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Diverse
visioni del tempo
Ottavia Piccolo Il
mestiere e la vita di un'attrice.
Sulle
scene fin da bambina, quando debuttò a soli dieci anni in Anna
dei miracoli con Anna Proclemer, per la regia di Luigi Squarzina,
Ottavia Piccolo ha alle spalle una lunga e prestigiosa carriera di
attrice. Ha esordito sul grande schermo nel 1963 con Il Gattopardo
di Luchino Visconti; poi Serafino (1968) di Pietro Germi
e Metello di Mauro Bolognini al fianco di Massimo Ranieri,
per il quale ha ottenuto la Palma d'Oro come migliore attrice al Festival
di Cannes del 1970. di Simonetta Suzzi
Quando si recita si perde un po' la cognizione del tempo...
Sì. Soprattutto in teatro, non tanto nel cinema o in televisione. In teatro c'è una specie di meravigliosa sospensione e il tempo che si produce è un tempo controllato, dove chi sta sul palcoscenico sa sempre quello che succede. È un tempo senza brutte sorprese o perlomeno anche le brutte sorprese sono previste. Poi c'è una specie di tempo ripetuto perché ci sono dei déjà-vu continui: a me capita di fare spettacoli per molte stagioni e spesso mi succede di trovarmi nella stessa situazione sia in scena che fuori scena. Sembra quasi che il mondo si sia fermato, che abbia subito uno strano congelamento. Questo avviene in teatro. Invece al cinema o in televisione?
Il tipo di lavoro è diverso. Nel cinema il tempo è più frammentato, come avviene anche nella televisione, visto che ormai più o meno le cose che vengono trasmesse sul piccolo schermo si fanno con i ritmi e con i modi del cinema. È un tempo caotico: per quanto riguarda gli attori, ad esempio, da una parte non c'è mai abbastanza tempo per lavorare e dall'altra, invece, ci sono i tempi morti, delle lunghe attese, dove si aspetta delle ore che tutto sia pronto, che mettano a posto, che organizzino il set, che mettano le luci e via dicendo. È un accelerare e un decelerare continuo, per lo meno per quanto riguarda il lavoro degli attori. Per i registi e gli organizzatori, invece, è diverso.
Lei
ha debuttato sul palcoscenico da bambina. Come è cambiato il mestiere
dell'attore, nel tempo?
Non mi sembra che sia cambiato molto. Ci sono sempre stati degli attori che hanno vissuto nel sociale, nella vita di tutti i giorni e che quindi sono riusciti a trasmettere qualcosa, le loro tensioni e la loro attenzione alla cosa pubblica. E poi ci sono sempre stati quegli attori che vivono nella loro torre d'avorio, isolati dagli altri, come ci sono sempre stati quelli che si danno molte arie e invece non valgono niente e per i quali il fatto di essere su un palcoscenico, o più facilmente davanti a una telecamera, è semplicemente un modo per essere famosi o conosciuti, senza però avere dentro nessuna voglia di raccontare quello che si è o di raccontare gli esseri umani, in generale.
Soprattutto nella recitazione teatrale c'è poi un rapporto diretto con il pubblico...
Sì, ma non è tanto quello.
Il mestiere è lo stesso sia davanti a una telecamera che su un palcoscenico:
si raccontano delle storie, si passano delle emozioni. Sono i modi
per farlo che sono diversi, sia davanti a un pubblico che sta lì fisicamente
o davanti a una cinepresa che agisce da filtro e dietro alla quale
entra in gioco anche l'occhio del regista, del montatore, che
creano ancora un ulteriore tipo di mediazione. Dire che è più difficile
fare il teatro che il cinema è sbagliato e non è neanche vero che
il pubblico si accorge se un attore è bravo o meno. Magari fosse così,
ci sarebbe una selezione naturale molto più ampia e forse noi attori
saremmo un decimo di quelli che in realtà siamo attualmente. Il pubblico
è meno attento, meno competente di quello che ci piacerebbe. La cosa
che normalmente fa più impressione alla gente che va a teatro è che
l'attore possa ricordarsi tutte le parole a memoria. Ma per noi
è normale. Il nostro lavoro non consiste nel ricordare, ma è come
lo facciamo che conta. L'errore in palcoscenico non è prendere
una papera, quello è umano. Invece è tutto molto più sottile, più
sfumato. Ci sono degli attori che per esempio in palcoscenico sono
bravissimi, che riescono a trasmettere sentimenti, a raccontare bene
delle storie e che poi però nel cinema non funzionano allo stesso
modo e non hanno la stessa credibilità, perché magari non hanno una
faccia fotogenica o chi sa per quale altro motivo.
