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Diverse visioni del tempo

FRANCESCO BRUNO

È uno dei criminologi italiani più noti: dal caso Cogne alla vicenda del piccolo Tommaso Onofri, ha spesso dato la suo opinione su importanti avvenimenti di interesse nazionale. Con noi, parla del tempo e del suo ruolo primario
nell’analisi dei delitti…

Dalla letteratura gialla più tradizionale, del mitico Ercule Poirot o del Montalbano di casa nostra, ai tragici fatti di cronaca diventati dei veri e propri fenomeni mediatici, il crimine è un fortissimo
catalizzatore dell’interesse, a volte quasi morboso, del grande pubblico. Il mistero, l’intreccio, le indagini e tutte le caratteristiche di una trama gialla che si rispetti non sono solamente gli elementi di una fiction televisiva o di un bel film hollywoodiano. Abbiamo parlato con il professor Francesco Bruno, psichiatra specializzato in psicopatologie, titolare dell’insegnamento di Psicopatologia Forense all’università “La Sapienza” di Roma, e autore di numerosi saggi, delle competenze della professione del criminologo, una figura che in Italia si sta sempre più affermando, anche se siamo ancora lontani dall’immagine istituzionalizzata del detective americano o dell’agente di Scotland Yard.

di Simonetta Suzzi

 

 

Come nasce la professione del criminologo e che tipo di formazione è necessaria?

Per quanto riguarda questa professione, in Italia la via più tradizionale è quella di stampo medico-biologico. Il primo che si dedicò allo studio del criminale fu Cesare Lombroso (1835-1909; antropologo e criminologo italiano, n.d.r.), che era uno psichiatra. Ancora oggi ci sono molti criminologi che vengono da questo tipo di formazione, nel tempo però si è allargato il campo anche ad altri tipi di studi, come la giurisprudenza, la sociologia e la psicologia. Non esiste ancora un corso di laurea in scienze criminali, anche se cominciano a nascere i primi tentativi, e credo che in pochissimo tempo potrà esserci un corso specifico.

 

In particolare, di cosa si occupano i criminologi?

 

Si occupano di un campo di indagini molto vasto. Da una parte c’è lo studio del criminale, con tutti gli aspetti psicologi, psicopatologici ed esistenziali che possono condurlo a rivestire questo ruolo nella società, e poi anche della società stessa in cui avviene il crimine come fenomeno sociale, e di tutto ciò che ha una parte in quel crimine. La criminologia prevede perciò competenze molto ampie, con l’apporto e l’ausilio di molte scienze. È per tutti questi motivi che può essere considerata una scienza interdisciplinare, in quanto costituisce un legame tra varie materie, e multidisciplinare, perché è composta essa stessa da diverse scienze.

 

Ma la criminologia si occupa prevalentemente di psicologia?

 

Non necessariamente. La psicologia è comunque la parte che interessa di più, perché l’attenzione della gente viene catturata maggiormente da cosa ha motivato un certo delitto, da quali sono le reazioni a questo delitto, dal delitto perfetto in quanto tale, piuttosto che dalle statistiche di quanti crimini sono avvenuti in Italia negli ultimi mesi, o dai vari aspetti giuridici, chimici o fisici, che fanno comunque parte degli studi di un criminologo. Poi ci sono altre branche da considerare, cosiddette criminalistiche, quelle che oggi vengono chiamate scienze forensi, ossia l’applicazione delle varie scienze a quelle che sono le necessità dell’investigazione criminale. Tutti sanno che il DNA consente l’identificazione di una persona, ma nessuno va realmente ad approfondire terreni che diventano molto specifici, come ad esempio viene repertato un reperto biologico o quante analisi vengono eseguite.

 

Il criminologo quando interviene in un caso?

 

Il criminologo interviene quando richiesto: può essere chiamato in causa dalle parti, dalla polizia o dai magistrati, da chiunque abbia diritto a indagare. Può far parte organicamente della polizia come può essere un esterno che svolge un ruolo di coordinamento e di integrazione alle indagini. Normalmente, per poter far questo, è importante che la polizia scientifica ripercorra attentamente la scena del delitto, individuando tutte le tracce possibili, che poi vanno messe insieme da qualcuno. Nei film americani c’è l’investigatore come il tenente Colombo, il capo della mobile, quello che mette insieme due più due. Nella nostra realtà questo il più delle volte non succede. Non sempre, infatti, c’è il super poliziotto che da solo risolve il caso, perciò qui entra in gioco il criminologo con le sue conoscenze specifiche. Per esempio, per quanto riguarda le indagini sul serial killer di prostitute in Inghilterra, la polizia ha avuto bisogno dell’apporto del criminologo per interpretare e individuare un ambito più ristretto entro cui cercare, per tracciare il profilo psicologico dell’assassino o per stabilire la motivazione.

