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Diverse visioni del tempo

BERNARDO SICILIANO

Un giovane e promettente pittore del panorama artistico italiano. I quadri di Bernardo Siciliano raccontano la realtà di due grandi città e indagano i loro aspetti più “intimi”.

Dopo la prima personale di pastelli, a Roma, all’età di diciassette anni, presentati dal celebre poeta Attilio Bertolucci, Bernardo Siciliano ha esposto i suoi primi olii cinque anni dopo, nel 1991, presso la galleria romana “Il Gabbiano”, dove l’artista ha presentato una serie di vedute di Roma, sua città di nascita, che diventeranno uno dei temi principali della sua pittura. Attualmente vive a New York, che Siciliano dipinge nel suo volto più nascosto: non la Manhattan con i suoi grattacieli, il traffico, la frenesia, bensì ponti, strade deserte, edifici industriali che si affacciano sul fiume, macchine ferme al sole, passanti casuali che attraversano la strada senza fretta. Due realtà, quella romana e quella newyorkese, che sono state il soggetto della mostra Jet Lag, terminata il 15 Luglio al Chiostro del Bramante, a Roma, e il 4 Settembre a Milano, presso il Palazzo della Ragione.
Una prima monografia antologica, dedicata al suo lavoro degli ultimi dieci anni, è edita da Electa.

di Simonetta Suzzi

 

 

Come è nata la passione per la pittura?

Ho iniziato a dipingere quando ero piccolo. Mia madre faceva l’illustratrice di libri per bambini e io stavo sempre dietro di lei a guardare quello che disegnava. Nella mia famiglia la pittura è stata sempre una presenza. Mio padre (il giornalista e scrittore Enzo Siciliano, n.d.r.) ha moltissimi libri e cataloghi d’arte, che io ho sempre sfogliato e commentato con i miei genitori. In sostanza, il mio dipingere è venuto da sé, grazie anche alla mia educazione familiare. Ho iniziato a dipingere d’estate: i miei hanno una casa in Umbria da più di trent’anni, dove da bambino trascorrevo le vacanze, e nella noia della campagna l’unica cosa da fare era disegnare quello che vedevo dalle finestre, dei paesaggi visti come attraverso uno zoom. La finestra per me è come uno obiettivo, a seconda che ti allontani o ti avvicini, come una macchina da presa. E da lì ho costruito il mio linguaggio.

 

E la passione come si è trasformata in professione?

 

Lentamente e in modo molto naturale. Ho incontrato un gallerista, che aveva una piccola galleria di disegni su carta a Roma, in Via della Lupa. Avevo diciassette anni. Andai da lui con la mia cartellina e i miei pastelli. Gli piacquero molto e così feci la mia prima esposizione. Dalla prima alla seconda mostra sono passati molti anni. La prima nacque un po’ per caso, ma ha rappresentato nella mia testa un clic fondamentale. Ero molto piccolo, ma avevo già ben chiaro che volevo fare il pittore. Ho finito le scuole, ho fatto l’università, ma nel frattempo dipingere era diventato l’obiettivo primario e fondamentale da raggiungere. Non posso dire di essere un professionista da quando avevo diciassette anni, ma certamente da quel momento in poi è cambiato qualcosa.

 

La sua è un tipo di arte più narrativa o introspettiva?

 

Mi piace dire che sono un pittore della realtà, nel senso che dipingo quello che ho davanti agli occhi. Questo non significa che la mia pittura non possa essere introspettiva. Però certamente io voglio cercare di fare dei quadri dove l’aspetto anche romanzesco sia molto presente.

 

C’è un filo conduttore nei suoi quadri?

 

Sì, c’è un filo conduttore molto preciso. Io dipingo da molto tempo vedute urbane. Fin quando ho vissuto a Roma ho dipinto la mia città. Da dieci anni vivo a New York, che è diventata il tema dei miei quadri. Io però amo rappresentare una New York un po’ nascosta: il mio studio è a Brooklyn e quindi riproduco una parte della città che non è quella turistica e famosa che tutti conosciamo, bensì quella che è il vero specchio degli Stati Uniti. Manhattan non rappresenta tutta l’America, ma è un luogo a sé. Se si vuole comprendere come è la realtà statunitense bisogna girare le spalle a Manhattan e andare a Brookyn per capire come sono in realtà le città americane.
Nel mio dipingere Brooklyn, c’è il tentativo di dare un aspetto e un ritratto dell’America. Comunque questo è secondario, perché di fatto il vero motivo per cui si dipinge è puramente di sensualità e di relazione quasi musicale con le forme che si hanno davanti: il rapporto con la composizione, con la luce e con il colore è molto più importante e determinante del contenuto. È vero, perciò, che io dipingo Brooklyn, ma è un fatto incidentale. Potrei dipingere qualsiasi altra cosa se fossi in altri luoghi. Mi interessano gli aspetti dell’America, ma fondamentalmente mi interessa la pittura.

