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Diverse visioni del tempo

Ottavia Piccolo

Il mestiere e la vita di un'attrice. 
Quattro chiacchiere con una delle Signore del teatro e del cinema italiani.

Sulle scene fin da bambina, quando debuttò a soli dieci anni in “Anna dei miracoli” con Anna Proclemer, per la regia di Luigi Squarzina, Ottavia Piccolo ha alle spalle una lunga e prestigiosa carriera di attrice. Ha esordito sul grande schermo nel 1963 con “Il Gattopardo” di Luchino Visconti; poi “Serafino” (1968) di Pietro Germi e “Metello” di Mauro Bolognini al fianco di Massimo Ranieri, per il quale ha ottenuto la Palma d'Oro come migliore attrice al Festival di Cannes del 1970. 
Adottata dal cinema francese, ha recitato ne “L'evaso” (1971) con Alain Delon e ne “La vedova Couderc” (1971), al fianco di Simone Signoret. E poi ancora “Zorro” (1975) di Duccio Tessari, “La famiglia” di Ettore Scola (1987) e “Da grande” insieme ad Alessandro Haber (1987), dividendosi sempre anche fra il teatro, con registi del calibro di Giorgio Strehler e Gabriele Lavia, e la televisione. 
Attualmente è in tourné per l'Italia con “Terra di latte e miele” scritto dalla giornalista scrittrice italo/israeliana Manuela Dviri, e sugli schermi cinematografici come guest star nell'ultimo film di Aldo, Giovanni e Giacomo “Tu la conosci Claudia?”, nel ruolo dell'analista che in preda a un raptus di estrema sincerità dà vita ad uno sfogo davvero esilarante, “rivoluzionando” un po' il suo ruolo di attrice composta e raffinata...

di Simonetta Suzzi

 

 

Quando si recita si perde un po' la cognizione del tempo...

 

Sì. Soprattutto in teatro, non tanto nel cinema o in televisione. In teatro c'è una specie di meravigliosa sospensione e il tempo che si produce è un tempo controllato, dove chi sta sul palcoscenico sa sempre quello che succede. È un tempo senza brutte sorprese o perlomeno anche le brutte sorprese sono previste. Poi c'è una specie di tempo ripetuto perché ci sono dei déjà-vu continui: a me capita di fare spettacoli per molte stagioni e spesso mi succede di trovarmi nella stessa situazione sia in scena che fuori scena. Sembra quasi che il mondo si sia fermato, che abbia subito uno strano congelamento.

Questo avviene in teatro. Invece al cinema o in televisione?

 

Il tipo di lavoro è diverso. Nel cinema il tempo è più frammentato, come avviene anche nella televisione, visto che ormai più o meno le cose che vengono trasmesse sul piccolo schermo si fanno con i ritmi e con i modi del cinema. È un tempo caotico: per quanto riguarda gli attori, ad esempio, da una parte non c'è mai abbastanza tempo per lavorare e dall'altra, invece, ci sono i tempi morti, delle lunghe attese, dove si aspetta delle ore che tutto sia pronto, che mettano a posto, che organizzino il set, che mettano le luci e via dicendo. È un accelerare e un decelerare continuo, per lo meno per quanto riguarda il lavoro degli attori. Per i registi e gli organizzatori, invece, è diverso.


Lei ha debuttato sul palcoscenico da bambina. Come è cambiato il mestiere dell'attore, nel tempo?

 

Non mi sembra che sia cambiato molto. Ci sono sempre stati degli attori che hanno vissuto nel sociale, nella vita di tutti i giorni e che quindi sono riusciti a trasmettere qualcosa, le loro tensioni e la loro attenzione alla cosa pubblica. E poi ci sono sempre stati quegli attori che vivono nella loro torre d'avorio, isolati dagli altri, come ci sono sempre stati quelli che si danno molte arie e invece non valgono niente e per i quali il fatto di essere su un palcoscenico, o più facilmente davanti a una telecamera, è semplicemente un modo per essere famosi o conosciuti, senza però avere dentro nessuna voglia di raccontare quello che si è o di raccontare gli esseri umani, in generale.

 

Soprattutto nella recitazione teatrale c'è poi un rapporto diretto con il pubblico... 

