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Diverse visioni del tempo

MARIA GRAZIA SILIATO

Dall’archeologia al romanzo storico. Alla riscoperta delle tracce
cancellate dal tempo... O dall’uomo. Ricostruzione storica e divulgazione
si incontrano negli scritti dell’autrice di “Caligula” .

Di nazionalità svizzera, ma nata in Italia, Maria Grazia Siliato è storico e archeologo. Specializzata nella storia del vicino Oriente di epoca tardo–ellenistica e paleocristiana, ha pubblicato opere scientifiche e storiche, sotto forma di romanzo. Nel suo ultimo libro, Caligula (Mondadori, 2005), l’autrice svela il vero ritratto dell’imperatore passato alla storia come un despota pazzo e megalomane, oltre alla vera storia delle due misteriose e ricchissime navi affondate venti secoli fa nel lago di Nemi, vicino Roma: le più grandi di tutta l’antichità, fatte costruire proprio da Caligola. Perché le loro chiglie vennero spaccate a colpi d’ascia facendole affondare, ancora nuove, con tutti i loro tesori? E perché nessuno storico antico ne ha mai parlato?
Un racconto che mette in risalto come la memoria dei tempi passati sia alterata non solo dallo scorrere naturale del tempo, ma anche dalla volontà di un presente lontano di lasciare un ricordo diverso degli avvenimenti: quasi un paradosso temporale al contrario.

di Simonetta Suzzi

 

 

Ci parla della genesi e delle nuove e rivoluzionarie teorie pubblicate nel suo ultimo libro, “Caligula”?

È una vicenda storica raccontata sotto forma di romanzo, ma del tutto vera, che racconta dell’enigma delle navi romane nel lago di Nemi. Sono state trovate delle lapidi con iscrizioni relative al culto di Iside, nonché statue della dea, che fanno pensare alle tradizioni filosofiche egiziane e poiché Caligola era discendente di Marco Antonio, amante di Cleopatra, si spiega il suo interesse per quella cultura. Essa è evidentemente riproposta nella costruzione di queste navi e nella celebrazione di questi culti.

 

Lei ha anche sostenuto che Caligola fu fatto assassinare dal Senato romano non perché pazzo, ma precursore?

 

Caligola non era affatto il pazzo di cui si parla; era un uomo che aveva un progetto politico che contrastava con quello della parte dominante del Senato, gli optimates, e oltretutto aveva anche un’eredità familiare, di sangue, molto particolare: da parte materna era nipote di Augusto, da parte paterna, come dicevo prima, era nipote di Marco Antonio, e quindi aveva vissuto lo scontro tra due grandi culture: l’antichissima decaduta cultura egizia e la giovane, militaristica, ancora abbastanza rozza, cultura romana. E così è cominciato tutto…

 

E l’affondamento delle navi è stato voluto appositamente per cancellare la memoria politica di questo imperatore?

 

Sì. Ad esempio le sue statue sono state tutte scalpellate e il libro di Tacito che parla di Caligola è sparito dagli archivi. C’è stata una damnatio memoriae, una cancellazione per ragioni politiche, e le navi sono state affondate volutamente spaccando la chiglia e riempiendola di sabbia quando erano ancora nuove.

 

Come nasce un suo libro?

 

Io comincio generalmente a studiare vari temi dal punto di vista storico, basandomi sulle fonti esistenti. Ho notato, però, che quando si confrontano queste fonti con gli enormi passi avanti che ha fatto l’archeologia e con i sistemi di analisi e di studio che abbiamo adesso, dall’analisi microchimica alla stilometria computerizzata, non possiamo dare agli storici del passato tutta quella fiducia cieca che gli abbiamo attribuito per secoli.

 

Non esistono allora verità storiche?

Le vecchie verità storiche vanno integrate, rilette, riesaminate, proprio come la storia dell’Imperatore Caligola...

