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Diverse visioni del tempo

Stefania Prestigiacomo

Il ruolo delle donne, le grandi potenzialità che caratterizzano il loro lavoro e le loro doti imprenditoriali nella nostra società: Stefania Prestigiacomo, Ministro delle Pari Opportunità, è un esempio di come si possano conciliare gli impegni familiari e domestici con quelli lavorativi. E con interventi politici adeguati, si può diventare sempre più ottimisti sul futuro delle donne…

Da Siracusa a Palazzo Chigi. Giovane imprenditrice siciliana, Stefania Prestigiacomo a 27 anni è stata eletta alla Camera e ha ricoperto la carica di vicecapogruppo di Forza Italia. Oggi è uno dei più giovani ministri della storia repubblicana e soprattutto rappresenta le donne in un mondo, quello della politica, dove le voci femminili sono ancora poche e faticano ad emergere. E sono proprio le tematiche del “sesso debole” alcuni dei poli principali della sua attività parlamentare, che l’ha vista in prima linea per l’approvazione di norme contro le molestie sui luoghi di lavoro e contro la violenza sessuale (molti ricordano la sua protesta con alcune colleghe, in jeans davanti a Montecitorio, contro l’annullamento da parte della Cassazione di una condanna per stupro), nonché importanti questioni sociali, come le leggi a sostegno dei portatori di handicap o contro la pedofilia.

di Simonetta Suzzi

 

 

Da imprenditrice a Ministro per le Pari Opportunità. Come è maturata la decisione di entrare in politica?

 

Nel 1993 fui invitata ad Arcore insieme ad un gruppo di amici di Siracusa, la mia città. Proprio in quell’occasione conobbi Silvio Berlusconi che ci presentò il suo programma. Fui molto colpita dalle sue parole e aderii al progetto di Forza Italia e soprattutto agli ideali che rappresentava, accettando la candidatura. Nel 1994 ero presidente dei giovani imprenditori siciliani, curavo l’azienda di famiglia, e nel giro di pochi mesi mi ritrovai giovanissima deputata, proiettata nella realtà dei palazzi romani. Se il progetto politico di Berlusconi mi aveva persuaso ad entrare in politica, l’esperienza di molti anni in Parlamento ha rafforzato la convinzione di quella scelta iniziale. Mi sono resa conto da subito quanto fosse importante rappresentare i cittadini, e dalla passione per la politica sono passata all’impegno politico, che nel corso di questi undici anni mi ha dato grandi soddisfazioni e anche grandi risultati.

 

Rispetto al passato, il numero di donne elette nelle liste elettorali è sicuramente cresciuto. Nonostante questo, il Presidente della Repubblica Ciampi ha dichiarato che siamo ultimi in Europa per numero di deputate. È vero?

 

Il nostro è un Parlamento maschile al 90%, dato, questo, che ci vede agli ultimi posti della classifica mondiale per la presenza di donne nelle istituzioni. Per cercare di colmare questo gap, il Ministero per le Pari Opportunità dall’inizio di questa legislatura ha portato avanti, e concluso, numerose iniziative legislative. Una legge approvata nel Maggio del 2003, che riguarda la modifica dell’Articolo 51 della Costituzione, ha dato un contributo importante e forse decisivo al processo di riequilibrio della rappresentanza. Questa modifica è stata votata da tutto il Parlamento e ha introdotto, per la prima volta nella nostra storia repubblicana, la promozione delle pari opportunità di accesso alle assemblee elettive. Si tratta di un passo importantissimo, che punta al riequilibrio della rappresentanza femminile in politica, e che necessitava di un’applicazione concreta per non rimanere sulla carta. Per questo abbiamo varato in Consiglio dei Ministri un disegno di legge, divenuto legge dello Stato lo scorso Aprile, che ha inserito una percentuale massima di presenza per ogni sesso nelle liste delle ultime elezioni europee.
Il provvedimento, valido per due tornate elettorali, ha introdotto la presenza di almeno il 33% di candidate donne nelle liste elettorali e ha costituito, con le sanzioni previste ed i meccanismi di premialità introdotti, un deterrente serio per tutti i partiti. Grazie al meccanismo delle quote, cioè con non meno di un terzo delle candidate in tutte le liste, i risultati sono stati eccellenti: le donne elette al Parlamento europeo sono raddoppiate percentualmente. La rappresentanza femminile purtroppo è bassissima anche a livello locale, in molte regioni le donne sono del tutto assenti nei consigli e nelle giunte. Una situazione questa che potrebbe mutare con la prossima consultazione regionale. Ho lanciato un appello a tutti i partiti affinché, in tutte le regioni, ma anche nei comuni e nelle province in cui si voterà, tengano conto del principio costituzionale delle pari opportunità, garantendo un’adeguata presenza delle candidature femminili, in misura non inferiore ad un terzo.