Qual
è la situazione attuale del teatro italiano? C'è ancora attenzione
del pubblico nei confronti del teatro?
Ci sarebbe molta attenzione del pubblico, ma ce n'è poca da parte delle istituzioni e del governo, che non si preoccupa minimamente di sanare delle situazioni che sono ridicolmente arretrate. In Italia abbiamo una legge per il teatro che credo sia del 1949 e andiamo avanti ogni anno a decreti e circolari, ma non c'è una vera e propria regolamentazione, o per lo meno ci sono troppe regole sbagliate e questo crea disagio e difficoltà ai produttori sia privati che pubblici, come il comune, la regione o la provincia con i teatri stabili. Questa situazione si ripercuote poi sugli attori, sui tecnici e su tutti quelli che devono fare gli spettacoli.
Comunque, attualmente, stanno emergendo anche modi alternativi di fare teatro, nuovi autori e attori...
Sì, per fortuna il pubblico
c'è e ci sono tantissimi nuovi modi di fare teatro, che vanno
anche al di là dei luoghi tradizionali del teatro stesso. Penso, ad
esempio, a Marco Paolini, Ascanio Celestini, Marco Baliani, Lella
Costa o Laura Quirino. Ci sono tantissimi attori che non fanno un
teatro tradizionale o di testi più classici e mi ci metto in mezzo
anche io, che ultimamente ho cominciato a lavorare su dei testi scritti
per me, che trattano situazioni diverse, più insolite.
Terra di latte e miele è stato scritto appositamente per lei?
Sì, da Manuela Dviri, una giornalista scrittrice italo/israeliana. È un testo che racconta un po' la sua vita, attraverso le vicende di una donna israeliana presa in una normale giornata di violenza in Israele in questo periodo. Noi l'abbiamo datato a due anni fa, perché era il momento in cui c'era maggiore esplosione di violenza, anche se in realtà purtroppo non è mai scemata, e attraverso il racconto della vita di questa donna cerchiamo di capire - o perlomeno se non diamo delle risposte facciamo delle domande - quello che succede in Israele in questo momento. Non si tratta comunque di un testo di attualità, perché il teatro di attualità non esiste; può essere contemporaneo, ma non può essere mai attuale. L'attualità la fanno i giornali e la televisione. Il teatro contemporaneo parla di quello che succede agli esseri umani in situazioni estreme, come possono essere appunto la guerra, la povertà o la violenza.
Nel corso della sua carriera si è cimentata nei ruoli più diversi, dal teatro al cinema impegnato e drammatico, fino all'ultimo film con Aldo, Giovanni e Giacomo, in un cammeo veramente divertente e irresistibile...
Mi sono divertita moltissimo a farlo. Quando me l'hanno proposto, i tre ragazzacci avevano paura che io dicessi no e invece ho accettato a scatola chiusa. Loro volevano che leggessi almeno prima la sceneggiatura, poiché pensavano che potesse anche non piacermi. Ma si sa benissimo che Aldo, Giovanni e Giacomo hanno un tipo di comicità non volgare, non pesante; anzi, raccontano delle storie carine e sentimentali con la comicità un po' surreale che li contraddistingue. Quando ho accettato di farlo sono stati contentissimi. E poi c'era Paola Cortellesi che è una ragazza bella e brava, veramente deliziosa. È stata una bellissima esperienza. Peccato sia durata pochissimo, solo due giorni; sarebbe piaciuto starci di più. Adesso gli dico che la prossima volta devono darmi una parte più lunga...
Quindi si trova a suo agio in questo passaggio dal drammatico al comico?
Sì, assolutamente. Il lavoro dell'attore è fatto anche di queste cose. Il divertimento consiste anche nello spiazzare totalmente lo spettatore, nell'essere credibili sia in una cosa che nell'altra. Come poi succede anche nella vita, dove si ride e si piange in continuazione. Magari si potesse ridere sempre, ma forse sarebbe anche noioso. Meglio alternare.
Guardando al passato, un lavoro che le è particolarmente rimasto nel cuore...
