home >> l'Orologio >> archivio >> Sommario >> intervista


Diverse visioni del tempo

SERGIO NOJA NOSEDA

A colloquio con il Prof. Sergio Noja Noseda, illustre studioso dell’Islàm
e della cultura araba, che ci ha illuminato sui rapporti tra mondo occidentale e mondo islamico, sul concetto dell’inesistenza del tempo
e sul modo di… Lavorare di meno.

“A meno che le ore del giorno non siano tazze di vino, e i minuti capponi e gli orologi lingue di ruffiani, e i quadranti insegne di casini e il sacro sole una bella ragazza in calore con un vestito di taffettà rosso fuoco, io non vedo nessuna ragione per cui dovresti essere così esagerato da chiedere l’ora del giorno”. Questa bella citazione dall’Enrico IV (Atto I, Scena II) di William Shakespeare ci è stata suggerita come incipit dal Prof. Sergio Noja Noseda per la sua intervista. Una scelta che già fa intuire come questo arabista di chiara fama ed insigne studioso dell’Islàm - professore di Lingua e Letteratura Araba all’Università Cattolica di Milano, Presidente dell’omonima Fondazione per le Scienze islamiche e la Filologia Araba, ma contemporaneamente artefice di una brillante carriera all’interno della Philips, fino al ruolo di direttore generale finanziario - sia una persona fuori dal comune. Parlare con lui è stata un’esperienza non solo istruttiva, per l’illuminante analisi dei rapporti tra la cultura occidentale e quella islamica e per le acute considerazioni sul concetto di tempo, ma anche piacevole e sorprendente per il felice eloquio dell’intervistato, che, lungi da un certo cliché dell’intellettuale paludato e serioso, ha il dono di una conversazione vivace e affabulatoria, non priva della giusta dose di ironia. Ci auguriamo di essere riusciti a rendere, nella trascrizione del colloquio, il carattere della sua dialettica sapiente, arguta e schietta allo stesso tempo.

di Lia D’Angiolino

 

 

Tu hai avuto una sorta di doppia vita: dirigente alla Philips e allo stesso tempo docente universitario e studioso…

Sì, mi dicono spesso che ho avuto due vite e io aggiungo sempre: ambedue buone!

 

Come si gestisce il tempo con “due vite”?

 

È un problema assolutamente gestibile, è una questione di sapersi organizzare. Mi ha sempre aiutato il fatto che qualunque cosa abbia da fare mi avanza sempre del tempo. E poi, se si parte dal presupposto che ho io, cioè che il tempo non esiste, le cose si cominciano a chiarire. Per questo trovo indovinata quella frase che il principe Enrico dice a Falstaff nell’opera shakespeariana. Sono convinto che Guglielmo - è così che io chiamo Shakespeare - è un ragazzo che si farà…

 

Quindi riesci a trovare tempo per tutto?

 

Sì, è una cosa automatica e secondo me quello che bisogna fare è “scaricare” il lavoro sugli altri. È per quello che riesco a fare tutto: faccio fare agli altri. Ho sempre visto, nell’ambiente dirigenziale e universitario, l’esatto opposto, cioè l’involuzione. Per spiegarmi con esempi autobiografici: a Londra, in occasione di un convegno, ho visto altri relatori fermarsi a stendere un rapporto sulle questioni discusse durante il giorno. Secondo me, bisogna far scrivere il rapporto a qualcun altro e dedicare la sera a divertirsi. O ancora: se si deve andare a Londra per un impegno, si può cogliere l’occasione e ci si può fermare “un attimo” a Parigi lungo il viaggio, andare alla Bibliothèque Nationale a consultare un manoscritto e poi proseguire. Invece la gente si disperde terribilmente in “cretinerie”.

 

Vuoi dire che le persone non si organizzano nella maniera migliore?

 

Non riescono a pensare ad altro che ad occuparsi personalmente di ogni cosa: dirigenti che si fermano a scrivere il verbale del consiglio di amministrazione, direttori amministrativi la cui unica grande soddisfazione è cercare di rivedere la contabilità… E questo capita anche nel campo degli studi. Perché non far scrivere agli altri? Naturalmente, far lavorare gli altri non vuol dire impadronirsi delle idee altrui, ma semplicemente che ci sono tantissime cose che si possono far fare a qualcun altro, praticamente tutto, purché si mantenga la direzione generale.

 

Di solito invece gli uomini, specie quelli di potere, vogliono fare tutto di persona…

È una cosa terribilmente involutiva e, tra l’altro, è una caratteristica italiana. Sono figlio di un generale e ho avuto modo di vedere che a un generale o a un colonnello italiano piace occuparsi delle più piccole cose: si fanno coinvolgere, ad esempio, se durante il trasferimento delle unità, il maresciallo va a riferire che il terzo camion ha bucato e bisogna cambiare la gomma. Invece gli ufficiali inglesi discutono tranquillamente di come e dove spostare il reggimento, dopodiché vanno a giocare a biliardo. Sono i sergenti che fanno muovere il reggimento e questo succede anche nell’industria e negli studi. È l’horror vacui di avere la scrivania vuota, di non avere niente da fare, e così ci si lascia trascinare nei problemi. La gente perde tempo. Quello della scrivania sgombra, per il manager o per il professore, è un mito che circola da sempre: te lo dicono, te lo insegnano, ma in realtà poi, nessuno ha il coraggio di star lì a guardare il soffitto con la scrivania sgombra. È come l’horror vacui degli artigiani medievali che sentivano il bisogno di riempire di lapislazzuli e altre pietre i cofanetti che realizzavano: nessun dirigente riesce a guardar per aria e non aver niente da fare.