 

Le donne lavorano spesso meglio degli uomini, accettano impieghi meno prestigiosi, sono apprezzate per la maggiore precisione. Perché allora permane una differenza di retribuzione tra i due sessi? Quali sono gli strumenti di intervento formativi, comunicativi e legislativi che il Governo sta mettendo in atto per colmare questo gap?

 

La battaglia per le pari opportunità in Italia non costituisce una semplice rivendicazione di diritti da parte delle donne, è un passaggio fondamentale per lo sviluppo economico, sociale e culturale dell’intero Paese. La legge di riforma del mercato del lavoro intitolata a Marco Biagi ha individuato il problema del lavoro femminile come uno dei pilastri su cui intervenire, studiando varie misure per avvicinare l’organizzazione del lavoro alle esigenze delle donne. Dare alle donne le medesime possibilità storicamente concesse agli uomini, per emergere e fare carriera, significa fornire loro una serie di sostegni e strumenti che permettano di portare avanti la professione senza rinunciare alla famiglia. Le statistiche rivelano che il lavoro femminile è quello a maggiore tasso di innovazione tecnologica, come i servizi alle imprese. Che siano esistite o che esistano oggi delle resistenze da parte degli uomini ad accettare le donne nei loro feudi consolidati, come quelli professionali, è indiscutibile. Ma credo anche che per le donne, oggi più di ieri, ci siano grandi possibilità di emergere nel campo professionale, basta non avere paura di lottare e di raggiungere l’obiettivo.

 

Quanto la legge italiana che tutela i diritti delle madri danneggia poi le donne sul mondo del lavoro?

 

La legislazione italiana in materia di tutela della maternità è una delle più avanzate in Europa, non credo sia questa a mettere in difficoltà le donne che lavorano, il punto è un altro. Per una donna è senza dubbio più difficile accedere al mondo del lavoro quando ancora non ha figli e mantenere il suo impiego quando diventa mamma. Da imprenditrice mi sono resa conto di quanto la maternità rappresentasse un problema per i datori di lavoro, di quanto il prezzo delle leggi a tutela della maternità ricadesse sulle loro spalle e di come tutto questo si trasformasse in una difficoltà per le donne che venivano discriminate nelle assunzioni. Oggi si chiede alla donna di lavorare di più, con maggiore intensità, e al tempo stesso di fare figli per contrastare la crisi demografica. Come ho già detto, dare alle donne la possibilità di emergere e fare carriera significa fornire loro una serie di sostegni e strumenti che permettano di portare avanti la professione senza rinunciare alla famiglia.
Come Ministero per le Pari Opportunità abbiamo tracciato un percorso, che ora deve essere seguito dalle istituzioni e dalla società civile, abbiamo ribadito l’impegno che le pari opportunità diventino il cardine di una società veramente democratica. Mi riferisco alle politiche di conciliazione famiglia/lavoro, divenute ormai condizione essenziale dello sviluppo del nostro intero Paese. In questo campo abbiamo avviato una politica di rinnovamento e modernizzazione di tutto il sistema di assistenza alla prima infanzia, varando il piano nazionale degli asili che è stato già approvato da un ramo del Parlamento. Abbiamo inoltre anticipato alcune delle previsioni del piano nelle leggi finanziarie degli ultimi anni, dando impulso agli asili nido nei posti di lavoro e promuovendo la creazione di micro-nidi nelle aziende. La donna deve essere messa in condizione di vivere la maternità come un evento bello e naturale e non come un ostacolo alla carriera, né come un fattore discriminatorio nell’accesso al mondo del lavoro.

 

Riguardo la fecondazione assistita ha dichiarato che la legge “ha forti limiti ma anche una parte che va salvaguardata”. Qual è la sua posizione, dal punto di vista sia della donna che del politico? E che ne pensa della scelta del referendum a tale proposito?