Io sono molto contenta
della mia storia professionale, ma sinceramente non saprei. Posso
dire che c'è un lavoro, quello che ho fatto per più tempo, che
ha attraversato la mia vita più a lungo, a proposito del concetto
di tempo. Si tratta del Re Lear di Shakespeare per la
regia di Giorgio Strehler, che ho recitato per cinque stagioni consecutive.
E quindi dentro c'è stato di tutto, il bello e il brutto della
mia vita: la perdita dei miei genitori, il mio matrimonio, la nascita
di mio figlio, la sua crescita. Ha accompagnato un buon periodo della
mia esistenza.
Guardando al futuro, quello che le piacerebbe ancora fare...
Tutto. Voglio fare ridere,
voglio far piangere, voglio raccontare delle storie. Mi piacerebbe
fare della buona televisione. Ogni tanto si vedono ancora dei programmi
interessanti, perciò spero di riuscire ad avere una buona idea, o
che qualcuno ne abbia per me, per il piccolo schermo. Certo mi piacerebbe
fare anche il cinema, ma è un po' più difficile, anche perché
i personaggi di una donna di cinquantacinque anni sono molto pochi.
Si lamentano le nostre colleghe di oltreoceano, le grandi, che non
ci sono personaggi in una macchina enorme come il cinema hollywoodiano.
E allora che dobbiamo dire noi attrici italiane, che facciamo pochissimi
film! Ci sono pochi film al femminile, figuriamoci poi per donne di
una certa età. Generalmente si raccontano le storie di giovani uomini
e giovanissime donne, il più delle volte belle. Ho letto che Meryl
Streep si lamenta molto. Se si lamenta lei, io che dovrei dire...
Pensa che però la qualità del cinema sia migliorata?
Forse adesso si fa miglior
cinema proprio perché se ne fa di meno. La bassa qualità ora la ha
assorbita la TV, che invece una volta faceva anche delle belle cose,
c'era una qualità di scelta migliore. Nel cinema negli anni '50/'60/'70
si facevano anche delle grandi schifezze, dei film di terza o quarta
categoria e la gente li andava a vedere. Quel tipo di pubblico adesso
non va più al cinema, ma vede la televisione, con le soap opera e
le telenovelas brasiliane. I reality show, poi, sono un discorso a
parte, perché li vedono tutti. Perciò io non mi scandalizzo più di
tanto, perché non siamo i soli al mondo a realizzare questo tipo di
trasmissioni e quindi questo vuol dire che c'è qualcosa che non
va nella nostra società. Esiste comunque anche della buona televisione.
Qual è il suo rapporto personale con il tempo?
Io sono una gran pigra
e proprio perché lo so mi do degli obiettivi sempre molto ambiziosi:
voglio fare tutto, correre da tutte la parti, riuscire a vedere tutto.
Però poi, per fortuna, riesco a ritagliarmi dei momenti di vero godimento
del tempo. L'idea di non fare niente, di guardare fuori dalla
finestra, oppure di prendere un libro e cominciare a leggere e ogni
tanto schiacciare un pisolino per poi risvegliarsi e leggere ancora,
passeggiare senza meta col cane... Secondo me è una cosa che fa bene.
E che rapporto ha con il passare del tempo?
Cerco di essere più obiettiva possibile, dicendomi che è una cosa naturale. Certamente mi secca invecchiare, come credo alla maggior parte della gente. Però non fingo, non blandisco me stessa con luoghi comuni come ogni età ha il suo fascino. Sono bugie che ci raccontiamo per non suicidarci. Cerco di prendere dal passare del tempo le cose buone, come il non dover accettare per forza di fare tutti i lavori che capitano, perché magari posso permettermi di rilassarmi un po', di soddisfare di più le mie esigenze e quindi di vivere un po' meglio.
E che rapporto ha con la modernità, con le tecnologie, Internet...
Pessimo,
talmente pessimo che mi sento molto in colpa. Perciò ho deciso che
questa tourné, che andrà avanti fino ad Aprile, sarà dedicata allo
studio e alla scoperta del computer, di Internet e di tutto quello
che ne consegue. Per fortuna sarò aiutata dal mio collega (Enzo Curcurù,
n.d.r.), il giovane attore che recita con me nello spettacolo Terra
di latte e miele, che, invece, come tutti i giovani è bravissimo,
è nato già con il mouse in mano. Sarà il mio Virgilio in questo viaggio... |