 

Roma e New York sono state il tema della sua ultima mostra: la sua città natale e quella di adozione…

L’idea è nata con il curatore della mostra, Alessandro Riva, che si occupa del progetto Italian Factory (programma che riunisce trentasei artisti che rappresentano la nuova arte italiana, n.d.r.). Ha voluto che io dipingessi Roma e New York per una mostra in Italia, da allestire in un grande spazio museale, per fare una sorta di match all’americana fra le due città. Mi è sembrata una bella idea, anche perché io ho iniziato proprio dipingendo Roma e l’ho fatto per molti anni prima di partire per gli Stati Uniti. Era da tempo però che avevo smesso di rappresentare le vedute della mia città. Perciò mi è venuta voglia, ho affittato uno studio a Roma e mi sono preso una sorta di anno sabbatico. Sono tornato a dipingere la Capitale e ho completato una serie di quadri della Grande Mela che avevo già iniziato. Questa mostra è nata su questa idea, su questo “scontro” tra le due città.

 

Uno scontro o un incontro?

Beh, questo poi decidetelo voi…

 

L’immagine naturalistica può rappresentare solo un istante della percezione, avviene da un solo punto di vista e coglie un solo momento… Si può introdurre l’elemento tempo nella pittura?

Si deve introdurre l’elemento tempo, almeno per me. Il tempo nella pittura è stato un argomento fondamentale dall’Impressionismo in poi e forse anche prima. Quindi non è una novità. Quello che interessa a me, però, è qualcosa che ha a che fare un po’ con il cinema, con la sequenza cinematografica: mi sembra giusto raccontare attraverso la pittura anche qualcosa di più ampio e forse più narrativo. In più, c’è anche la sfida con il cinema, il tentativo forse velleitario - o forse no - di dire che sì, il cinema è l’arte del ’900 più spettacolare e popolare, ma che la pittura in qualche modo può fare un passo in più, magari più marginale, perché si rivolge a meno persone: un quadro può dare moltissimo, forse anche più di un film, nel senso che un quadro lo puoi guardare per tutta la vita e ti dà sempre un’emozione. La pittura ha una marcia in più sul piano della capacità di guardare all’interno, il nocciolo duro delle cose.

 

A proposito di cinema, lei ha collaborato con Bernardo Bertolucci alla realizzazione del film “Io ballo da sola”. Di cosa si è occupato?

 

Bertolucci lo conosco bene. In quell’occasione mi ha chiesto come favore di fare una sorta di murale per la stanza della protagonista, su un paesaggio senese. È stato un gioco, mi sono divertito a fare un disegno enorme, di circa cinque/sei metri di base e altrettanti di altezza. Di fatto, di quel murale c’è un’inquadratura che non dura più di venti secondi. Però c’è, sta lì.

 

La pittura, come anche la fotografia, è un modo per riprodurre il tempo nello spazio all’infinito?

Forse sì, ma con la pittura c’è un problema di luce, del colore che può essere legato al tempo o meno. Si può rappresentare la luce nel suo passare delle ore oppure rappresentare una luce interna, metafisica, psicologica, che non ha niente a che vedere con il tempo, ma con uno stato d’animo. La fotografia, invece, è più legata a un rapporto naturalistico con le cose. La pittura per fortuna no, ha una libertà molto maggiore. In più c’è il rapporto con la materia, che la fotografia non ha, la sensualità tattile che il colore racchiude in sé e che permette all’osservatore, quando sta di fronte a un quadro, di trovarsi davanti a un qualcosa di unico e irriproducibile. Non c’è quadro che possa essere riprodotto, per quanto si possano fare delle belle copie, l’emozione data da un quadro dal vero è tutta un’altra cosa. La fotografia invece si adatta benissimo alla riproduzione, anzi direi che è il suo luogo migliore. Un libro di fotografia è l’ideale per le foto, un libro di pittura è un compromesso.

 

Come nasce un’ispirazione?

 

Ispirazione è una parola che a me non piace, nel senso che io credo che la pratica della pittura sia una pratica quotidiana, da eseguire tutti i giorni. Certamente ci sono dei momenti in cui si è più galvanizzati e dei momenti in cui lo si è di meno. Però la pittura è un mestiere e questo non va dimenticato, perché oggi si tende a credere che l’artista sia uno strano mago che si alza ispirato e il giorno dopo cambia idea. Invece no.
Poi ho ovviamente una tecnica per riuscire a tirar fuori un quadro, un metodo molto complicato, che consiste nel guardare e dipingere quello che ho davanti agli occhi: io osservo e a un certo punto proprio questo mio osservare diventa un motivo d’ispirazione, come dice lei, e incomincio a disegnare, guardare, fare delle fotografie. L’assemblaggio di tutte queste cose mi serve poi per fare un quadro. Questa però non è ispirazione, è metodo.

