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Diverse visioni del tempo

UMBERTO PELLIZZARI

Una passione che diventa un mestiere: a colloquio con il grande
apneista italiano.

“Da 0 a 100 metri e poi ancora più giù, a precipizio negli abissi (…). Ogni volta risalire è una scelta: sono io che torno a riappropriarmi della mia dimensione umana, metro dopo metro, per venire di nuovo alla luce. Spesso mi chiedono cosa c’è da vedere laggiù. Forse l’unica risposta possibile è che non si scende in apnea per vedere, ma per guardarsi dentro. Negli abissi cerco il mio io. È un’esperienza mistica, ai confini col divino. Sono immensamente solo con me stesso, ma è come se mi portassi dentro tutta l’essenza dell’umanità. È il mio essere umano che supera il limite, che si cerca fondendosi col mare, che si immerge in se stesso e si ritrova”. Queste parole di Umberto Pelizzari, che riassumono la sua passione per la profondità, aprono il sito Internet ufficiale (www.umbertopelizzari.com) che racconta il grande campione mondiale di immersioni in apnea: ventinove record mondiali battuti, tre record nelle tre più importanti specialità ottenuti nel 1999 (-80 metri in assetto costante e -150 metri in assetto variabile No Limits) e nel 2001 (-131 metri in assetto variabile), oggi è presentatore e giornalista televisivo con i programmi di divulgazione scientifica “Sai perché” e “Pianeta Mare”.

di Simonetta Suzzi

 

 

Come è nata la sua passione per l’apnea?

È nata da piccolo, quando facevo nuoto agonistico. Mi divertivo nelle ore di allenamento a trattenere il fiato sott’acqua e cercavo di nuotare il più a lungo possibile senza respirare. Poi ci sono state le prime piccole gare con gli amici della mia squadra. All’inizio era una sfida con loro, poi è diventata una passione; ho cominciato ad allenarmi, mi sono fatto regalare il primo fucile subacqueo a tredici anni dai miei genitori, così quando andavo al mare mi divertivo a catturare qualche pesce da mangiare la sera. Non c’è stato un passaggio preciso all’agonismo, posso dire che all’inizio era solo una curiosità, una sfida. Poi, nel momento in cui gradualmente sono migliorati i risultati e le performance, tutto è diventato un po’ più serio. Trattieni un po’ di più il fiato, nuoti sempre un po’ più lontano… All’inizio contavo le piastrelle della piscina, nemmeno le vasche percorse sott’acqua, e poi un allenamento dietro l’altro mi ha permesso di migliorare e di avere risultati apprezzabili, tanto da convincermi ad allenarmi più seriamente (avevo già intenzione di smettere con il nuoto). E da lì è arrivato tutto il resto, soprattutto è arrivata la possibilità di fare training in mare aperto permettendomi di fare il salto di qualità per i record in profondità. Finché a venticinque anni ho stabilito il mio primo record.

 

Rispetto a una situazione “normale”, dove già il tempo è vissuto in modo soggettivo a seconda dello stato d’animo e di quello che si sta facendo, come cambia la percezione del tempo sott’acqua

 

In una disciplina come la nostra è importante dimenticarlo il tempo. Sembra quasi inverosimile, ma è così. Mentre nell’immersione con bombole è importante sapere da quanto tempo stai a un certa quota, quanto sta durando l’immersione per calcolare poi la decompressione, i consumi e via dicendo, nell’apnea il segreto per essere un apneista ad alto livello è proprio quello di dimenticare la costante tempo. Ad esempio nell’apnea statica, dove l’atleta deve rimanere sott’acqua il più a lungo possibile immobile e trattenere il fiato, se ti concentri sul tempo, questo non passa più. Immaginiamo in questo momento di non respirare: se guardassimo la lancetta dell’orologio continuamente, anche cinque minuti sarebbero interminabili. Gli stessi cinque minuti, invece, trascorsi in modo diverso volano: se chiacchieriamo, se ascoltiamo la musica, se leggiamo un libro... Perciò sott’acqua dobbiamo riprodurre una situazione mentale analoga, staccandoci dal tempo e avendo la testa occupata su qualche cosa di diverso: devi ascoltarti, sentire le tue reazioni.

