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Diverse
visioni del tempo
JEAN CAMPICHE In
più di trent’anni passati a cronometrare le auto più
veloci del mondo,
Trovarlo potrebbe non essere impresa così difficile. Basta stare in un posto dove si senta l’odore dei pneumatici surriscaldati dall’asfalto, si possa ascoltare il rombo di un dieci cilindri con gli scarichi aperti, oppure incontrare gli occhi di un pilota di Formula 1 “qualsiasi”, che so, un Kimi Raikkonen, e quasi sicuramente in questa sorta di fantastico “presepe automobilistico” ci sarà anche lui. Si chiama Jean Campiche, è nato a Losanna nel 1945 (61 anni per i matematici impigriti), ha iniziato la sua carriera di cronometrista nel 1973 e da allora non ha mai fatto altro. La sua famiglia sono i circuiti automobilistici, ma anche le piste da sci; il suo unico vizio sono i viaggi, lo sport e la velocità. Passa più di 200 giorni all’anno fuori casa, a seguire il suo lavoro, e intere generazioni di cronometristi sono cresciute e si sono affermate sotto la sua ala protettiva. di Paolo Gobbi
Come è arrivato a fare un lavoro così fuori dal comune?
Io “nasco” come ingegnere elettronico, ma la mia vera grande passione, coltivata anche durante gli studi, è quella dei motori anzi, per meglio dire, del motociclismo. I miei genitori misero a questo riguardo una sola limitazione: “prima finisci gli studi e poi fai quello che vuoi”.
E lei finì gli studi?
Certamente. Poi ho iniziato a correre e per sei anni ho gareggiato in moto a livello di campionato del mondo. Era il periodo di Giacomo Agostini per intenderci, e il mio sogno era di arrivare ai massimi livelli. Però già allora era molto difficile. In Svizzera non c’erano né autodromi né costruttori di moto. Decisi quindi di pormi un limite.
Di vittorie?
No, di età. Se entro i 28 anni non avessi raggiunto i risultati voluti, allora avrei cambiato “lavoro”, naturalmente sempre all’interno dei miei interessi. Fu così che, alla fine del 1972, iniziai a guardarmi intorno e, casualmente, su di un giornale lessi un annuncio della ditta Heuer. Cercavano una persona per il cronometraggio della “Scuderia Ferrari”, che fosse anche in grado di fare le public relations, di aiutare nello sviluppo delle apparecchiature elettroniche e che si occupasse anche della vendita di apparecchiature professionali di cronometraggio.
Chi meglio di Jean Campiche?
In realtà furono molte le persone che risposero a quell’annuncio. Io però avevo diversi vantaggi: l’elettronica era in fondo il mio mestiere, in più conoscevo bene il mondo delle corse e tutte le persone che vi lavoravano. Fui quindi scelto, con un contratto di un anno, che partiva all’inizio del 1973.
Ma come era avvenuto il contatto tra la Heuer e la Ferrari?
Era stato Enzo Ferrari, che già lo conosceva personalmente, a chiedere a Jack Heuer non solamente di eseguire il cronometraggio delle Ferrari in corsa, ma anche di organizzare un sistema di misurazione dei tempi nel circuito di Fiorano. Bisogna anche pensare che allora la Ferrari gareggiava, oltre che in F1 anche nei Prototipi, e quindi il lavoro era veramente tanto.
A Fiorano che cosa avete fatto?
Montammo lì un’attrezzatura per l’epoca assolutamente spettacolare. Si trattava di ben 45 fotocellule, con le quali potevamo misurare le accelerazioni, le frenate, la velocità in entrata e in uscita dalle curve, la velocità massima...
Tutte cose assolutamente non usuali per l’epoca?
Sì, era il primo circuito sul quale si potessero raccogliere così tanti dati. Anche perché verso la fine degli anni ’70 arrivarono i primi computer, con i quali potevamo non solo prendere tutti i cronometraggi in automatico, ma fornire anche agli ingegneri dei dati elaborati e di facile utilizzo.