 

Forse perché nella società capitalistica il tempo libero s’identifica con il tempo perso?

Sì, però nel management internazionale si è sempre detto che il manager è come il taxi, che quando ne hai bisogno non c’è, è sempre occupato. Invece bisognerebbe essere come un posteggio libero per quando c’è necessità! Ma è interessante applicare questo ragionamento non soltanto ad un’ottica manageriale: un mistico o un grande rebbe ebraico che recita nel pomeriggio la preghiera del mattino può suscitare sorpresa in un fedele “qualsiasi”: perché ha rimandato? Perché il tempo non ha significato per lui, è già talmente vicino a Dio che si può permettere benissimo di esserci in tempi diversi da quelli dell’orologio, che non ha importanza. Mentre invece l’orario dell’orologio diventa importante in altre situazioni, come l’entrata nel sabato: il tempo può essere “fuori” e contemporaneamente essere necessario.

 

E la cultura islamica come vive il tempo, da questo punto di vista?

C’è una differenza importantissima: la cultura giudaico-cristiana considera il tempo come una freccia unica, cha va in una sola direzione, parte dalla creazione e si sviluppa verso il giudizio universale. Invece, per l’Islàm Dio continua a creare quello che noi vediamo, tutto è continuamente creato, l’unico esempio che si può fare è come se fosse un mondo di diapositive. Questa visione islamica del mondo ricreato continuamente dall’Onnipotente, attraverso una serie infinita di diapositive, quadra perfettamente con la teoria del fisico teorico inglese Julian Barbour nel famoso libro “La fine del tempo” (Einaudi, 2003; ndr): anche lui considera l’esistenza del tempo secondo regole assimilabili a una successione continua di diapositive.

 

Oggi (3 febbraio 2006) i media ci stanno tenendo informati sulle reazioni del mondo islamico alle vignette satiriche su Maometto pubblicate su giornali europei. Qual è la tua opinione?

Nessun musulmano, nessun imàm può imporre agli altri il modo di comportarsi al di fuori dell’Islàm, quindi c’è un errore di fondo da parte dei musulmani e credo di poterlo dire serenamente. Possono solo odiare l’Occidente, perché qualcuno non si è comportato in maniera confacente a quello che loro hanno stabilito.
Da noi è diverso: nel nostro codice penale è presente il concetto di comune senso del pudore, quindi in casi in cui, ad esempio, una vignetta irriverente o una bestemmia urti il comune senso del pudore all’interno del sistema, si procederà legalmente. Ma non si può impedire che si possa disegnare una vignetta satirica…
A proposito dello scontro in atto all’interno dell’Islàm, tra spinte conservatrici ed estremiste e forze aperte al progresso e alla civiltà occidentale, tu hai scritto che: “è sempre l’Occidente, con i fenomeni di globalizzazione e individualismo, a essere al cuore del processo”.

 

Dunque, si confrontano con noi e siamo noi il modello dominante?

È un processo irreversibile e se si parla in termini di crash of civilization (scontro di civiltà; ndr) - ma io non credo che si tratti di clash, ma di un confronto - penso che risulti perdente il loro sistema. Ho la netta impressione che l’Islàm abbia profondamente dentro di sé il senso della sconfitta. Ci sono una serie di comportamenti degli stragisti - i cosiddetti kamikaze - alla base dei quali sta il concetto della disperazione. Questo fenomeno è particolarmente acuto presso i palestinesi, che sono i grandi perdenti in assoluto della loro causa, portano dentro la loro sconfitta, naturalmente a livello inconscio.

 

E noi Occidentali ci sentiamo dominanti?

Questo comporta dei problemi di coerenza: se vogliamo stabilire la democrazia, dobbiamo accettarne le conseguenze e dunque se ai palestinesi piace Hamas, non possiamo contestarlo. L’Iran è un paese democratico, se a loro sta bene quando Ahmadinejad (il Presidente ultra-conservatore eletto nelle ultime elezioni; ndr) parla in quel modo, bisogna accettarlo e ne sopporteremo le conseguenze. Non possiamo negare che la democrazia sia fatta così, non possiamo dire: introduciamo la democrazia, però devono fare quello che piace a noi.

 

Data questa situazione, come vedi il futuro?