 

Quanto è importante il fattore tempo in un’indagine?

Si racconta che l’attuale prefetto Cavaliere, all’epoca capo della Mobile a Roma, disse che un delitto se non si risolveva nelle prime 24 ore non si risolveva più. Quello che voleva dire è che c’è un rapporto fra il tempo che passa e la possibilità di risolvere un delitto. Più ci si allontana dal momento del crimine, meno è facile, o possibile, trovare l’assassino. Viceversa, quando le tracce sono ancora fresche è possibile raccogliere quelle informazioni che servono all’individuazione dell’assassino. Purtroppo, per una serie di circostanze sfortunate, a volte si perde del tempo nelle indagini e non sempre le responsabilità sono delle forze dell’ordine. Ciò però non toglie che, anche a distanza di anni, si possano avere degli indizi tali che riescono a far individuare il colpevole. Altre volte, anche di fronte a situazioni che sono quasi di lapalissiana evidenza, non si riesce a venire a capo della matassa, perché si va alla ricerca di chissà quali verità nascoste, nonostante la verità sia invece a portata di mano, ma mancano gli strumenti per coglierla e riconoscerla come tale. Quindi, il delitto perfetto è un delitto in cui i tempi di indagine si prolungano enormemente, perché non c’è una direzione privilegiata dell’indagine stessa o perché questa si rivolge in un’unica direzione. Spesso, quando si è costretti a dire da parte della polizia “stiamo lavorando a 360 gradi”, si ammette implicitamente di non avere nessuna pista seria da seguire. Anche quando c’è una pista privilegiata, bisogna comunque escludere le altre o rafforzare la pista stessa e per farlo bisogna metterla a confronto con altre. Molte volte la polizia può anche conoscere il nome dell’assassino, ma se mancano gli elementi di prova, tali da poter resistere in giudizio, è inutile tentare di assicurarlo alla giustizia.

 

Allora il caso di Cogne potrebbe essere considerato un delitto perfetto, visti i tempi di indagine…

Non proprio, visto che nel caso Cogne - almeno a me - sembra molto evidente come siano andate le cose. Il problema è che non si riesce a trovare una reale prova di ciò e questo mette in difficoltà tutti. Se infatti non possiamo provare una vicenda delittuosa, è tutto inutile e gli elementi di prova del caso Cogne sono molto pochi, anche se secondo me sarebbero più che sufficienti. Staremo a vedere cosa dicono i giudici. Per quanto mi riguarda, non ci sono dubbi sulla colpevolezza di Anna Maria Franzoni, ma rimangono da chiarire le modalità del delitto.

 

Qual è il profilo psichiatrico della Franzoni? C’è uno sdoppiamento di personalità, che non le permette di ricordare?

È difficile poter dire in questo caso in che modo sia avvenuta la rimozione, però io sono convinto che in parte sia avvenuta e in parte no. Credo che sia un po’ come il riflesso di un bambino a cui chiedano se ha rubato la marmellata: lui nega, ma in fondo non ci crede neanche lui proprio mentre sta per dirlo. Quindi non c’è stato un processo di rimozione, ma di negazione. Poi il caso ha assunto dimensioni mediatiche senza precedenti…

 

Tornando al discorso del ruolo del tempo nelle indagini, quali sono le fasi investigative in cui questo diventa determinante?

Innanzitutto bisogna verificare quando sia avvenuto il delitto e perciò collocarlo nel tempo. In base a questo, si cominciano a escludere e a considerare i sospettati in relazione alla loro posizione al momento in cui è avvenuto il crimine: ad esempio, in un determinato caso, non si va a cercare un soggetto che era lontano all’ora del delitto, ma si indaga su quello dal cui telefonino è dimostrato che era nei paraggi o nei luoghi in cui l’assassino ha lasciato traccia. Esiste poi una vera e propria branca della scienza medico legale, la tanatocronologia, che determina il tempo esatto della morte e le sue cause. Il contesto temporale è quindi alla base dell’indagine stessa; se questo viene trascurato non si riesce a venire a capo di nulla.

 

Il lavoro del criminologo finisce con la condanna definitiva dell’imputato?

A volte siamo riusciti a fare riaprire processi che condannavano l’imputato. Questo comunque non si verifica spesso, perché la legge raramente accetta di essersi sbagliata e viene fatto di tutto per rendere difficile la riapertura delle indagini. Noi (io personalmente insieme al gruppo di avvocati che spesso lavora con me) siamo riusciti a riaprire alcuni casi che hanno poi portato all’assoluzione di quelli che stavano in carcere e alla condanna di altri. C’è stato ad esempio il caso famoso degli amanti diabolici (l’omicidio di Cinzia Bruno avvenuto nel 1993, n.d.r.) in cui il marito della vittima venne accusato di aver ucciso in collaborazione con l’amante la propria moglie, il cui cadavere fu gettato nel Tevere. Siamo riusciti a far riaprire il processo e ottenere la libertà del marito, che si è dimostrato non essere complice dell’amante nell’omicidio. Dopo otto anni di carcere è potuto uscire. Il nostro compito quindi non finisce con la condanna.