Cosa faceva all’interno della “Scuderia”?
Il mio compito era quello di seguire tutti i Gran Premi. Facevo parte, in fondo, del team Ferrari a tutti gli effetti, vivendo con loro le emozioni della gara. Naturalmente il mio lavoro era anche quello di sviluppare le tecniche da utilizzare nel futuro e quindi mi alternavo tra gli impegni quotidiani e la ricerca tecnologica.
Un lavoro bello, ma complicato.
Si, ma soprattutto lungo. Tanto più che alla fine degli anni ’70 è arrivata anche la crisi dell’orologeria svizzera, sopraffatta dai quarzi giapponesi. La Heuer è stata una tra le tante aziende a dover modificare il proprio assetto, anche perché la sua specializzazione, a livello commerciale, era quasi esclusivamente meccanica. Purtroppo tra i tanti contratti a saltare c’è stato anche quello con la Ferrari. Un vero peccato, in quanto stavamo sviluppando delle tecnologie veramente molto interessanti. Diciamo che allora è mancata anche un po’ di fortuna.
Perché fortuna?
Perché proprio in quel periodo abbiamo iniziato a lavorare con alcune società hi-tech della Silicon Valley, e per ben due volte, dopo aver sviluppato delle tecnologie assieme, ci siamo visti chiudere, a fine progetto, la porta in faccia. Perdendo tutto il lavoro fatto. Quindi alla fine è stato giocoforza chiudere alcuni settori, tra i quali quello del cronometraggio.
Con la Ferrari lei però ha continuato a lavorare?
Sì. In realtà il mio capo alla Heuer mi aveva detto, circa quattro mesi prima della chiusura, di iniziare a “guardarmi attorno”. Ho avuto in quel periodo diverse proposte, da altri team della F1, e da alcune Case di orologeria: prima la Omega e poi la Longines.
Perché allora Omega e Longines non erano ancora accomunate all’interno dello Swatch Group...
Erano concorrenti. Bisogna però ricordare che già negli anni ’70 esisteva la Swiss Timing, ovvero un pool di produttori, che comprendeva anche Longines, Omega e Heuer. Si trattava di aziende le quali, pur facendo capo a proprietà diverse, facevano fronte comune per contrastare l’offensiva che veniva da altri marchi emergenti, come Seiko, Citizen, Texas Instruments. Allora il motivo del contendere più importante era naturalmente il cronometraggio alle Olimpiadi.
Quindi qualcosa di diverso dalla Swiss Timing di oggi.
Certamente. Dopo il 1986, quando fu creata la SMH, oggi Swatch Group, la Longines e l’Omega furono riunite sotto la stessa proprietà e la Swiss Timing divenne l’azienda del gruppo che si occupa di cronometraggio, operando di volta in volta su richiesta della Omega, della Longines, della Swatch, della Tissot...
Ma torniamo alla sua storia in Ferrari.
Nel 1980 io di fatto mi ritrovai a continuare il mio lavoro alla Ferrari, però sotto le insegne della Longines, che era subentrata nel contratto con la Casa di Maranello. La volontà era di tornare alla sperimentazione dei nuovi sistemi, avendo in più la fortuna di lavorare di nuovo con i “miei amici” della Ferrari. Erano però cambiati sia gli investimenti, sia lo spirito con il quale si affrontava questo lavoro.
Quanto durò la sua collaborazione con la Longines?
Per sette anni, dal 1973, ho lavorato per la Heuer. Poi per altri sette anni, dal 1980, ho collaborato con la Longines. Non ho però gradito la nascita del “gruppo”, della SMH. Io infatti ho bisogno di credere nella marca per cui lavoro, di spingere per lei. Cerco la dinamica, l’innovazione, la spinta ad andare avanti.
E non riusciva a trovarlo nell’ambiente dove allora lavorava?
Nella mia filosofia di vita è impensabile lavorare un giorno per Omega, il giorno dopo per Longines e così via.