 

Dai suoi studi, quindi, emerge che la storia nota è costituita dalle testimonianze del suo corso complessivo, di cui si hanno le tracce. La storia ignota è tale o per la perdita delle sue tracce, o per occultamenti volontari e involontari…

Moltissime tracce sono state distrutte, bruciate, alterate. Ci sono interpolazioni, cancellazioni, traduzioni assurde: per esempio, nel latino del primo secolo muscoli vuol dire “macchine da guerra”, mentre in quello del terzo secolo vuol dire “conchiglie”. E allora gli storici traducono che Caligola aveva portato i suoi uomini a raccogliere conchiglie sulla spiaggia, mentre invece aveva portato le macchine da guerra. Vede una traduzione sbagliata a cosa può portare?
L’archeologia - se la leggiamo con spirito indagatore, quasi come un giudice istruttore - ci dà una quantità enorme di informazioni. È veramente appassionante.

 

Qual è il valore che il nostro tempo attribuisce alla storia?

Il nostro tempo cerca la storia, perché non ha dei parametri forti sui cui appoggiarsi. Il nostro tempo ha bisogno di conoscere la storia, ma di conoscerla davvero, nella sua struttura. Ecco perché c’è questa grande passione per i romanzi storici, anche quando dicono delle sciocchezze immense, ma magari divertenti, perché la gente vuole sapere qual è il suo passato biologico, la sua eredità personale. La storia insegnata nei libri di scuola è noiosissima. Noi oggi siamo alla vigilia di una nuova visione della storia, proprio come erano alla vigilia di una nuova visione del pianeta quelli che si imbarcarono con Cristoforo Colombo.

 

Attualmente è in preparazione un suo nuovo libro?

 

Sì, sto scrivendo un libro su una scoperta davvero sorprendente, ancora sotto forma di romanzo, che è un modo di coinvolgere chi non ne avrebbe tempo o anche la capacità, senza usare un vocabolario specifico che potrebbe essere ostico. Se ce la faccio, uscirà in autunno.

 

Di cosa si tratta?

Si tratta delle vicende drammatiche della guerra romana di Vespasiano e Tito nell’assedio di Gerusalemme. Mi sono imbattuta in una scoperta che reputo interessante per la vostra rivista. Nella valle del Mar Morto, nella parte nord dove sfocia il Giordano, a sei/sette chilometri dal sito che è noto per essere il luogo del battesimo di Giovanni Battista, esisteva un campo di rovine di cui nessuno sapeva niente, chiamato in arabo Kumran, ma che nell’antico mondo ebraico si chiamava Shekhakha. Qui furono trovati i famosi Rotoli di Qumran, scritti ebraici su pergamena nascosti in alcune caverne di cui non si sapeva quasi niente. In seguito si è scoperto che questo sito era stato distrutto dai romani nell’anno ’68 della nostra era.
Tra le cose recuperate c’è quello che si può chiamare l’orologio di Qumran. Fu trovato nel 1954. È uno strano oggetto: una pietra rotonda con delle incisioni, che non si sapeva bene cosa fossero. Fu scoperto da Padre Roland De Vaux che lo chiamò “disco di pietra”. Quarant’anni dopo essere stato abbandonato in un angolo di un museo, si è scoperto che non era un semplice disco di pietra: vi erano delle incisioni che lo facevano sembrare una meridiana, in quanto al centro poteva essere posto un paletto la cui ombra indicava le ore. Poi, nel 1996, due studiosi, Glessmer e Albani, hanno scoperto che tutte quelle incisioni così complesse indicavano non solo le ore del giorno, ma anche qualcos’altro di completamente diverso. Intorno al foro per l’asticciola si vedono tre anelli con scale graduate. Tra un anello e l’altro ve ne sono altri senza scale graduate. Tutto questo era fatto con una precisione matematica incredibile.
È stato un’enigma veramente interessante, perché questo oggetto aveva almeno 2.000/2.100 anni. È anche noto che gli Ebrei dell’epoca usavano un calendario lunare ripreso dai tempi della schiavitù di Babilonia. Invece, su questo disco di pietra è riportato un calendario solare, cosa che allora non si era ancora vista né in Oriente, né tanto meno sulle vicine coste del Mediterraneo. Su una scoperta del genere, quindi, si va molto cauti, si cerca di vedere che cosa c’è d’altro.
Si è trovato che ad Assur, nel settimo secolo a.C., esistevano delle tavole cuneiformi, che si chiamavano tavole d’ombra, per indicare, secondo la lunghezza dell’ombra, la durata del giorno, l’ora invernale o l’ora estiva. Ma questo non aggiungeva nulla. Calcolando e studiando questo calendario di pietra trovato nella valle del Mar Morto, si è scoperto che apparteneva alla comunità mistico-filosofica e politica degli Esseni, che viveva isolatamente una vita molto aspra e che aveva una grandissima cultura. Ora vediamo che essi possedevano un calendario più moderno di quello che noi abbiamo avuto fino alla riforma del 1500.