 

Sì, ma non è tanto quello. Il mestiere è lo stesso sia davanti a una telecamera che su un palcoscenico: si raccontano delle storie, si passano delle emozioni. Sono i modi per farlo che sono diversi, sia davanti a un pubblico che sta lì fisicamente o davanti a una cinepresa che agisce da filtro e dietro alla quale entra in gioco anche l'occhio del regista, del montatore, che creano ancora un ulteriore tipo di mediazione. Dire che è più difficile fare il teatro che il cinema è sbagliato e non è neanche vero che il pubblico si accorge se un attore è bravo o meno. Magari fosse così, ci sarebbe una selezione naturale molto più ampia e forse noi attori saremmo un decimo di quelli che in realtà siamo attualmente. Il pubblico è meno attento, meno competente di quello che ci piacerebbe. La cosa che normalmente fa più impressione alla gente che va a teatro è che l'attore possa ricordarsi tutte le parole a memoria. Ma per noi è normale. Il nostro lavoro non consiste nel ricordare, ma è come lo facciamo che conta. L'errore in palcoscenico non è prendere una papera, quello è umano. Invece è tutto molto più sottile, più sfumato. Ci sono degli attori che per esempio in palcoscenico sono bravissimi, che riescono a trasmettere sentimenti, a raccontare bene delle storie e che poi però nel cinema non funzionano allo stesso modo e non hanno la stessa credibilità, perché magari non hanno una faccia fotogenica o chi sa per quale altro motivo. 
Anche dire che un attore è troppo teatrale è un luogo comune, poiché la maggior parte degli attori che fanno cinema ha fatto o continua a fare teatro. Sono veramente pochi quelli che non vi si sono mai cimentati e magari, anche se sono bravi, se poi li metti a recitare in teatro non sanno come fare arrivare la voce due metri più avanti della prima fila. Sono alchimie stranissime; se riuscissimo a conoscere bene queste cose avremmo risolto un sacco di problemi e cominceremmo a non dare false speranze a tanti giovani, che cominciano e che stanno poi senza lavorare, perché di lavoro ce n'è poco per tutti. 

 

Qual è la situazione attuale del teatro italiano? C'è ancora attenzione del pubblico nei confronti del teatro?

 

Ci sarebbe molta attenzione del pubblico, ma ce n'è poca da parte delle istituzioni e del governo, che non si preoccupa minimamente di sanare delle situazioni che sono ridicolmente arretrate. In Italia abbiamo una legge per il teatro che credo sia del 1949 e andiamo avanti ogni anno a decreti e circolari, ma non c'è una vera e propria regolamentazione, o per lo meno ci sono troppe regole sbagliate e questo crea disagio e difficoltà ai produttori sia privati che pubblici, come il comune, la regione o la provincia con i teatri stabili. Questa situazione si ripercuote poi sugli attori, sui tecnici e su tutti quelli che devono fare gli spettacoli.

 

Comunque, attualmente, stanno emergendo anche modi alternativi di fare teatro, nuovi autori e attori...

 

Sì, per fortuna il pubblico c'è e ci sono tantissimi nuovi modi di fare teatro, che vanno anche al di là dei luoghi tradizionali del teatro stesso. Penso, ad esempio, a Marco Paolini, Ascanio Celestini, Marco Baliani, Lella Costa o Laura Quirino. Ci sono tantissimi attori che non fanno un teatro tradizionale o di testi più classici e mi ci metto in mezzo anche io, che ultimamente ho cominciato a lavorare su dei testi scritti per me, che trattano situazioni diverse, più insolite. 
La voglia quindi c'è, anche perché di pubblico per questo tipo di teatro ce n'è tantissimo. Purtroppo nelle grandi città è un po' sparpagliato e allora è importante non sbagliare il luogo, nel senso proprio del teatro come struttura, perché se uno spettacolo di un certo tipo viene rappresentato in un teatro che non è frequentato dal tipo di pubblico che richiederebbe e che gli è più affine, non si ha lo stesso successo. È più facile che dei circuiti alternativi si creino nelle città piccole, dove c'è una grande vivacità. 
L'anno scorso con lo spettacolo che attualmente sto portando in tourné, “Terra di latte e miele”, ho fatto solo cinquanta repliche; quest'anno ne farò almeno un centinaio. C'è un grandissimo interesse intorno a questo testo, per via degli argomenti trattati. E poi il pubblico viene a parlarne, a discuterne. È un po' quello che dovrebbe essere il teatro “politico”, nel senso che si occupa della polis, della città, della gente, non politico in senso di partitico.


“Terra di latte e miele” è stato scritto appositamente per lei?