Quindi ha lasciato.
Sì. Nel frattempo la TAG Heuer aveva ripreso contatto con me, in quanto avevano nuovi capitali a disposizione e volevano tornare di nuovo nel cronometraggio sportivo.
Una nuova storia stava iniziando?
Sì, alla fine del 1986 sono rientrato in TAG Heuer, iniziando a sviluppare immediatamente delle nuove apparecchiature. I primi risultati non si sono fatti attendere e già nel 1989 abbiamo firmato il primo contratto per un cronometraggio ufficiale. Si trattava della Coppa del Mondo di Sci, per tutte le gare che si tenevano in America. Siamo poi cresciuti nello sci anche in Europa.
Ma non si potevano dimenticare i motori…
Diciamo che i contatti erano sempre vivi. Ad esempio, lavoravamo molto nello sci con la Olivetti, la quale era anche attiva a livello ufficiale con la Formula 1. Così alla fine del 1991 abbiamo sentito delle voci che c’era la possibilità di ritornare in questo mondo e abbiamo di lì a poco firmato un contratto di cronometristi ufficiali. Già nel febbraio del 1992 ero al lavoro per il Gran Premio di Kylami, in Sud Africa.
Una gran bella soddisfazione.
Per me una cosa assolutamente favolosa. Quando ho lasciato la Heuer alla fine degli anni ’70 ho dovuto anche abbandonare un complesso progetto ormai vicino alla realizzazione, che prevedeva di effettuare i cronometraggi utilizzando i transponder. Si trattava di un sistema molto complesso, che era già stato presentato alla Federazione Internazionale dell’Automobilismo e che non arrivò allora alla realizzazione finale solamente per mancanza di fondi.
Quale fu il suo primo pensiero?
Tanti, anche se devo ammettere che in quel 1992 il primo sentimento che provai fu quello della revenge, della rivincita. Iniziammo a lavorare, devo dire in maniera molto positiva, assieme alla Olivetti, la quale però a causa della flessione del mercato dei personal computer, fu costretta nel 1993 ad abbandonare la Formula 1.
Vi siete ritrovati soli?
Sì, e anche con tanti problemi. Nel 1994 non avevamo certo la potenza economica per realizzare sia il timekeeping, il cronometraggio vero e proprio, che il data processing o data handling, ovvero la gestione computerizzata di tutte le rilevazioni. Per nostra fortuna Bernie Ecclestone era fortemente motivato a sviluppare la parte dedicata al cronometraggio e si offrì di finanziare in prima persona il nostro lavoro. Mise una sola condizione: quella di fare qualcosa di “bello”!
Un grosso gesto di fiducia.
E anche una grande fortuna, perché c’era finalmente qualcuno che aiutava a spingere avanti il nostro lavoro. Non è quindi un caso che, a partire dal 1994, il cronometraggio ha visto un’evoluzione “spettacolare”, con lo sviluppo di nuovi transponder, più precisi e affidabili. E poi a partire dal 1995 è arrivato anche il controllo elettronico delle false partenze, il jamstart, con dei sensori all’interno della pista e un nuovo transponder all’interno della macchina. Lo stesso che dal 1996 viene utilizzato per cronometrare i pit-stop.
Cambiamenti veramente importanti...
Ma non era ancora finita, il meglio doveva ancora venire. Nel 1997 infatti è avvenuto senza dubbio il più importante progresso tecnologico, almeno dal mio punto vista, ovvero da quello del responsabile del cronometraggio. In quell’anno la TAG Heuer sostituì la fotocellula, fino ad allora responsabile del tempo assoluto sia in prova che in gara, con i transponder, che in quel momento avevano raggiunto un livello molto alto sia di affidabilità che di precisione. Poi c’è stata una grande evoluzione anche della parte software, grazie alla quale siamo riusciti a dare una grande quantità di “tempi” ai vari team manager, agli ingegneri addetti alla progettazione. Ma soprattutto abbiamo lavorato, ed io in prima persona, per dare il massimo delle informazioni ai media televisivi, rendendo così questo sport sempre più avvincente e popolare..