 

Come funzionava?

 

Questa pietra incisa divideva l’anno in 364 giorni, raggruppati in 12 mesi di 30 giorni, più 4 giorni, uno all’inizio di ciascuna delle 4 stagioni. In più, poi, un giorno senza nome all’inizio dell’anno, che era quello dedicato alla divinità. Quindi in tutto 365 giorni, come il nostro computo astronomico. Ma la cosa veramente moderna era che ogni 4 anni v’era un giorno in aggiunta.

 

Quello che è il nostro anno bisestile?

 

Sì. Mentre nel nostro calendario ogni anno comincia sempre con il giorno della settimana successivo a quello dell’anno precedente (per esempio se il 2005 comincia di lunedì, il 2006 inizierà di martedì), il giorno senza nome all’inizio dell’anno faceva sì che il primo giorno dell’anno fosse sempre lo stesso, ed era sempre quello che noi chiamiamo il mercoledì (per gli Esseni il giorno in cui secondo la Bibbia Dio aveva creato il Sole e la Luna). Era quindi un calendario molto più moderno del nostro, perché non avevano necessità di cambiarlo da un anno all’altro. Neppure il giorno della Pasqua per gli Esseni era mobile, era sempre lo stesso. Ecco perché nei Vangeli Cristo ordina di celebrare il pranzo della Pasqua in anticipo, prima che sia condannato: seguiva forse il calendario essenico?
Il primo giorno di ogni stagione era un vero giorno di festa di cui è rimasta memoria nelle quattro Tempora cristiane.
Il disco di Qumran è l’unico calendario dell’antichità che unisca esattamente la meridiana del giorno con il calendario dei mesi e degli anni, perché i cerchi incisi danno all’ombra del sole una lunghezza diversa secondo l’inizio delle varie stagioni: quando il Sole batte in un certo punto è il primo giorno di primavera, e via dicendo.
A quei tempi, per il calcolo delle ore stagionali c’erano solo le meridiane e per quello delle ore astronomiche esistevano solo orologi ad acqua o a sabbia, mentre questo disco indica sia l’ora del giorno che il calendario astronomico.

 

Tornando a lei, quando è nata la sua passione per l’archeologia?

 

Avevo solo undici anni quando ho deciso che avrei fatto l’archeologa. Ho scritto il mio primo libro su una guerra a Cipro quando avevo 14 anni. È una cosa da pazzi, vero? Poi nel tempo ci sono tornata a Cipro, sono andata a fare degli scavi e ho visitato tutta l’isola proprio durante la guerra greco-turca, nei giorni peggiori del conflitto.

 

In conclusione, la nostra domanda di rito: qual è il suo rapporto personale con il tempo?

 

Il tempo è un’entità terribile in cui siamo immersi. Ma è anche una formidabile moneta. Occorre gestirlo con ordine e io spero di riuscirci abbastanza. Sono ordinata, controllo le mie occupazioni, salvo poi i giorni di pigrizia. Ma servono anche quelli…