Il mondo sta globalizzandosi, nonostante tutto. La grande via d’uscita è Internet, che offre l’opportunità a queste popolazioni di accedere direttamente ai testi. È in corso una rivoluzione spaventosa, che somiglia a quella che è stata l’invenzione della stampa di Gutemberg. È il concetto del grido di Lutero “Voglio che ogni ciabattino tedesco capisca la Bibbia”: con il ricorso diretto al Corano si può scoprire che è un libro meraviglioso, con un continuo afflato divino, di preghiera, di relazione dell’uomo con Dio. Quelle che noi consideriamo fondamento della legge islamica sono solo poche e minime disposizioni, non esiste affatto la legislazione coranica come la vediamo noi.

 

C’è un problema di scorretta informazione?

Ci sono due scorrette informazioni: quella del mondo occidentale che ha capito poco dell’Islàm, o perlomeno viene attualmente indirizzato a capire poco, e poi c’è questa massa enorme di persone, in particolare nel mondo arabo - ricordiamo che l’Islàm non è solo il mondo arabo - la quale si fissa su certi aspetti esteriori che non hanno un’importanza reale nel Corano, non sono neanche nella Sharia (complesso di norme religiose, giuridiche e sociali direttamente fondate sulla dottrina coranica; ndr). L’infibulazione, ad esempio, riguarda solo la possibilità di una madre di mettere sul mercato la figlia vergine e non c’entra niente con l’Islàm.

 

È al fine di promuovere la corretta informazione che nasce la tua collaborazione per gli scambi culturali con l’Università de Il Cairo?

È una collaborazione meravigliosa, grazie alla quale abbiamo stabilito dei rapporti tra l’Università di al Azhar e l’università Bocconi, per settori come il diritto e l’economia, e l’università di Venezia per l’architettura e la filologia: verranno studenti in Italia a conoscere i nostri libri, la nostra architettura. È stato un lavoro di apertura tra le due culture per il quale è stata fondamentale l’opera dell’Ambasciatore italiano in Egitto Antonio Badini: si è costituito l’OSCUM, ovvero Organizzazione di studi comparati per il progresso delle Scienze Umane nel Mediterraneo e si è riusciti a creare un “afflato” con queste persone, perché sapevano di potersi fidare e che non avrebbero subito critiche sulla religione o sul Corano.

 

Quindi la soluzione è lo scambio di cultura, la conoscenza reciproca?

Il punto è che se ci si mette attorno a un tavolo, si può analizzare tutto, se c’è fiducia reciproca, se parli e ti capisci, non c’è contrapposizione. Il problema è che solitamente non c’è questa fiducia reciproca. È una cosa che sentono gli Orientali in generale: sanno che non capiamo niente della loro mentalità e questo li fa arroccare. È questo il dramma. Loro devono conoscere i nostri valori e noi i loro, ma devono essere persone che si fidano una dell’altra. Torniamo all’idea di utilizzo del tempo che mi ha sempre guidato nella vita: ci si disperde su una virgola, su un comma, mentre due persone che hanno un afflato si capiscono immediatamente.

 

Così non si spreca tempo in cose che fanno perdere di vista il punto centrale?

È fondamentale capire che non c’è malafede da parte dell’altro. Il problema del Vaticano nel dialogo con l’Islàm è che il suo sogno è convertire tutti al Cristianesimo: così l’altro pensa che lo stai “fregando”…

 

Come è nata la tua passione per il mondo islamico?

Tutto è nato dalla passione per la grafia, gli alfabeti, le scritture. Ho iniziato studiando il russo da solo, quando avevo dieci anni, poi sono passato all’ebraico e poi all’arabo: vedere questi segni strani, queste distorsioni grafiche mi ha sempre entusiasmato e sono arrivato qua, passando per la scrittura. Le lingue mi sono “venute dietro”, l’interessante è la scrittura.

 

Quindi la tua capacità di sfruttare al meglio il tempo risale all’infanzia: studiare il russo già da bambino…

Quando ho cominciato a studiare russo andavo a parlare con i prigionieri russi, sotto gli occhi sorpresi dei tedeschi! Una caratteristica importante è stata che non l’ho mai detto agli altri: a scuola non dicevo che mi piacevano queste cose e immagina se avrei potuto fare la carriera fino a direttore generale finanziario della Philips se avessi detto che insegnavo anche queste “stramberie” all’università e se all’università avrebbero accettato che facessi il direttore alla Philips.

 

Proprio una doppia vita!

Ripeto: due vite e tutte e due buone. I miei studenti mi chiamano “avvoltoio”, rifacendosi al fatto che i Turchi dell’Asia Centrale considerano l’avvoltoio il re degli animali, perché è l’unica bestia al mondo che non va mai a caccia: lui trova il cibo già servito “in tavola” e per il loro modo di ragionare è un signore.

 

L’avvoltoio ottimizza il tempo…

Sì, e questo spiega come la mentalità dell’“altro” sia inconcepibile: noi diamo all’avvoltoio una connotazione negativa e loro lo vedono come il re degli animali!

 

A noi insegnano che bisogna guadagnarsi il pasto e non trovarselo già pronto, è una visione ribaltata…

È un esempio illuminante del perché queste due culture non si capiscono.