 

Si deve considerare il proprio tempo fisiologico?

 

Sì, le reazioni sono anche fisiologiche, però una componente importante è proprio quella psicologica. A livello psicologico è difficile capire da quanto tempo sei in immersione, se riesci a deconcentrarti completamente, se riesci a “lavorare” mentalmente su qualche cosa. E questa è la cosa più importante. Quello che dicevo riguarda l’apnea statica, perché nelle altre discipline di profondità sono i metri che contano: devi percorrere la più lunga distanza sott’acqua in senso orizzontale. Il tempo è fondamentale invece quando devi battere qualcuno rimanendo in immersione il più a lungo possibile, come nell’apnea statica. Lì il tempo conta, ma per riuscire a trascorrerlo più facilmente devi in un certo senso annullarlo, vagare con la testa e avere degli appigli mentali importanti che ti permettano di non pensare a questa lancetta che si muove molto lentamente perché stai trattenendo il fiato.

 

Quale tipo di sensazioni affiorano dall’immersione alla risalita?

 

Sono sensazioni ed emozioni molto strane, perché ti muovi in un ambiente che è di per se stesso strano, diverso da quello al quale siamo abituati: ti muovi in un mondo dove non hai colori, è tutto buio, non hai rumori, la forza gravitazionale incide su di te in modo diverso. A 150 metri i polmoni diventano 16 volte più piccoli rispetto al loro volume normale, il battito cardiaco è di 7/8 battiti al minuto… Il corpo umano reagisce a questo tipo di sollecitazioni in modo sicuramente anomalo. Sono situazioni che quasi ancora non riescono a essere spiegate dalla medicina, ma si instaurano degli automatismi che ci permettono di sopravvivere a quelle quote. Quindi provi delle sensazioni particolari, perché sei in un ambiente diverso e soprattutto in uno stato fisiologico diverso.

 

Affrontare una competizione sportiva, o un record, richiede una concentrazione particolare; come ci si prepara? Che tecniche usa per rilassarsi prima dell’immersione?

Io ho avuto come maestro Jacques Mayol (pluriprimatista mondiale di immersioni subacquee negli anni Settanta, scomparso nel 2001 n.d.r.), che è stato il primo a introdurre lo yoga applicato all’apnea. Io utilizzo tecniche di respirazione yoga, il pranayama, e il tempo prima dell’immersione lo trascorro cercando di utilizzare dei metodi di rilassamento e concentrazione accompagnati da queste tecniche di respirazione. Il pranayama è tutto quello che concerne la respirazione nello yoga ed è alla base di tutto in questo tipo di disciplina. In tutte le asana (il mantenimento di una postura in modo fermo e stabile, n.d.r.) e in tutte le varie forme di yoga è fondamentale la respirazione: non esiste una postura senza la respirazione, non esiste una tecnica di concentrazione che non sia accompagnata da una respirazione corretta. In parole povere, e in modo semplificativo, si tratta di tutte quelle tecniche dello yoga che studiano la respirazione corretta, basate soprattutto sul movimento del diaframma, che è un muscolo piatto tra lo stomaco e i polmoni, il quale ci permette di favorire e utilizzare una respirazione più capiente, sei o sette volte maggiore di quella toracica.

 

Quanto dura questo tipo di preparazione?

Dipende. Ci sono giorni in cui sei particolarmente rilassato e riesci a raggiungere subito la concentrazione. In situazioni anomale rispetto agli allenamenti di tutti giorni, invece, come può essere il giorno di un record - dove c’è tanta gente, ci sono le telecamere, i giudici, i fotografi, gli amici e così via - magari ci vuole un po’ di più di tempo. In situazioni normali, impiego circa un quarto d’ora a rilassarmi, nei giorni più difficili anche quaranta/cinquanta minuti.