Tutto questo fino a quando?
Fino al 2003. Dodici anni di lavoro e di sviluppo senza interruzioni.
E poi?
Secondo noi quando un produttore vuole fare dei progressi, deve necessariamente fare delle nuove cose. È stato così che la direzione della TAG Heuer ha deciso di muoversi verso sfide completamente nuove. C’era una buona opportunità di andare a fare cronometraggio negli Stati Uniti, su dei circuiti con delle velocità medie altissime, 330/340 chilometri orari.
Un sfida importante anche tecnicamente?
Soprattutto tecnicamente, in quanto c’era per noi un grande obiettivo da raggiungere: quello del decimillesimo di secondo. Che oggi abbiamo felicemente raggiunto.
Qual è lo sport più difficile da cronometrare?
Forse lo sci. Perché le condizioni atmosferiche cambiano continuamente, e garantire il funzionamento perfetto delle apparecchiature elettroniche in un posto dove può soffiare un vento fortissimo oppure si possono raggiungere temperature di –25°C, è veramente molto difficile. Servono delle fotocellule di altissima qualità, tutto il resto sono parole inutili.
E il decimillesimo di secondo non potrebbe essere applicato anche in altri sport dove il cronometraggio è fondamentale, tipo il nuoto?
In teoria, nel nuoto, potremmo effettuare dei cronometraggi con una precisione al decimillesimo di secondo. Nella pratica l’esperienza ci ha insegnato che non possiamo “garantire” questa precisione. La velocità è troppo bassa, il tracciato troppo breve, basta che sulla parete della piscina sia stata data una mano in più di vernice tra una corsia e l’altra, per determinare una rilevazione diversa dei tempi. E questo non sarebbe corretto, in quanto falserebbe il risultato finale. Mentre la nostra missione è quella di “garantirlo”.
Qual è il momento che ricorda con maggiore gioia dei 33 anni passati a cronometrare corse?
Senza dubbio gli anni passati con la Scuderia Ferrari. C’era un clima umano oggi assolutamente irripetibile.
E la Indy?
Lavorare con gli americani è diverso. Lì il pubblico vuole lo show, lo spettacolo. Vogliono vedere delle macchine che combattono vicine e magari con un bel crash ogni tanto, non troppo violento ma con almeno qualche fiamma. Non gradirebbero mai delle corse come quelle della Formula 1.
Qual è invece il momento più duro che ha dovuto passare?
Ci sono stati diversi momenti tristi. Non potrò mai dimenticare ad esempio l’incidente mortale di Gilles Villeneuve. Lui era veramente un mio amico. E poi nel 1994 l’incidente di Ayrton Senna a Imola. Ricordo ancora benissimo quei giorni. Prima ci fu l’incidente, per fortuna non grave, a Barrichello. Poi il sabato la morte di Ratzenberger e quindi, il giorno dopo, la morte di Senna in gara. Ricordo che anche con tutto il mio entusiasmo e la mia forza di carattere, mi trovai a pensare “stop, basta, io voglio uscire da questo mondo, è troppo”. Poi, come sempre accade, il tempo, lentamente, ha cancellato questi propositi. Ma il dolore rimane.
Qual è il futuro della cronometria?
Io penso che il decimillesimo fosse un traguardo necessario per competizioni come la Indy, interessante anche in alcune discipline olimpiche, come la velocità in pista. Non utile invece per la Formula 1. Per quanto riguarda il futuro, penso che la curva dello sviluppo sia arrivata molto vicina all’apice. Possiamo migliorare la parte grafica, fornire al pubblico delle notizie in più, in maniera migliore. Non è quindi utile cercare un dato ancora più preciso, quanto rendere sempre più facilmente ed utilmente fruibili quelli abbondanti di cui già oggi disponiamo. |