 

Pur sottolineando il valore della normativa, che pone fine ad un trentennale far west in questo campo, ho in più occasioni espresso le mie riserve su alcune disposizioni del testo della legge e per mesi mi sono battuta per la modifica parlamentare di queste norme. Ora siamo ai referendum e, come ho avuto più volte modo di ribadire, voterò sì ai quattro referendum e farò campagna per il raggiungimento del quorum.
Io credo infatti che la Legge sulla procreazione medicalmente assistita affronti un tema che tocca le coscienze di tutti e che non si presta a divisioni politiche o di schieramento. Proprio per questo motivo, il Governo ha ritenuto opportuno non produrre un testo autonomo in materia, dando invece spazio all’iniziativa parlamentare. Sia all’interno della maggioranza che dell’opposizione sono emersi orientamenti differenti, a testimonianza del fatto che ogni opinione in materia è dettata più dalle logiche di coscienza che dall’appartenenza a un partito politico o ad uno schieramento. A mio avviso, i punti che dovrebbero essere rivisti sono diversi, soprattutto quelli che non tutelano la salute della donna, come il numero degli embrioni da fecondare e trasferire nell’utero materno, che non dovrebbe essere uguale per tutte, perché si corre il rischio di ridurre le speranze di successo e di sottoporre l’aspirante madre a ripetuti e stressanti cicli ormonali. Penso anche al divieto della diagnosi pre-impianto, un vero controsenso, perché di fatto nega ciò che si può fare al quinto mese di gravidanza con l’amniocentesi. In pratica, la donna non può scegliere tra un embrione sano ed uno portatore di gravi malattie genetiche, ma secondo quanto previsto dalla legge 194, può in seguito abortire un feto seriamente malato. Anche l’accesso alla fecondazione assistita, oggi riservato solo alle coppie sterili e vietato a quelle portatrici di malattie geneticamente trasmissibili, dovrebbe essere rivisto. Ci sono limiti, però, che non devono essere superati, mi riferisco ad esempio alla clonazione, all’utero in affitto, alla fecondazione post mortem, alle mamme nonne.

 

Le sue aperture al mondo omosessuale sono coraggiose e forti. Gli omosessuali dicono di lei: è un ministro di destra con idee di sinistra. Ha dovuto giustificare queste sue posizioni di fronte ai sostenitori del suo partito?

 

Sono un Ministro di questa Repubblica, una delle ragioni sociali del mio ministero è la lotta contro tutte le forme di discriminazione, quindi anche quelle che colpiscono un essere umano per le sue tendenze sessuali. Sono consapevole del fatto che esistono aree di intolleranza che vanno contrastate, questo vale in qualsiasi campo o schieramento politico. Non credo che questo sia un tema di sinistra e d’altro canto dal 1994 al 2001, quando la sinistra ha governato il Paese, non mi pare che siano state varate leggi o provvedimenti storici a favore dei diritti degli omosessuali. Questo Governo invece ha recepito una direttiva europea contro le discriminazioni sul posto di lavoro dettate dagli orientamenti sessuali. Un fatto concreto.

 

La politica e il tempo. Quali sono le attività più pressanti della vita politica? Quali invece quelle che richiedono ancora tempi troppo lunghi?


Oggi i ritmi lavorativi sono frenetici in qualsiasi campo, l’impegno vale per tutti e chi è impegnato nella vita politica si trova a dover affrontare un numero maggiore di impegni. Le riunioni, gli impegni istituzionali e di partito, le conferenze, gli incontri con i cittadini ci portano ad essere ogni giorno in luoghi diversi, spesso lontani tra loro.

 

Qual è il suo rapporto personale con il tempo?

 

Correre per me è una consuetudine, mi alzo presto, lavoro anche dodici ore al giorno ma riesco ogni giorno a riservare, con gioia, del tempo da dedicare a mio figlio. Trascorro la settimana a Roma e nei fine settimana volo a Siracusa dove mi aspettano altri impegni, ma soprattutto la mia famiglia. Insomma, una vita da pendolare. Lo sforzo più grande è riuscire a conciliare la mia vita lavorativa con il ruolo di madre e di moglie: è questo il grande tema delle donne moderne, la grande sfida che dobbiamo affrontare e vincere.

 

Quali sono stati i momenti della sua vita più significativi e importanti?

 

La nascita di mio figlio, il mio matrimonio e, dal punto di vista professionale, i momenti più significativi sono stati due: quando mi sono avvicinata alla politica e il giorno in cui sono stata chiamata da Berlusconi per ricoprire l’incarico di Ministro per le Pari Opportunità.