 

Quali sono le difficoltà maggiori che si incontrano nella pratica dell’apnea agonistica?

Soprattutto l’organizzazione: trovare una squadra che ti assista e che ti metta nella situazione di poter scendere sott’acqua in condizioni di sicurezza è assolutamente complicato e molto costoso in uno sport come il nostro, soprattutto per un atleta che lo pratichi per la prima volta e che non abbia credenziali o sponsor che lo aiutino. È quello che anche io ho provato tanti anni fa ed è comune a molti atleti giovani, che si immergono e che si stanno imponendo in questi anni.

 

Lei ha creato la scuola Apnea Academy per la diffusione, la didattica e la ricerca dell’apnea subacquea a livello mondiale. Che tipo di seguito ha oggi questo sport?

L’apnea sta crescendo molto ed è sempre più praticata. Ho creato questa scuola con altri collaboratori e oggi abbiamo più di 200 istruttori in tutta Italia, con corsi pieni e liste di attesa lunghe. È una disciplina molto apprezzata, che è stata riscoperta. Il successo dell’apnea è iniziato circa dodici anni fa e il numero delle persone che seguono e praticano questo sport è in costante ascesa. Inizialmente era stata definita una tendenza, una moda, ma dopo dodici anni la curva continua ancora a salire in modo esponenziale. Ciò vuol dire che quello che stiamo proponendo è quello che la gente cerca. Noi promuoviamo un’apnea basata molto sulla respirazione, sul rilassamento e la concentrazione, e poco sullo sforzo fisico, che è poi quello che la gente vorrebbe poter fare dopo una giornata di lavoro, di traffico e di stress. Offriamo quindi la possibilità di distendersi in un ambiente che è adattissimo al rilassamento: l’acqua.

 

Comunque c’è anche una preparazione fisica e atletica?

La preparazione fisica non inizia nel momento in cui una persona segue un corso. Se devo imparare a sciare, devo prima imparare le tecniche. La preparazione fisica arriva dopo. Per l’apnea devi inizialmente impostare le tecniche di respirazione, devi capire come concentrarti in acqua, come rilassarti, la pinneggiata, la compensazione, la posizione… Poi, quando un apneista arriva ad un alto livello, esistono anche delle tabelle di allenamento atletico da unire alle tabelle di allenamento specifico in acqua. Questo però è successivo. Se non si sa neanche come si compensa, non si può fare l’allenamento fisico, che non è la cosa più utile, per lo meno nell’apnea.

 

L’apnea è una disciplina pericolosa? Quali sono gli accorgimenti da adottare?

Io credo che l’apnea non sia una disciplina pericolosa se viene effettuata in condizioni di sicurezza. Certamente, se praticata da soli in una piscina o in mezzo al mare diventa rischiosa: se hai un problema non c’è nessuno che ti può aiutare. Fare apnea lavorando in coppia, con tutti quelli che sono gli standard di sicurezza previsti, non è affatto pericoloso, per lo meno non più di tanti altri sport.

 

Come mai la decisione di lasciare l’agonismo?

Avevo deciso di smettere nel ’99. Volevo fare tre record in una settimana e sono riuscito a farne solo due - in assetto costante e in assetto costante No Limits. Il terzo, a causa del mare mosso, non l’ho potuto tentare. Nel 2000 abbiamo girato un film, “Ocean men” (che racconta la storia di Umberto Pelizzari in parallelo con quella del primatista cubano Pipin, n.d.r.), una produzione molto lunga di quasi un anno, finché nel 2001 a Capri ho tentato di battere il record nella terza disciplina, l’assetto variabile, che non avevo potuto tentare nel ’99. Avevo deciso di smettere comunque fosse andata, ed è andata bene. È stata una decisione abbastanza difficile da mantenere: smettere con un record è sicuramente il modo più elegante, ma anche il più difficile, perché quando raggiungi un primato ti rendi conto che quello non è il tuo limite e che potresti fare un di più. Credo però che sia stata la scelta più giusta. Si dice che ogni storia debba avere un inizio e una fine, perciò era il modo migliore per chiudere un periodo bellissimo della mia vita. Dietro a un record, dietro a quei due/tre minuti di tuffo, ci sono mesi interi di preparazione, uomini che si dedicano a te completamente, un’organizzazione intera, un backstage che un non addetto ai lavori neanche si immagina. Quindi, coronare questo lavoro di squadra con un primato che resta, è sicuramente una cosa importante, che dà soddisfazione non soltanto all’atleta ma anche a tutto al team che ha lavorato con lui. Poi ho smesso perché volevo dedicarmi anche ad altre cose, avevo progetti in mente, delle mie idee. E non puoi fare tante cose quando ti alleni fino a otto ore al giorno.