 

A proposito di carcere, come cambia la percezione del tempo per chi è costretto fra quattro mura per tanti anni o addirittura per una condanna all’ergastolo?

Una delle prime cose a cui facciamo caso noi criminologi, che abbiamo la prerogativa di entrare e uscire dal carcere per vedere i nostri clienti, è che in prigione il tempo scorre diversamente che fuori. Tra quelle mura il tempo si esprime piano: per chi sta in carcere per venti o trent’anni, i giorni sembrano quasi contare meno. Spesso, ad esempio, per avere una semplice matita per scrivere su un foglio bisogna fare un’apposita domanda, aspettare che il direttore la firmi e così via, seguendo un iter che magari porta via un intero mese, per fare una cosa che fuori da una cella è banale e immediata. In prigione le giornate non passano mai. Io sono sinceramente convinto che il carcere possa servire, se ben utilizzato, al recupero di una persona, ma più è lunga la pena, meno sollecita a mio avviso i meccanismi di diventare un’altra persona e di sottoporsi così a un trattamento educativo.

 

Cosa ne pensa della legge sull’indulto?

L’indulto, come atto di clemenza, è giustissimo. Però, se diventa un modo surrettizio di sfuggire alle responsabilità che ti dà un carcere sovraffollato, allora non sono più d’accordo. In Italia, su 60.000 situazioni carcerarie, se ne possono contare almeno circa 25.000 di persone malate che non dovrebbero essere in prigione, che non è un ospedale, bensì un luogo di pena. Anche se poi, per un difetto tipico del nostro Paese, molti ospedali sono diventati peggiori dei luoghi di pena. Non è raro che io trovi un detenuto che messo in ospedale non vede l’ora di tornarsene in carcere, perché spesso è un luogo più umano. Molte persone che oggi sono in carcere non ci dovrebbero stare, o perché agli ultimi stadi dell’Aids, o perché malate di mente o via dicendo. Poi ci sono i tossicomani, gli extra-comunitari sfortunati, quelli che sono dentro solo per un piccolissimo reato per il quale un cittadino italiano non andrebbe mai dentro perché avrebbe maggiori possibilità di difesa. E spesso la delinquenza nelle carceri si acuisce e magari da piccoli reati si diventa spacciatori. Io assolutamente sono convinto che un atto di clemenza del sistema fosse necessario per il funzionamento fisiologico del sistema stesso. Però credo che sarebbe stata più giusta un’amnistia, che non discrimina alcuni detenuti sì e altri no, generando situazioni di squilibrio fra i vari reati commessi: così, i pedofili, che sono considerati i criminali peggiori, sono stati esclusi, e invece chi ha magari ucciso un bambino è stato liberato. Ed è così anche per altre questioni.

 

Qual è il suo rapporto personale con il tempo?

Il tempo corre e io cerco di stargli appresso, ma non sono mai riuscito a dominarlo. Un mio amico prefetto (Emilio Del Mese, n.d.r.) ha scritto un libro intitolato “La scatola del tempo”, nel quale uno dei personaggi si trova a spiegare al giovane allievo che il tempo è come una scatola in cui tu metti le cose e più roba ci metti, meno tempo ti rimane. Effettivamente è vero, nel senso che per dominare il tempo si dovrebbero mettere in questa scatola solo cose come il divertimento e il piacere, che prolungano il tempo stesso e non lo riducono. Ma so che non è possibile, e allora mi ritengo fortunato a fare un lavoro che mi piace, che è già una grande cosa.

 

E nel rapporto quotidiano con il tempo?

Sono sessant’anni che gli corro dietro. Qualche volta qualche minima soddisfazione ce l’ho, perché a forza di correre riesco anche a fermarmi e farlo passare tranquillamente. Una delle cose che mi distende di più è proprio quella di avere tempo da sprecare. Io sono un contemplatore, un pensatore, e a volte vado in spiaggia a guardare il mare, o mi metto davanti a un fuoco, senza niente da fare. Quelle sono le poche gratificazioni che mi prendo. Sto scrivendo un libro che si intitola “Il tempo e lo spazio”, nel quale, partendo dal concetto spazio/tempo in psicologia e in psichiatria, ho sentito il bisogno di approfondire l’argomento. Per ora sono arrivato a una piccola semplificazione: il tempo è donna e lo spazio è maschio. Questo perché siamo riusciti a dominare lo spazio, ma non il tempo…