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Diverse visioni del tempo

GIAMPIERO ARCIERO

A colloquio con il Prof. Giampiero Arciero nel suo studio di Roma per sviscerare il tema del tempo nella costruzione della personalità e nella percezione della vita umana dal punto di vista della teoria costruttivista, che focalizza la sua prospettiva proprio sul tema della storia individuale delle persone.

Psichiatra e docente presso la scuola di specializzazione in Psicologia Clinica dell’Università degli Studi di Siena, il Prof. Giampiero Arciero ha fondato, insieme a Vittorio Guidano, l’Istituto di Psicologia Cognitiva Post-Razionalista (IPRA), con sede a Roma, finalizzata alla comprensione delle complesse relazioni tra emozioni, pensieri e comportamenti. Membro dell’Executive Board della Society for Constructivism in the Human Sciences, consulente presso il dipartimento di Psichiatria dell’Università di Ginevra e collaboratore con il gruppo di Neuroscienze dell’Università di Bari, è stato ricercatore presso l’Università di Friburgo e direttore del Personal Development Laboratory dell’Università di California a Santa Barbara..

di Simonetta Suzzi

 

 

Lei è fondatore dell’IPRA, Istituto di Psicologia Cognitiva Post-Razionalista. Su che cosa si focalizza e quali sono i tempi di guarigione della terapia costruttivista?

Certamente i tempi di guarigione dipendono da vari fattori. Semplificando posso dire che l’obiettivo della terapia è la riconfigurazione del senso della propria esperienza attraverso lo sviluppo delle capacità riflessive. Chiaramente questo implica un modo di concepire la patologia, che nella nostra visione consiste nella perdita della capacità di dare un significato adeguato alla propria esperienza. Uno degli aspetti più classici dei pazienti che vanno da un terapeuta è quello di sentirsi come in balia degli eventi, come se il proprio comportamento non dipendesse da loro. La nostra terapia è impostata quindi sulla ricerca del dove si è interrotta la capacità di essere padroni di sé e si pone l’obiettivo di ricomporre il regolare fluire tra il modo in cui una persona agisce e il modo in cui si racconta quell’esperienza.
La terapia cognitiva classica istruisce il paziente, come se questi avesse bisogno di conoscere quello che gli accade per potere così risolvere il problema. In realtà, uno degli aspetti più evidenti per chi opera secondo il modello cognitivista è il fatto che il paziente dopo aver riconosciuto ciò che gli accade non è comunque capace di cambiare, dimostrando che la conoscenza teorica non è sufficiente. Io aggiungerei che la conoscenza, se non si trasforma in una prassi, è assolutamente inutile e diventa quasi una forma di narcisismo; si resta incantati nella contemplazione di sé. Quello che in particolar modo la scuola costruttivista sviluppa è l’attenzione alla persona nella sua singolarità, caratteristica questa che ci differenzia in maniera epocale da tutte le scuole di psicoterapia, anche quella analitica e di stampo freudiano. La differenza consiste nel fatto che ci occupiamo dell’individuo in prima persona, di come dà significato alle cose che vive, come agisce nella vita di tutti i giorni, come riconfigura il suo agire e sentire nell’ambito della sua storia.

 

Che ruolo ha il tempo in questi meccanismi?

 

Proprio qui entra in gioco il concetto di tempo. Il nostro presente è implicato in una trama che compone gli eventi della vita in una storia; è attraverso questa configurazione che la persona si appropria della propria esperienza. Così la storia personale dà forma alla propria esperienza estesa nel tempo, comprendendo passato, presente e futuro e mentre compone quell’esperienza, costituisce la propria identità e personalità. Nei grandi cambiamenti della vita, cambia anche il modo di vedere la propria storia e cambia il personaggio che siamo.

 

Ci fa qualche esempio?

 

Pensiamo alla fine di un rapporto d’amore: si disfa totalmente la storia e la persona deve “reinventarsi” un futuro, ma allo stesso tempo reinventa anche il proprio passato, in quanto quella stessa storia se la deve “raccontare” in maniera diversa. Quando una storia finisce diventano visibili fatti, circostanze, percezioni ed emozioni che nel momento in cui stava vivendo la storia d’amore, la persona non avrebbe mai potuto mettere a fuoco; quei fatti erano invisibili perché inerenti alla storia vissuta, e quindi alla propria identità. Nel momento in cui il rapporto si smonta, anche il passato si disfa. È un po’ come se per effetto degli eventi che emergono dalla vita si ricomponessero il passato e il futuro contemporaneamente.

 

Rispettivamente, quindi, che peso hanno sul comportamento delle persone il loro passato, il presente e la prefigurazione del futuro?