 

Quindi l’apnea, che potrebbe sembrare uno sport molto individuale, è in realtà uno sport di squadra?

È molto meno individuale di quanto si possa pensare. La componente squadra è fondamentale, tutti gli uomini, che siano in superficie o a 150 metri di profondità, sono importanti allo stesso modo. Perché ognuno di loro ha un compito ben preciso e la mancanza anche di uno solo si riflette poi su tutti gli altri ruoli. Ci devono essere tutti e tutti sono fondamentali.

 

Ha accompagnato Stefania, un delfino femmina da dodici anni in cattività, in mare aperto. Ci racconta questa esperienza?

È stato molto bello, innanzitutto perché ho passato più di sei mesi ai Caraibi a occuparmi di un delfino. E anche perché siamo riusciti a riportare alla libertà un delfino che era nato libero e poi era stato catturato molto giovane per essere addestrato in un delfinario. Siamo partiti con questo progetto ambizioso, che è durato molto a lungo. Non eravamo sicuri dell’esito, ma siamo riusciti alla fine a liberare Stefania dopo quasi sei mesi di training in un isolotto. È stata una grande soddisfazione. Io tra l’altro, per il ruolo che ricoprivo, sono stato quello del team che ha avuto la possibilità di stare più vicino a Stefania rispetto agli altri: ero in acqua con lei, dovevo osservarla e capire come si muoveva. Vedevo giorno dopo giorno un suo graduale adattamento ai grandi spazi, al suo mondo vero: non la piscina dove era stata rinchiusa, ma il mare.

 

Si è creato anche un legame affettivo?

Da parte mia sì, da parte sua fortunatamente no: il delfino si doveva staccare dall’uomo e perciò ogni giorno aveva sempre meno bisogno di me. Stefania non aveva mai avuto a che fare con fenomeni come l’onda, la corrente, la risacca. Ricordo il primo giorno che la abbiamo messa in mare: la abbiamo fatta rotolare sulla spiaggia per portarla in una sorta di recinto marino, per farla abituare a questo tipo di fenomeni naturali, che per lei dovevano diventare normali. La mattina, appena mi mettevo in acqua, si affiancava a me, che ero il suo unico punto di riferimento, l’unica cosa che conosceva lì in mezzo. Dopo una settimana questo avveniva sempre meno e dopo un mese non si avvicinava più. Voleva dire che si stava adattando bene alla sua nuova casa.

 

Concludiamo con la nostra domanda di rito: che ruolo ha il tempo nella sua vita privata?

Se esistessero delle giornate di 48 ore invece che 24 sarebbe molto meglio. La mia è una vita ricca di impegni. Ho un rapporto di amore e odio con il tempo in questo senso, però mi rendo conto che è importante dedicare del tempo anche a noi stessi. Ed è quello che ho cercato di fare in questi ultimi anni, da quando ho smesso l’agonismo. Mi alleno ancora moltissimo, sono in acqua ancora 300 giorni all’anno, e la mia passione - il mare - è diventata il mio lavoro, perciò credo di essere molto fortunato. Cerco comunque di concentrare il lavoro, ovvero le produzioni per la televisione o il cinema, nel periodo che va da settembre a maggio, per tenermi più libero gli altri mesi e poter andare in Sardegna a casa mia e dedicare tempo a me stesso.