ma chi è intelligente li capisce…

 

Addirittura nel caso di trasmissioni di puro intrattenimento come “Ballando con le stelle”?

Nel sistema televisivo si innescano delle dinamiche per le quali io ero assolutamente un corpo estraneo, non avevo fiction da promuovere e nessuna trasmissione di lì a poco. Fino a un certo punto perciò andavo bene. Poi non più.
Però mi va bene così, mi va di lusso, perché a “Ballando con le stelle”, fra l’altro, vincono sempre le donne: nella danza, infatti, chi guida è l’uomo e allora se si fa una gara in cui i vip sono sia uomini che donne è chiaro che le donne avranno il vantaggio di essere guidate da un maestro. Se si fosse fatta una gara separata per uomini e donne avrebbe avuto più senso. Comunque mi ha fatto molto piacere partecipare a quella trasmissione perché è davvero una grande emozione ballare in diretta con l’orchestra dal vivo. È stata sicuramente l’esperienza più emozionante di tutta la mia carriera televisiva.

 

CVenendo a un argomento che ci è caro, qual è il suo rapporto con il tempo, e quali sono i tempi della sua giornata?

Quando ero piccolo indovinavo sempre che ora fosse e quando mi chiedevano cosa volevo fare da grande dicevo sempre: “l’orologio!”. Allora tutti mi dicevano: “si dice l’orologiaio”. No, io volevo fare proprio l’orologio: perché indovinavo l’ora, e questa capacità ancora adesso è ben presente. A volte quando mi capita - rarissimamente - di svegliarmi di notte, mi viene da ridere perché azzecco sempre precisamente che ora è. Ho la capacità di indovinare il tempo.
Quando mi fanno delle interviste televisive o radiofoniche, e magari mi dicono che deve durare un minuto, al termine chiedo quanto è effettivamente durata la registrazione. Ed è invariabilmente un minuto preciso, col vantaggio che così non dovranno fare tagli o montaggi. Inoltre, vado a dormire sempre alla stessa ora e mi sveglio alla stessa ora. I miei bioritmi sono precisi e la scansione del tempo, per quanto mi riguarda, è caratterizzata da questi punti fermi. Sono sempre cosciente di quanto tempo passa, certe volte anche al minuto! E quindi riesco a dosare bene le cose che devo fare. Insomma, io e il tempo ci veniamo incontro.

 

Com’è Gianni Ippoliti nella vita di tutti i giorni?

In genere, vengo visto come una persona un po’ strana, ma perché sono normale e oggi le persone normali sono rare. Non bevo, non fumo, non prendo il caffè… La normalità diventa stranezza, e se sei atipico vieni comunque visto con sospetto.

 

E questo un po’ la diverte?

Non è che mi diverte, è che io mi sento bene con me stesso. Ormai siamo in pochissimi, siamo rari (sorride). Quando mi chiedono: “progetti futuri?”, la mia risposta è: Sopravvivere a tutto quello che succede, che è l’unico progetto di vita possibile”. Per quanto riguarda il lavoro, ho decine e decine di trasmissioni pronte, che sono format italiani, ma so perfettamente che in quest’epoca non interessano più a nessuno. Non creano indotto, interessi, non fanno muovere i potentati.

 

L’ultima domanda è d’obbligo: perché le sue scarpe sono di colori diversi?

Io vivo metà della settimana a Roma e metà a Lecce, dove c’è la mia compagna. La cosa che più riempie i trolley sono proprio le calzature: ti porti dietro la scarpa scura perché hai bisogno della scarpa elegante, però anche quella con la suola di gomma in caso di pioggia, quella sportiva se vuoi correre, poi magari anche le ultime scarpe che ti sei comprato solo perché ti piacciono. E non entra più niente. Se invece lascio un paio di scarpe scompagnate, una a Roma e una a Lecce, non ho bisogno di portare le calzature per ogni occasione, perché ne ho sempre un paio sia in un posto che nell’altro. Il modello, comunque, deve essere sempre uguale.