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Diverse
visioni del tempo
GIANNI IPPOLITI Ironico, dissacrante e provocatorio, Gianni Ippoliti ha fatto del paradosso una ragione di vivere, anche nel modo di essere e nel tempo quotidiano.
Nella corsa tra Achille e la tartaruga, il mitico “piè veloce” non raggiungeva mai il lento animale secondo il celebre paradosso del filosofo greco Zenone, uno di quei concetti bizzarri - ma fondati - che ribaltano le verità più largamente accettate. Gianni Ippoliti ha portato con successo il paradosso sugli schermi televisivi, dove è noto per i suoi programmi fuori dagli schemi, che hanno fatto tendenza presentando situazioni e personaggi divertentissimi, presi fra la gente comune. Egli stesso non si può definire un tipo comune: indossa normalmente una scarpa di un colore e una di un altro, va sempre a letto alla stessa ora e sa dire in ogni momento che ora è, tanto da organizzare il proprio tempo con estrema precisione soltanto in base alle sue percezioni. Con queste premesse, confesso di essere rimasta sinceramente meravigliata quando, al termine della nostra intervista, proprio nell’attimo in cui ci siamo salutati il registratore si è spento da solo come per magia. Non un minuto di più, non uno di meno. E così, una coincidenza ha contribuito a rafforzare ulteriormente l’immagine che Ippoliti dà di sé… di Simonetta Suzzi
Ci racconta i suoi esordi?
Ho
iniziato a tre anni cantando “Papaveri e papere” a una festa
patronale, dove mi sono intrufolato non si sa come sul palco, senza che
mia madre se ne accorgesse, e ho iniziato a cantare.
Spesso ha condotto programmi innovativi e di rottura, dove i protagonisti erano persone normali, non appartenenti al mondo televisivo. Cosa la incuriosisce della gente “comune”?
Non
ci sono gli agenti di mezzo, non ci sono contratti di esclusiva. La RAI
oggi non produce più niente, perché tutti i nomi importanti
sono sotto contratto con delle società esterne, che monopolizzano
le produzioni. Oggi viviamo quindi nel grande assurdo che le trasmissioni
RAI, nonostante l’azienda possieda gli studi, le telecamere e tutti
i mezzi possibili, vengano prodotte da società esterne.
In “Non è mai troppo tardi”, apriva un vocabolario e chiedeva alla gente in strada il significato di una parola, con risultati esilaranti. Ci racconta qualche episodio?
Il programma andò in onda in un periodo in cui si parlava molto di Tangentopoli. Quindi, quando chiesi cosa volesse dire tangenziale, mi dissero che era una strada, a volte sopraelevata, che era fatta con denaro di dubbia provenienza. Quel tipo di programma faceva parte di un certo tipo di televisione che adesso non è più concepibile, perché oggi qualsiasi programma è un format straniero.
Vuol dire che non c’è più spazio per le idee nella televisione attuale?
Assolutamente no. Le idee hanno bisogno di rinnovarsi in continuazione, mentre la televisione continua a produrre sempre lo stesso programma, essendo oggi esclusivamente una macchina per fare soldi e non più una fucina di creatività.
La televisione dovrebbe essere uno strumento di cultura o di intrattenimento?
Quello
della TV di oggi è un intrattenimento un po’ assurdo, fine
a se stesso, dove vedi la gente che litiga, che si grida le parolacce,
un po’ come accade per strada dove magari ci si sbrana per un parcheggio.
Se torni a casa e vedi che si urla anche in televisione, la realtà
poi ti sembra normale.
I tempi televisivi, dal telegiornale allo spettacolo di intrattenimento, sono sempre sostanzialmente gli stessi?
Non
sono mai gli stessi. Ad esempio, qualsiasi cosa stai facendo, anche se
stai approfondendo un argomento interessante, se l’ispettore di
studio fa partire l’applauso, bisogna voltare pagina. Tutto questo
accade a causa della famigerata scaletta, dove tutto è preparato,
compreso l’ordine degli ospiti convocati, che devono magari presentare
il loro film o il loro libro. E allora, anche se l’argomento di
cui sta parlando prende quota e dovresti approfondirlo, bisogna chiudere
e andare avanti. Questo è uno sbaglio. Perciò secondo me
la televisione di oggi è incoerente e il tempo televisivo, a sua
volta, è condannato all’incoerenza per definizione: perché
è tutto già programmato.
Quanto nelle sue trasmissioni è improvvisazione?
Quando
facevo “Spazio Ippoliti”, nel momento in cui arrivavo in studio
per registrare il regista mi chiedeva: “Oggi che ti sei inventato?”.
