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Diverse visioni del tempo

VINCENZO CERAMI

Un grande autore italiano, divenuto suo malgrado una sorta di proprietà del mondo per il respiro internazionale che ha assunto la sua produzione, si concede in esclusiva ai nostri lettori, in un’intervista piena di vita e di idee. Due cose delle quali abbiamo sempre più bisogno…

Tutto incomincia nei primi anni ’50, quando un giovane studente, in una piccola scuola media a Ciampino, nell’hinterland romano, si trova ad avere come insegnante di lettere nientemeno che Pier Paolo Pasolini. Inizia così la storia di una delle penne più interessanti e convincenti della letteratura italiana contemporanea. Si parte con Un borghese piccolo piccolo nel ’76, romanzo d’esordio e film di successo per la regia di Monicelli, per arrivare al recentissimo L’incontro, uscito nello scorso ottobre per i tipi della Mondadori. Ed in mezzo anche un grande lavoro come autore cinematografico, in collaborazione con registi del calibro di Marco Bellocchio, Giuseppe Bertolucci, Francesco Nuti, Antonio Albanese, Sergio Citti e Gianni Amelio. E poi naturalmente Roberto Benigni, per il quale è autore di successi indimenticati come Il piccolo diavolo, Johnny Stecchino, Il mostro, La vita è bella, Pinocchio ed il recente La tigre e la neve.

di Paolo Gobbi e Simonetta Suzzi

 

 

Ti sei mai chiesto chi sarebbe oggi Vincenzo Cerami se non ci fosse stato l’incontro con Pasolini?

Molto probabilmente sarei stato un militare dell’Aeronautica, come mio fratello, che è andato in pensione come Generale, come mio padre e mio zio. La cosa non mi sarebbe dispiaciuta anche perché avevo una grande passione per gli aeroplani, non solo perché ero un “figlio”
dell’Aeronautica, ma anche perché tutta la mia adolescenza l’ho passata a Ciampino, vivendo a pochi metri dalla pista dell’aeroporto che all’epoca era sia internazionale che militare. Ho visto i primi Comet, i Constellation, i Vampire e gli F-84 da caccia, i primi aeroplani a reazione: erano tutti come vecchie macchine scassate, perché ogni tanto se ne rompeva uno sulla pista e i piloti arrabbiati sbattevano il casco per terra dando calci alle ruote.

 

E invece, sui banchi di scuola, hai incontrato Pier Paolo Pasolini…

 

Sì, lui mi ha preso per il colletto e mi ha portato verso un altro universo. Stando con lui ho scoperto l’amore per la fantasia, per il sogno, per il racconto. È cominciato tutto con il primo tema che ci diede in classe, su come avevamo passato la domenica in montagna. Io, che non l’avevo mai nemmeno vista la montagna, ho cominciato a inventare e a immaginare di sana pianta. E ho scoperto che mi piaceva perché mi sembrava quasi di vivere veramente quell’esperienza, perché quando si sogna si può fare di tutto. Con la scrittura puoi incontrare chiunque, vivere avventure incredibili, vincere battaglie, innamorarti; tutto può succedere nel mondo della fantasia, che allora mi faceva più felice rispetto al mondo reale, un po’ grigio e pieno di piccole polemiche e frustrazioni. Poiché questi temi venivano bene, Pasolini li leggeva in classe, e io mi entusiasmavo e non vedevo l’ora di scriverne ancora per fare un altro viaggio di fantasia che i compagni avrebbero ascoltato. E da allora, fino a stamattina, io non ho fatto altro che scrivere questi temi.

 

Hai mai provato invece a trasformare uno di questi sogni in realtà?

 

No, però quando incontravo una persona e magari mi innamoravo, la fantasia andava più in là della realtà, fino a idealizzarla e perciò soffrivo. E per allontanarmi dalle sofferenze reali, scrivevo sempre di più. Ultimamente due miei giovani amici mi hanno fatto un sito Internet (www.vincen- zocerami.com, n.d.r.), che tra l’altro ha ricevuto tantissimi premi. Mi sono quasi spaventato consultandolo, perché mi sono reso conto di tutte le cose che ho fatto: sono tantissime, neanche avessi 300 anni! E allora ho capito quanto ho vissuto nel mondo virtuale, nel fantastico…

 

Ma questo tuo viaggiare continuamente con la fantasia non corre il rischio di trasformarsi da passione in condanna?

 

Sì, a volte è così, perché io non la vivo come un’esperienza liberatoria, ma quasi come una coazione. Forse c’è qualcosa di nevrotico da qualche parte dentro di me, ma non ho indagato, anche perché poi mi hanno sempre detto tutti, a partire da Moravia, che gli scrittori non hanno bisogno di andare dallo psicanalista, perché si auto-analizzano da soli. Ma, a parte queste cose personali, c’è anche un modo particolare di porsi nei confronti della realtà circostante: mi piace vedere dove viviamo e descrivere il mondo che cambia davanti ai miei occhi, ed è quello che ho fatto dal mio primo libro “Un borghese piccolo piccolo” fino a oggi: ho cercato di raccontare la realtà che muta, perché ciò che si modifica profondamente è proprio l’uomo.