 

Quindi ci sono dei tempi e delle fasi che compongono la nascita e l’evoluzione di un’opera d’arte?

 

La pittura ha dei tempi lenti, perché è faticosa, soprattutto quando si fanno dei grandi formati. Un quadro va costruito. Io mi sento quasi come un muratore: devo impostare la tela come se costruissi un muro. Dietro c’è tutta una fase di costruzione molto pesante (anche per la schiena!): è un mestiere difficile e faticoso, sia fisicamente che di testa.

 

Quali sono i suoi riferimenti artistici?

 

Non c’è pittore che non si ispiri ad altra pittura. Non esiste pittura senza rimandi, non si creano immagini dal nulla e io certamente non faccio eccezione. Per quanto riguarda l’area italiana di pittori contemporanei, ho avuto dei riferimenti anche grazie ad amicizie familiari. Un pittore che ho amato moltissimo è stato Mario Schifano: l’ho conosciuto e ho apprezzato molto i suoi quadri, anche se poi è abbastanza lontano dal mio modo di dipingere. L’ho “guardato” con grande avidità. Un altro è Piero Guccione, che mi ha dato dei consigli tecnici, osservando il suo lavoro su come impostare l’immagine, su come “impaginarla”. Poi ho studiato moltissimo il ’900, Cezanne, Morandi, fino ad arrivare a Lucien Freud. Anche il ’500 italiano è fondamentale per un pittore, soprattutto il ’500 toscano e veneto. Non si può non tenerne conto, specialmente per l’idea di bellezza che trasmette.
Quello che oggi mi sembra che ci sia nell’arte contemporanea è la paura della bellezza. Bisogna anche mettersi d’accordo sul significato di questa parola. Per me l’incontro con la bellezza è un incontro morale, non è semplicemente l’incontro con una cosa elegante e esteticamente piacevole; è qualcosa di diverso, di molto più intenso e profondo. La pittura italiana ha rappresentato l’armonia, l’uso della composizione, lo spazio dei vuoti, dei pieni, dei chiari e degli scuri. L’insegnamento che c’è nella tradizione dell’arte italiana, secondo me, per un artista oggi è fondamentale. Piero della Francesca non può non essere un riferimento per tutti, per quello che riguarda la struttura di un’immagine o come costruire un quadro. Però, allo stesso tempo, può anche essere un falso amico, perché lui è un genio e quindi ti può mettere in difficoltà (ride).

 

Nell’immaginario collettivo la figura del pittore è vista come un po’ fuori dagli schemi, quasi come rintanato in una sorta di torre d’avorio… Anche il suo lavoro deve collimare con quelle che sono le esigenze quotidiane: le scadenze, gli impegni e la ricerca affannosa di rincorrere il tempo?

 

Si, certamente. Proprio perché il mio lavoro è complicato e ha bisogno di tempi lenti, cerco di avere una giornata il più possibile sempre uguale per poter dipingere il maggior numero di ore possibile senza intoppi. Qualsiasi contrattempo mi mette un po’ in difficoltà e mi provoca cattivo umore. Le mie giornate, perciò, sono sempre uguali con dei riti che sono sempre quelli. Tutto questo mi sembra che sia non molto affascinante, però è il mio modo di fare: sono molto metodico e ordinato. Senza un ordine o un metodo non concludo niente. Per dipingere un quadro di tre metri per due, ci posso impiegare anche due o tre mesi di tempo, lavorandoci molto tutti i giorni, dal lunedì al sabato. Ma è faticoso. C’è bisogno di orari, scadenze e ritmi ben precisi, altrimenti non lo finisco più.

 

Per lei il tempo è un nemico o un avversario?

 

La pazienza e il tempo sono due strumenti fondamentali per poter raggiungere l’obiettivo che ci si è prefissati. Io ho cominciato a usare l’olio venti anni fa, ma ho cominciato a capire veramente come funziona relativamente da poco tempo. Quindi ci sono voluti quasi vent’anni per l’appropriamento di un mestiere, di una tecnica, della mia “grammatica linguistica”. Mi sono sempre detto: “non ti preoccupare, sii paziente, non avere fretta e vai avanti. Se questo quadro non è il tuo capolavoro non importa, vai avanti”. è un po’ così l’approccio che ho con il trascorrere del tempo...