home >> l'Orologio >> archivio >> Sommario >> intervista


Diverse visioni del tempo

ARNOLDO FOÀ

Chi non conosce, almeno grazie alle numerose repliche notturne, “La freccia nera”, “Il giornalino di Gian Burrasca” o “L’isola del tesoro”? Queste sono solo alcune delle grandi produzioni per il piccolo schermo interpretate da Arnoldo Foà, che instancabile, fra teatro, cinema e TV, è sempre in primo piano, con la bravura di sempre e una simpatica autoironia.

Devo confessare di aver provato un certo timore reverenziale a parlare con Arnoldo Foà, ascoltando la sua famosa voce dai toni bassi e profondi, che chiunque, anche fra le generazioni più giovani, conosce. Un’istituzione del cinema e del teatro italiani, quasi settant’anni di brillante carriera, oggi è un novantenne sui generis e molto attivo: nonostante si lamenti per gli acciacchi dell’età, sembra proprio che per lui il tempo si sia fermato. Questa è l’impressione che si ha conoscendolo:
un’energia incredibile, un carisma indiscutibile, divertente e semplice, ha sempre la battuta pronta. Attualmente è sugli schermi con il film di Maurizio Sciarra “Quale amore”, tratto dal libro di Lev Tolstoj, “Sonata a Kreutzer”, interpretato da Giorgio Pasotti. Due generazioni di attori a confronto, in una pellicola che narra l’omicidio passionale commesso da un marito (Giorgio Pasotti) nei confronti della moglie (Vanessa Incontrada).

di Simonetta Suzzi

 

 

Quando ha deciso di fare l’attore?

Non mi ricordo quanti anni avevo, ma ero giovanissimo. Sapevo che cercavano un attore per una commedia e mi sono presentato. Ho avuto un grande successo, non con il pubblico, ma proprio con i miei compagni. Nel momento della mia scena, infatti, l’attore che doveva entrare con me non è entrato; io però sono andato tranquillamente avanti, dicendo le mie e le sue battute. Il pubblico non si è accorto di niente e abbiamo potuto continuare come se niente fosse. La compagnia è stata entusiasta, non facevano che ripetermi “quanto sei stato bravo!”. Perciò mi sono iscritto alla scuola di recitazione di Firenze, dove allora vivevo, sotto la guida di Raffaello Melani. L’ho frequentata per due anni. Alla fine del primo anno, abbiamo fatto lo spettacolo di fine corso, lo stesso interpretato poco prima da Memo Benassi (attore italiano tra i più originali del teatro italiano, morto nel 1957, n.d.r.). Ho avuto una recensione molto bella da un critico severissimo, il quale mi ha detto che ero stato bravo quanto Benassi. Anche per lo spettacolo del secondo anno, ho ricevuto un’altra critica molto bella e in seguito sono piovute le offerte da varie compagnie.

 

Era sempre stato un suo desiderio quello di fare l’attore?

 

No, tutto pensavo meno che fare l’attore. Sono state però decisive le parole che un impiegato di mio padre mi ha rivolto poco prima di morire, colpendomi moltissimo: “Arnoldo, faccia la fame, ma veda il mondo, vada in giro e lo conosca”. Lui non era mai stato da nessuna parte, era sempre stato a Firenze, ma era un uomo intelligentissimo anche se aveva fatto solo la terza elementare ed era figlio di uno stradino. Questa frase mi ha stimolato moltissimo e, avendo litigato con mio padre, abbandonai il lavoro nel suo negozio e decisi di andare a Roma. Fare l’attore mi sembrava un modo adatto e piacevole per conoscere e girare il mondo. Il mio maestro di recitazione di Roma mi ha poi presentato un importante personaggio del Ministero della Cultura Popolare Fascista, che a sua volta mi ha fatto conoscere Alessandro Blasetti. È stato lui a farmi entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia. E così è venuto tutto il resto…

 

Lei ha recitato con i più grandi attori, da Gino Cervi a Totò, e con registi del livello di Visconti, Strehler e Orson Welles. Ci narra qualche episodio?

 

Con Orson Welles ho fatto un film. La sera precedente il primo giro di manovella, eravamo a tavola insieme. Durante la cena, Orson disse che l’italiano non era una lingua teatrale, sostenendo perciò che l’Italia non aveva dei grandi attori. Io ho ribattuto che poiché lui non parlava la nostra lingua, non poteva dire se l’italiano fosse una lingua teatrale o no. Dopo la Grecia, l’Italia ha insegnato il teatro a tutto il mondo. Gli attori importanti e bravi c’erano anche nel nostro Paese. Per tutta risposta, lui affermò che gli attori che non sono molto conosciuti non sono bravi. Allora io feci una battuta: “Non è vero, perché tu sei molto conosciuto!”. Lui si fermò un momento e poi si mise a ridere. Così siamo diventati amici.
Durante la lavorazione del film, ogni notte Orson cambiava i testi e me li faceva leggere la mattina dopo. Ero diventato il suo “consigliere”, stavo sempre vicino a lui ad ogni scena. Quando leggevo questi pezzi, dicevo sempre: “wonderful, marvellous!”. Un giorno mi portò il solito testo nuovo, lo lessi e gli dissi che non andava bene. Alla sua domanda del perché, risposi che poiché cominciava dicendo “io consiglierei”, essendo io il “consigliere”, non poteva recitarlo lui. Era ovviamente uno scherzo, ma lui rispose che avevo ragione e che il pezzo era mio. Così ho dovuto imparare in fretta e furia un testo di una pagina e mezzo in inglese e ho fatto la scena.

