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EDITORIALE

Swiss made

Ai nostri lettori più attenti non è sfuggito (e lo sappiamo perché ce lo hanno fatto notare): in tutte le interviste realizzate quest’anno a BaselWorld e SIHH l’argomento mai trascurato è stato il valore del marchio Swiss made. Perché questa insistenza da parte nostra? Andiamo a vedere da quali considerazioni è generata…

Partiamo dalla definizione dei requisiti minimi che un orologio deve presentare per potersi fregiare dell’etichetta Swiss made, fissati dall’Ordinanza svizzera 232.119 del 1971, poi leggermente modificata (ma non nella sostanza) in base alla Legge federale svizzera sulla protezione dei marchi, del 28 agosto 1992: un orologio è Swiss made se l’incassaggio del movimento è eseguito in Svizzera, il controllo finale del prodotto da parte del fabbricante è eseguito in Svizzera e, soprattutto, se il suo movimento è svizzero; un movimento a sua volta è considerato svizzero se è stato assemblato nella Confederazione Elvetica, se il suo controllo finale è stato effettuato dal fabbricante in Svizzera e se è di fabbricazione svizzera per almeno il 50% del totale del valore di tutte le sue componenti, escludendo però i costi di assemblaggio. Il costo di quadrante e lancette può essere inglobato nel valore del movimento se queste componenti sono assemblate in Svizzera e, inoltre, il costo dell’assemblaggio può essere preso in considerazione quando, a seguito di una stretta cooperazione industriale, esiste l’equivalenza di qualità per le componenti straniere e quelle svizzere, garantita da procedura di autenticazione stabilita da un trattato internazionale. Il punto fondamentale della polemica ultimamente fiorita fra Case orologiere, Federazione dell’Industria Orologiera Svizzera e consumatori (questa è soprattutto sentita negli Stati Uniti) è nella definizione di orologio svizzero e nell’equivalenza di qualità tra componenti svizzere e non. Questi due punti, infatti, implicano che fin dal 1971 sono sempre stati considerati Swiss made tutti gli orologi non fabbricati al 100% in Svizzera (come si può essere portati a pensare), ma “semplicemente” con movimento svizzero, secondo la definizione data, e cassa e/o bracciale fabbricati all’estero. Ancor più sorprendentemente, le regole dello Swiss made non escludono la possibilità di realizzare alcune componenti del movimento all’estero, purché sussista una stretta collaborazione industriale (si può forse leggere: l’impianto di proprie strutture produttive in terra straniera…) e una certificazione di qualità.
La competitività dell’industria cinese da questo punto di vista ha aperto scenari nuovi, ma ci sembra alquanto esagerato sia l’atteggiamento di chi grida allo scandalo, sia quello della maggior parte dei fabbricanti di voler nascondere a tutti i costi i particolari di una fabbricazione non elvetica di determinate componenti dell’orologio. Già prima dell’apertura del mercato cinese, infatti, non si può escludere l’impiego da parte dell’industria orologiera svizzera di risorse internazionali a minor costo, come l’industria di Hong Kong (che oggi si è integralmente spostata in Cina, dove i costi di produzione sono ancora più bassi).
L’atteggiamento delle Case più serie adesso, a nostro avviso, dovrebbe essere quello di dimostrare la qualità delle proprie realizzazioni nella trasparenza delle operazioni compiute per produrle.
E tale qualità sarà poi garantita sia dal marchio Swiss made che dalla firma della Casa, che ha un enorme valore aggiunto, quando si stagli essa stessa a difendere le proprie scelte commerciali e le metodologie secondo le quali sono attuate, rispettando tutti i fattori in campo, non ultimo quello umano.
Del resto, la superiorità del marchio Swiss made, secondo la definizione già vista, a noi non sembra in declino come paventato da alcuni, se perfino i produttori di orologi “replica” (si legga falsi) propongono i propri cloni “Swiss made” (ovvero, come leggiamo su un sito di repliche Rolex: di fabbricazione svizzera e con movimento ETA) a prezzi raddoppiati rispetto agli stessi in versione “Japan-made”, e a prezzi fino a dieci volte maggiori rispetto alle copie definite più banalmente “Asian made”! Noi, come stampa specializzata, continueremo in ogni caso a svolgere il nostro ruolo di indicatori e analizzatori della qualità delle proposte dell’industria orologiera… Svizzera e non.

Dody Giussani