Non c’erano riunioni di produzione, non c’era redazione, non
c’erano consulenti. Erano trenta puntate settimanali, con una scenografia
composta da quattro pareti nere, perché fingevamo di essere all’aperto,
in un collegamento esterno di una fantomatica trasmissione principale
alla quale io mi collegavo.
Qual è il suo pubblico ideale?
La
gente con capacità critica. Nel programma “Mattina in famiglia”,
che è una trasmissione nazionalpopolare, avevamo iniziato anni
fa a fare un esperimento: tre minuti di commento alla mia maniera dei
settimanali rosa. I minuti poi sono diventati venti e sono riuscito a
catturare in quel lasso di tempo tutte le persone che facendo zapping
rimanevano poi sul canale. Ci sono delle volte in cui io sono la “cosa”
più vista in assoluto di tutte le reti! E pensare che ho soltanto
dei giornali davanti, non ho ospiti e nessun altro tipo di appeal…
Inoltre, ha dimostrato una certa bravura nel ballo…
Io ero il più bravo in assoluto. Ho ricevuto la medaglia d’oro dalla Federazione Italiana Danza Sportiva come ballerino VIP, e quest’anno sono stato invitato ai mondiali di Madrid come miglior ballerino di tutte le edizioni internazionali di “Ballando con le stelle”. Però in finale non ci sono mai andato. Ma io mi rivolgo a un pubblico capente… L’anno scorso a una puntata è venuto Roberto Bolle, primo ballerino della Scala e più bravo al mondo. Io ballavo il valzer viennese in gara con un altro concorrente, che era convinto di sapere ballare perché gli davano 10, ma era uno dei tanti pali della luce che c’erano in trasmissione: quando tutti hanno votato per lui, ovviamente perché era bello e faceva le fiction, sostenendo che la mia coreografia era monotona, Roberto Bolle ha obiettato dicendo che il valzer viennese è per definizione ripetitivo e che invece bisogna guardare il portamento. Perciò ha votato per me. Ecco, queste sono soddisfazioni! Io ho ricevuto i complimenti da personaggi come Celentano e Fiorello. Poi, se non vado in finale, ci sono dei motivi, ma chi è intelligente li capisce…
Addirittura nel caso di trasmissioni di puro intrattenimento come “Ballando con le stelle”?
Nel
sistema televisivo si innescano delle dinamiche per le quali io ero assolutamente
un corpo estraneo, non avevo fiction da promuovere e nessuna trasmissione
di lì a poco. Fino a un certo punto perciò andavo bene.
Poi non più.
CVenendo a un argomento che ci è caro, qual è il suo rapporto con il tempo, e quali sono i tempi della sua giornata?
Quando
ero piccolo indovinavo sempre che ora fosse e quando mi chiedevano cosa
volevo fare da grande dicevo sempre: “l’orologio!”.
Allora tutti mi dicevano: “si dice l’orologiaio”. No,
io volevo fare proprio l’orologio: perché indovinavo l’ora,
e questa capacità ancora adesso è ben presente. A volte
quando mi capita - rarissimamente - di svegliarmi di notte, mi viene da
ridere perché azzecco sempre precisamente che ora è. Ho
la capacità di indovinare il tempo.
Com’è Gianni Ippoliti nella vita di tutti i giorni?
In genere, vengo visto come una persona un po’ strana, ma perché sono normale e oggi le persone normali sono rare. Non bevo, non fumo, non prendo il caffè… La normalità diventa stranezza, e se sei atipico vieni comunque visto con sospetto.
E questo un po’ la diverte?
Non è che mi diverte, è che io mi sento bene con me stesso. Ormai siamo in pochissimi, siamo rari (sorride). Quando mi chiedono: “progetti futuri?”, la mia risposta è: Sopravvivere a tutto quello che succede, che è l’unico progetto di vita possibile”. Per quanto riguarda il lavoro, ho decine e decine di trasmissioni pronte, che sono format italiani, ma so perfettamente che in quest’epoca non interessano più a nessuno. Non creano indotto, interessi, non fanno muovere i potentati.
L’ultima domanda è d’obbligo: perché le sue scarpe sono di colori diversi?
Io vivo metà della settimana a Roma e metà a Lecce, dove c’è la mia compagna. La cosa che più riempie i trolley sono proprio le calzature: ti porti dietro la scarpa scura perché hai bisogno della scarpa elegante, però anche quella con la suola di gomma in caso di pioggia, quella sportiva se vuoi correre, poi magari anche le ultime scarpe che ti sei comprato solo perché ti piacciono. E non entra più niente. Se invece lascio un paio di scarpe scompagnate, una a Roma e una a Lecce, non ho bisogno di portare le calzature per ogni occasione, perché ne ho sempre un paio sia in un posto che nell’altro. Il modello, comunque, deve essere sempre uguale. |
