EDITORIALE
Orologeria
in movimento
Con
la progressiva e definitiva informatizzazione di tutte le attività
produttive e di ricerca, abbiamo assistito negli ultimi vent’anni
a una rapida crescita e a cambiamenti sempre più frequenti in
tutti i settori dell’industria. In questo scenario, possiamo ragionevolmente
pensare che l’orologeria meccanica sia stata a guardare?

La
risposta è fortunatamente “no”. Anche nell’industria
dell’alta orologeria svizzera il vento di cambiamento e di rapido
sviluppo che caratterizza, ad esempio, il mercato dei prodotti elettronici,
ha iniziato a spirare già da un bel po’ di tempo.
Siamo forse noi appassionati che dobbiamo iniziare a cambiare le nostre
aspettative. Ancora c’è chi discute sull’opportunità
di chiamare “manifattura” una fabbrica orologiera che non
produca ogni singola componente dell’orologio all’interno
della propria sede. Come se l’impiego di una vite realizzata da
terzi potesse togliere valore a un calendario perpetuo assemblato da
un esperto orologiaio, le cui ore di lavoro hanno un costo immensamente
più alto di quelle di un qualsiasi operaio specializzato dell’industria
automobilistica, ad esempio, o di quello addetto alla macchina che fabbrica
le viti… In quest’ottica, dovremo anche imparare ad attenderci
che il nuovo flusso di informazioni tra le marche porti a evoluzioni
comuni, come abbiamo già visto accadere per i movimenti cronografici,
ad esempio, che si stanno indirizzando, nelle realizzazioni più
recenti (vedi il calibro cronografico Rolex, l’Omega o il nuovo
Jaeger-LeCoultre), verso l’impiego costante dell’innesto
a frizione, più affidabile e che elimina il poco attraente “salto”
della lancetta centrale
all’avvio del cronografo.
Altri segnali di questo che non esiterei a chiamare “secondo rinascimento
orologiero” ci vengono dall’impegno che tutte le Case, anche
le più blasonate e tradizionaliste, stanno investendo nel campo
della ricerca applicata allo scappamento orologiero. Finalmente le nuove
tecnologie, lo studio dei materiali e l’introduzione di un approccio
più ingegneristico anche nell’ambito della progettazione
orologiera ci stanno lentamente avvicinando alla parziale soluzione
dell’ineliminabile problema che già attanagliava Monsieur
Breguet: l’attrito nello scappamento.
Non pensate che voglia fare un discorso puramente e aridamente tecnico.
Il miglioramento delle prestazioni dello scappamento negli orologi meccanici
porterà conseguenze importanti anche per i nostri portafogli,
che si concretizzeranno in minori spese di revisione e manutenzione,
visto che il meccanismo che attualmente richiederebbe la più
frequente lubrificazione è proprio lo scappamento.
Le risposte date finora dalle Case orologiere al quesito su come ridurre
l’attrito nello scappamento vanno in due direzioni: lo sviluppo
di nuovi scappamenti (diversi da quello ad ancora) con minore strisciamento
tra gli elementi a contatto (come l’Omega Co-Axial o l’Ulysse
Nardin Dual Direct) e l’introduzione di ruote di scappamento in
silicio (Ulysse Nardin e Patek Philippe). Ora, veniamo a conoscenza
che la Patek Philippe ha depositato nel Luglio 2003 una domanda di brevetto
(poi regolarmente registrato, al numero WO2004008258, e pubblicato il
22 Gennaio 2004) per un dispositivo di scappamento di tipo coassiale
(tanto che le ricerche effettuate per la concessione del brevetto fanno
esplicito riferimento al preesistente scappamento Co-Axial di George
Daniels, realizzato industrialmente dalla Omega).
Una nuova visione della “statica” industria orologiera si
rivela quindi ai nostri occhi. Perfino un fondamento dell’orologeria,
come lo scappamento ad ancora, può essere messo in discussione
e probabilmente lentamente soppiantato da realizzazioni che offrono
migliori prestazioni. Siamo in un momento di grandi cambiamenti e di
evoluzione, e da appassionati è indubbiamente eccitante prenderne
atto…
Dody
Giussani