 

La dimensione più importante è quella del futuro: è la chiave di volta della lettura di quello che accade oggi o di quello che è accaduto ieri. Noi siamo sempre in attesa di quello che verrà, che sarà quello che ci dirà ciò che siamo stati nella nostra vita. È nell’ultimo momento che chiude l’arco di vita che si compie l’essere di un uomo. Da questo punto di vista credo che il futuro sia un tempo vissuto.
Il tempo vissuto è diverso dal tempo dell’orologio: è personale. Un orologio ci dice sempre l’ora ma è un’ora che non è di nessuno. Lei saprà bene che quella del tempo è un’acquisizione abbastanza recente: fino al 1913 il tempo non era sincronizzato. Le ferrovie viaggiavano a seconda del tempo delle varie nazioni e città. Alle ore 10 del 1° luglio del 1913 partì il segnale orario dalla Torre Eiffel che stabiliva la stessa ora per tutti da quel momento in poi. Quindi il tempo dell’orologio è un tempo assoluto, per tutti, ma proprio per questo non è per nessuno. È diverso dal tempo vissuto: quello è il mio tempo. La mia esperienza è ogni volta mia, mentre il tempo dell’orologio ci dà sempre il tempo presente ma non ci comunica nulla del passato né del futuro.

 

La percezione soggettiva del tempo come influisce sui comportamenti della persona?

Dal punto di vista soggettivo il tempo è il “come” di una persona. Per intenderci, se siamo tristi o annoiati un percorso di strada anche breve ci risulterà lunghissimo. Quindi il come una persona vive il tempo è legato al suo stato emozionale.

 

Che peso hanno sensazioni e sentimenti nella nostra percezione del passato?

Il nostro passato assume aspetti diversi a seconda della situazione attuale. L’esperienza, a differenza di quanto affermavano i filosofi empiristi, non è oggettiva, ma ha in realtà un significato inesauribile. Facciamo ancora l’esempio della fine di una relazione affettiva: mentre la stiamo vivendo, quei momenti ci sembrano terribili, insopportabili; se ci ripensiamo invece a distanza di quindici anni, magari mentre siamo coinvolti in un’altra relazione felice, di quei momenti abbiamo solo un ricordo sbiadito. Ma ancora, se dovesse finire con la nostra attuale compagna, l’altra, quella di quindici anni fa, potrebbe riacquistare nel ricordo un nuovo valore e una inattesa pienezza emozionale; ciò è in connessione però con il fatto che è finita la nostra relazione attuale. Quindi l’esperienza non si esaurisce nel momento in cui è passata come se mantenesse in sé un valore oggettivo, ma il valore è dato sempre da questo mutamento di visione dell’esperienza stessa, che la può ravvivare oppure far finire totalmente nel dimenticatoio, in quello sfondo silenzioso che comunque sorregge continuamente la nostra coscienza.

 

Perciò quello dell’esperienza è un valore che è vissuto e poi sempre reinterpretato?

È vissuto, perché ovviamente l’esperienza è parte del nostro passato, ma non è un attimo, come quello dell’orologio, che si esaurisce. È come se fosse un flusso continuo che viene sempre reinterpretato all’interno dei cambiamenti della storia personale, oltre che in base agli eventi della vita. La nostra carne ha un tempo finito, quindi è diverso il valore di un amore provato a vent’anni da uno vissuto a quaranta o sessanta, proprio perché noi sedimentiamo tempo ed esperienza nella nostra carne. Inevitabilmente, a causa di questa carne che cambia e degli eventi della vita, maturiamo altre prospettive per una stessa esperienza.
L’esperienza è sempre in rinnovamento, nel senso che, con il tempo, il grande burattinaio cambia la sua interpretazione e il modo stesso di appropriarsene. A vent’anni facevo i 100 metri in pochi secondi, a sessanta è più difficile. Però a sessant’anni vedo cose che a venti non potevo vedere. Quindi credo che l’arco di vita di un uomo ci dia il sapore di differenti trasformazioni nel sentire, percepire e pensare. Il fondamento di questa diversità è l’essere incarnati in un corpo che cambia, perché è temporale.

 

Che percorso segue nella vita di una persona la costruzione di una coscienza di sé?

In questo caso dobbiamo porre l’enfasi sulla storia vissuta di un individuo e non sulla coscienza come se fosse un oggetto teorico. Se la considerassimo tale, infatti, sarebbe naturale dire che un adulto ha un pensiero più astratto di un bambino di cinque anni, che non ha ancora sviluppato un pensiero riflessivo. Se invece guardiamo la coscienza di sé come un processo attraverso il quale noi ci appropriamo dei significati che costruiamo nel corso del nostro vivere, allora ogni epoca della vita ha una propria coscienza e c’è una trasformazione di prospettiva da epoca a epoca, senza che un’età sia meglio di un’altra. Le epoche della vita dell’uomo hanno diversi desideri e sensazioni, che in relazione ad esse si vanno a ricomporre o a scomporre.