 

Dall’inizio della sua carriera, come è cambiato nel tempo il mestiere dell’attore?

 

Potrei dire che gli attori di una volta si davano un po’ meno arie. Quelli di oggi, non appena raggiungono un certo livello, si credono subito importanti. Ma non è in realtà l’attore che è importante, bensì l’uomo, e il più delle volte è solo prosopopea. Oggi c’è meno rispetto per i vecchi, ma non lo dico perché io sono vecchio e penso che ci sia meno rispetto per me, ma perché c’è meno attenzione a quella che è la difficoltà di fare questo mestiere. Un attore diventa famoso e si crede importante: quello che conta, casomai, non è crederlo, ma cercare di continuare a esserlo.

 

Tanti anni di carriera, tra teatro, cinema e innumerevoli presenze televisive. Quali di questi generi preferisce?

Nessuno in particolare e tutti allo stesso tempo. Se mi piace quello che faccio sono contento di qualunque cosa, teatro, cinema o televisione. Il modo di farlo è diverso. Di fronte a una macchina da presa se sei in primo piano ti devi muovere in un certa maniera, se sei in secondo piano in un’altra, a figura intera o su un palcoscenico, davanti al pubblico, in un’altra ancora. è il mezzo che è diverso, come lo fai è sempre uguale.

 

Cosa ne pensa della televisione di oggi, rispetto a quella che ha visto e che ha fatto nascere?

Non mi piace assolutamente. Perché c’è un abbandono della cultura e secondo me la cultura è la cosa più importante per l’umanità. Non sono i soldi che contano, è la cultura che ti dà la possibilità di soddisfarti, è l’unica cosa che ti dà la gioia di vivere.

 

Che ne pensa della situazione attuale del teatro italiano? È vero che c’è poca affluenza di pubblico?

Purtroppo non si fanno più le grandi commedie antiche e questo è un peccato, perché erano molto belle. Però non è vero che c’è meno gente che va a teatro, almeno io non riscontro alle mie rappresentazioni questo tipo di problema. Non so se dipenda da me (ride), ma il pubblico lo vedo.

 

Nel corso della sua carriera si è cimentato sia in ruoli brillanti che drammatici. In quali si sente più a suo agio?

Se mi piace quello che faccio, mi piacciono entrambi, non ho preferenze particolari. Quello che è importante è il testo.

 

Ci parla del suo ultimo film “Quale amore” di Maurizio Sciarra?

Il mio è un ruolo da ascoltatore, dove parlo poco. Raccolgo le confidenze del protagonista (Giorgio Pasotti, n.d.r.), che mi racconta il suo amore, la sua vita, le sue avventure sentimentali, mentre siamo bloccati in un aeroporto internazionale per una tempesta di neve.

 

Spesso ha lavorato con giovani registi, anche poco conosciuti. Non sono tanti gli attori con una carriera come la sua che si mettono così in gioco…

A me piace lavorare con le persone intelligenti, che siano registi affermati o giovani al primo ciak. Dipende tutto da cosa e come si fa. Io non mi sento importante, se poi gli altri mi credono importante io li ringrazio e sono contento, ma non mi sento affatto di esserlo. Mi sento piuttosto uno qualsiasi.

 

Dal punto di vista storico, lei ha vissuto quasi tutto il Novecento. Quale periodo rimpiange di più?

Sicuramente non quello del Fascismo. Per il resto non glielo saprei dire, perché ho passato momenti belli e brutti in tutti i tempi.

 

E come si sente: giovane o vecchio?

Purtroppo mi sento vecchio, perché non mi ricordo più niente di quello che faccio, ho perso un po’ la memoria…

 

Però recita ancora?

Sì, ma sono meno attivo, vivo più passivamente, in quanto prima facevo molte più cose ma soprattutto ero io che ne ero promotore. Adesso invece rispondo più che altro alla “promozione” altrui.

 

Qual è il suo rapporto con il tempo di tutti i giorni?

Parla di pioggia e di sole? (Ride). Non saprei. Per me il tempo è quello che è, non mi fa paura il tempo che passa, ma vorrei solo morire senza accorgermene. Per quanto riguarda il tempo quotidiano, ultimamente ho passato un periodo difficile perché ho una gamba che mi fa malissimo e questo è il mio unico pensiero giornaliero. Tutto il resto non conta, tranne mia moglie ovviamente, che è la cosa più bella che ho.