 

Oggi c’è memoria ovunque: computer, archivi, file digitali…

Sì, però la memoria vitale è un’altra cosa, l’avere visto in faccia le cose e non soltanto averne sentito parlare. E il problema della memoria si pone nella nostra epoca in rapporto con il mondo globalizzato, in cui si perde la propria identità culturale, psicologica e anche geografica. Lo scrittore ha il compito di raccontare i cambiamenti che non si vedono. Quelli che si vedono basta fotografarli, basta vedere un film o la televisione di una volta in bianco e nero. Ma quello che succede dentro di noi solo un scrittore lo può raccontare. Una volta gli scrittori scrivevano dei loro viaggi, perché fino all’Ottocento non c’erano grandi possibilità di movimento e così con i libri si poteva andare al centro della Terra, sull’isola del tesoro o tra le tigri di Sandokan. Oggi, se prendo un aereo in poco tempo posso stare veramente davanti a una tigre. Con il Novecento le cose sono cambiate e da Dostoevskij la letteratura ha cominciato a fare un immenso, enorme, complicatissimo e profondissimo viaggio all’interno dell’anima umana.

 

E adesso che viaggio bisogna fare invece?

Bisogna sempre raccontare il rapporto tra l’individuo e il mondo. Una volta era la realtà ad essere misteriosa, mentre adesso il mistero è nell’uomo. Quindi, per comprenderlo bisogna vedere come interagisce con ciò che lo circonda.

 

E tutti i nuovi linguaggi mediatici, dalla televisione agli sms e a Internet, come influiscono sulla comunicazione?

Non è vero che la modernità, con tutta la tecnologia, abbia facilitato la comunicazione. Per me è il contrario: tutti questi mezzi esistono e se ne creano sempre di più proprio perché c’è una carenza di comunicazione. Questi mezzi non ci dicono che si comunica di più, ma che si ha voglia di comunicare di più, proprio perché la comunicazione è qualcosa di complesso e di totalizzante. Io non devo dare semplicemente un messaggio, ma raccontare un’anima. Voglio che l’altro sappia chi sono e ho l’esigenza di farmi riconoscere. Per fare questo, un sms o una e-mail non sono sufficienti.

 

Qual è il tuo rapporto con il tempo quotidiano?

Credo di averlo come ce l’hanno un po’ tutti: da un lato viviamo e facciamo esperienze, dall’altro però c’è la tristezza di invecchiare. Ma è più una questione psicologica che anagrafica, nel senso che il giorno in cui si comincia a dire questa cosa l’ho già vista, questo è già capitato mille volte, vuol dire che si sta invecchiando e si sta sbagliando il rapporto con il tempo. Per quanto mi riguarda, io parto dal principio che l’opera più bella ancora non l’ho fatta e spero che quando avrò 90 anni (e spero di arrivarci) potrò dire che sì, ho fatto tanto, ma la mia cosa migliore la voglio ancora fare. In fondo la morte è la fine della curiosità.

 

Hai conosciuto tantissime persone e hai vissuto momenti speciali. Ne vorresti rivivere qualcuno?

Mi piacerebbe rivivere momenti vissuti con alcune persone, a cui ho voluto bene e che magari non ci sono più, ma che hanno lasciato un grande segno dentro di me, a cui ho “rubato” molto. La fortuna ha voluto che io incontrassi persone eccezionali, Calvino, Elsa Morante, Pasolini stesso, Caproni, un grande poeta del ’900 che è stato uno dei miei maestri, Fellini, Totò, Troisi, Sordi… Ma poi ce ne sono altre sconosciute, che sono state ugualmente importanti, che mi hanno insegnato tanto, senza accorgersene, per il loro modo di essere al di fuori dagli schemi. C’è una poesia di Sandro Penna, molto bella, che dice “beato colui che è diverso essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso essendo egli comune”, che significa beato chi è diverso d’istinto e non chi fa l’anticonformista, che fa finta di esserlo e poi sostanzialmente è una persona comune. Io ho sempre cercato di agire d’istinto e di pensare in maniera contraria al pensiero comune.

 

Tu vivi di creatività per mestiere. Oggi si sente parlare di ozio creativo: ogni tanto devi fermarti dal lavoro che stai facendo per creare e inventare qualcosa. In parole povere, come e dove nasce la tua creatività?

Io credo intanto che la creatività in sé e per sé non sia un valore assoluto. Ci sono ad esempio dei ladri o dei truffatori che sono assolutamente creativi nella loro genialità. La creatività può essere ricondotta al male o al bene e quindi sembra meglio cancellare quest’aura di sacralità. Ognuno di noi durante una giornata ha dei momenti creativi. La mia è particolare perché si tratta proprio di creare dal nulla, di inventare qualcosa che non esiste. Quando fai un film, quello che si vede è tutto finto. Basterebbe che si riuscisse a guardare fuori dell’inquadratura per vedere la macchina da presa, le luci e via dicendo.
La creatività è anche frutto di una continua osservazione del mondo, ben diversa dall’ispirazione. Questa è un momento magico che può arrivare in un qualsiasi momento della giornata, in genere la mattina quando ti svegli, come una luce che si accende nel dormiveglia e nella mezza coscienza: per metà sei tu e per metà è il tuo inconscio, che si mettono insieme a lavorare. Poi la luce si spegne e ti rimane un vago sapore, un ricordo, un sentimento, un colore, un’idea che devi esternare. E lì comincia il puro lavoro. Puoi impiegare anche un anno o due a ricostruire l’idea nata da un’ispirazione, che invece è stata come un lampo.