 

Lo scorrere del tempo e la percezione del tempo stesso è diversa da un’epoca storica all’altra. Che tipo di percezione caratterizza secondo lei l’epoca che stiamo vivendo? E che influenza esercita sulle persone e sulla loro ricerca della felicità?

Quello che noi viviamo è un tempo velocizzato, moltiplicato, che ci porta a fare mille cose insieme, rendendoci attivi contemporaneamente su più campi di coscienza; l’epoca della velocità dunque, ma con una forte enfasi sul presente e sulla molteplicità di questo. La ricerca della felicità riflette queste caratteristiche; è una felicità rapida, potrei dire un po’ come McDonald, presa e consumata. Sono cambiati ad esempio i parametri dell’amore: si entra nell’amore in maniera totalmente diversa da un tempo, non esiste più il concetto di “una volta per sempre”. L’amore rimane amore finché le cose vanno bene, finché ci possiamo dare felicità reciproca, ma sempre con un piede fuori la porta. Uno dei grandi problemi è l’affidarsi all’altro. Io la chiamo l’etica del disimpegno, metà dentro e metà fuori, c’è sempre una via di fuga. È il cambiamento del modo di vivere il tempo, che influisce anche sulle emozioni più profonde.

 

Qual è la causa principale di questo cambiamento?

Credo che sia l’ingresso della tecnologia nella vita dell’uomo. Nella storia dell’uomo moderno gli sconvolgimenti più grandi, ma anche l’emergere di nuove forme di psicopatologia, si sono verificati in concomitanza con l’ingresso nella vita delle persone di mezzi che ne hanno trasformato il rapporto con il tempo; telegrafo, telefono, cinema, locomotiva, radio, automobile e più semplicemente l’orologio. La determinazione di un tempo preciso, ad esempio, ha esercitato una grande pressione sulla gente alla fine dell’Ottocento. Alle nuove velocità venne attribuita, alla fine dell’800, la genesi di una nuova categoria diagnostica psichiatrica: la nevrastenia. Ci sono dei resoconti sulle prime proiezioni dei montaggi cinematografici dai quali risulta che gli spettatori uscivano dal cinema senza aver compreso la storia. L’editing cinematografico dava cioè una visione frammentata e troppo veloce della realtà. La moltiplicazione della velocità giunge fino ai nostri giorni con il mondo-Internet.
L’altra grande novità connessa alle tecnologie della velocità è il cambiamento della fonte dei valori che vengono ormai dal grande e piccolo schermo. I bambini fin da piccoli giocano con il game boy o la play station o sono parcheggiati davanti alla televisione, sviluppando certamente nuovi contenuti e nuove forme di attenzione. Non è un caso che proprio l’attenzione sia l’oggetto, in tutto l’Occidente, di nuove patologie. Fra tutte il cosiddetto disturbo dell’attenzione. In America è già un’epidemia, in Italia nelle classi dai 5 ai 10 anni ci sono almeno due, tre bambini che non sanno più fare un tema o non sono più in grado di seguire quello che dice la maestra, perché hanno sviluppato un’attenzione super-velocizzata. Quindi, in relazione al cambiamento del modo di organizzare la coscienza, da un lato si determinano dei mutamenti sociali enormi per cui tutto è riorganizzato sulla base della velocità (compreso l’amore), dall’altro si determina l’emergere di nuove patologie. I disturbi dissociativi della personalità secondo me hanno alla base questo cambiamento epocale. E anche la sfera delle emozioni ha subito questo tipo di influenza: in una società veloce bisogna essere in grado di cambiare le emozioni in relazione ai mutamenti rapidi di contesti.

 

La sua professione influenza il suo modo di interfacciarsi con gli altri?

Sicuramente. Per chi fa parte della mia scuola prima di tutto c’è il rispetto dell’altro, del suo modo di vedere il mondo. Il mio lavoro consiste nel dare all’altro la cura per la propria sofferenza. Ciò non significa cambiare il suo mondo, ma dargli la capacità di prendersi cura di sé. Non diamo risposte, ma cerchiamo di fare in modo che il paziente trovi la propria risposta e le proprie domande per se stesso.

 

Qual è la sua personale concezione del tempo?

È complicata. Il tempo, così come noi lo viviamo, produce emozioni. Ogni età ha le sue emozioni: un bambino non conosce la malinconia, ma un adulto può provare la passione per la vita, che si acquisisce soltanto quando si ha un senso profondo del tempo della propria vita, della straordinarietà dell’essere vivo.