 

Tu hai sperimentato diversi modi espressivi: gli articoli giornalistici, i romanzi, i fumetti, il cinema, il teatro. Nasce prima una storia, che poi viene adattata per un film, oppure scrivi appositamente per un linguaggio preciso?

Possono avvenire entrambe le cose. Mi viene un’idea e penso che la storia può diventare un film, oppure un libro, perché ricca di pensieri, oppure una pièce perché molto dialogata e con pochi ambienti. Oppure posso decidere a priori di fare un film e di conseguenza penso a una storia adatta a quel linguaggio, oppure mi viene offerta l’occasione da un regista e possiamo elaborare insieme un’idea. In sostanza, il problema dello scrittore è quello di riuscire a raccontare quello che gli Inglesi chiamano il common sense, qualcosa che è un sentimento comune a tutti, in modo tale che chi legge un libro o vede un film si riconosca e possa provare quelle determinate emozioni.

 

Ci puoi raccontare un aneddoto o un episodio legato a qualcuno dei personaggi con cui hai lavorato?

Ho lavorato con tante persone. Totò, ad esempio, è stato molto importante per me perché ero solo un ragazzo quando l’ho incontrato. Ho scoperto con lui una mia vocazione e una mia passione per la comicità, che è il genere più alto che esista nell’arte. Parlo ovviamente di comicità pura ed elegante, non di commedia. Ho scoperto con Totò l’esistenza della maschera e ho avuto poi la fortuna di incontrarne anche un’altra, Benigni. I veri comici, quelli puri, non hanno una psicologia né una sociologia precisa: Totò era napoletano ma te lo dimenticavi subito; Eduardo de Filippo invece non dimenticavi mai che era napoletano, parlava sempre dei bassi… Totò no, era in una dimensione quasi metafisica, da fumetto. Bisognerebbe ricordarselo da giovane: era tutto snodato, magro magro, si poteva piegare in due come una borsa. Fellini mi raccontava che ha avuto la fortuna di vederlo in teatro ed era una cosa spettacolare, anche migliore di come lo conosciamo noi al cinema. Si arrampicava sopra i sipari, poi riscendeva, usciva dietro le quinte, lo richiamavano e lui diceva: “Adesso vado in proscenio e li faccio ridere con la A” e la platea rideva proprio così: “Ah ah”; poi diceva: “Ora invece li faccio ridere con la I”, faceva un’altra gag e il pubblico rideva “Ih ih”; e poi la stessa cosa con la U”. Io ho studiato questa cosa e ho capito che in effetti c’è una comicità meccanica e un’altra più sottile, che corrisponde al linguaggio preciso di gag, che provocano reazioni diverse, in maniera quasi matematica.

 

Ti piace di più scrivere cose comiche o drammatiche?

È molto difficile scrivere cose comiche. Per il primo film che ho fatto con Benigni, “Il piccolo diavolo”, ma poi anche per “Johnny Stecchino” e “Il mostro”, ho impiegato fino a due anni per scrivere il copione. Per la prima parte di “La vita è bella”, che è sostanzialmente comica, abbiamo impiegato circa sette mesi; per la seconda, che è drammatica, solo un mese. È più facile il dramma, per la comicità invece devi trovare l’idea originale, il meccanismo che fa scattare le molle della risata.

 

“Johnny Stecchino” è un film che si può vedere anche trenta volte e gustarselo sempre, battuta per battuta. Non è certo un film qualsiasi…

Si ricordano solo le battute che fanno ridere, le altre le dimentichi. Quello che fa ridere poi non è la battuta in sé, ma il ripensare a quelle determinata situazione che ha fatto nascere la battuta. La comicità di Benigni, ad esempio, non è quasi mai di battuta ma è di situazione. Le battute sono quelle di Woody Allen, che sono raffinatissime e che rendono anche sulla carta scritta. Quelle di Benigni, invece, non hanno la stessa forza se non dette con quella faccia e in un certo momento.

 

Quando scrivi, pensi a chi ti legge o vedrà il tuo film?

Sì, ma non lo considero mai inferiore a me, nel senso che non abbasso il linguaggio o non lo guardo mai dall’alto. Utilizzo una lingua semplice, ma non concetti semplici. Poi parto dal principio che chi usa un linguaggio complicato non ha le idee chiare: se ne hai una chiara in testa, basta solo renderla in modo semplice che è poi quello più efficace, basta scegliere l’aggettivo giusto al punto giusto, e quella frase riesce ad evocare, a dare un’emozione.