Sì, da Manuela Dviri, una giornalista scrittrice italo/israeliana. È un testo che racconta un po' la sua vita, attraverso le vicende di una donna israeliana presa in una normale giornata di violenza in Israele in questo periodo. Noi l'abbiamo datato a due anni fa, perché era il momento in cui c'era maggiore esplosione di violenza, anche se in realtà purtroppo non è mai scemata, e attraverso il racconto della vita di questa donna cerchiamo di capire - o perlomeno se non diamo delle risposte facciamo delle domande - quello che succede in Israele in questo momento. Non si tratta comunque di un testo di attualità, perché il teatro di attualità non esiste; può essere contemporaneo, ma non può essere mai attuale. L'attualità la fanno i giornali e la televisione. Il teatro contemporaneo parla di quello che succede agli esseri umani in situazioni estreme, come possono essere appunto la guerra, la povertà o la violenza.

 

Nel corso della sua carriera si è cimentata nei ruoli più diversi, dal teatro al cinema impegnato e drammatico, fino all'ultimo film con Aldo, Giovanni e Giacomo, in un cammeo veramente divertente e irresistibile...

 

Mi sono divertita moltissimo a farlo. Quando me l'hanno proposto, i tre “ragazzacci” avevano paura che io dicessi no e invece ho accettato a scatola chiusa. Loro volevano che leggessi almeno prima la sceneggiatura, poiché pensavano che potesse anche non piacermi. Ma si sa benissimo che Aldo, Giovanni e Giacomo hanno un tipo di comicità non volgare, non pesante; anzi, raccontano delle storie carine e sentimentali con la comicità un po' surreale che li contraddistingue. Quando ho accettato di farlo sono stati contentissimi. E poi c'era Paola Cortellesi che è una ragazza bella e brava, veramente deliziosa. È stata una bellissima esperienza. Peccato sia durata pochissimo, solo due giorni; sarebbe piaciuto starci di più. Adesso gli dico che la prossima volta devono darmi una parte più lunga...

 

Quindi si trova a suo agio in questo passaggio dal drammatico al comico?



Sì, assolutamente. Il lavoro dell'attore è fatto anche di queste cose. Il divertimento consiste anche nello spiazzare totalmente lo spettatore, nell'essere credibili sia in una cosa che nell'altra. Come poi succede anche nella vita, dove si ride e si piange in continuazione. Magari si potesse ridere sempre, ma forse sarebbe anche noioso. Meglio alternare.

 

Guardando al passato, un lavoro che le è particolarmente rimasto nel cuore...

 

Io sono molto contenta della mia storia professionale, ma sinceramente non saprei. Posso dire che c'è un lavoro, quello che ho fatto per più tempo, che ha attraversato la mia vita più a lungo, a proposito del concetto di tempo. Si tratta del “Re Lear” di Shakespeare per la regia di Giorgio Strehler, che ho recitato per cinque stagioni consecutive. E quindi dentro c'è stato di tutto, il bello e il brutto della mia vita: la perdita dei miei genitori, il mio matrimonio, la nascita di mio figlio, la sua crescita. Ha accompagnato un buon periodo della mia esistenza. 
Inoltre era un bellissimo spettacolo, che mi ha dato molte soddisfazioni, grazie anche alla direzione di un regista del calibro di Strehler. Questa è una delle cose che ricordo con maggiore piacere.

 

Guardando al futuro, quello che le piacerebbe ancora fare...

 

Tutto. Voglio fare ridere, voglio far piangere, voglio raccontare delle storie. Mi piacerebbe fare della buona televisione. Ogni tanto si vedono ancora dei programmi interessanti, perciò spero di riuscire ad avere una buona idea, o che qualcuno ne abbia per me, per il piccolo schermo. Certo mi piacerebbe fare anche il cinema, ma è un po' più difficile, anche perché i personaggi di una donna di cinquantacinque anni sono molto pochi. Si lamentano le nostre colleghe di oltreoceano, le grandi, che non ci sono personaggi in una macchina enorme come il cinema hollywoodiano. E allora che dobbiamo dire noi attrici italiane, che facciamo pochissimi film! Ci sono pochi film al femminile, figuriamoci poi per donne di una certa età. Generalmente si raccontano le storie di giovani uomini e giovanissime donne, il più delle volte belle. Ho letto che Meryl Streep si lamenta molto. Se si lamenta lei, io che dovrei dire... 
È anche una questione di quantità: negli anni Settanta si facevano quattrocento film l'anno; adesso se ne fanno a malapena un centinaio. Speriamo quindi che si faccia più cinema; magari fra i grandi numeri qualche personaggio bello si riesce a trovarlo!

 

Pensa che però la qualità del cinema sia migliorata?

 

Forse adesso si fa miglior cinema proprio perché se ne fa di meno. La bassa qualità ora la ha assorbita la TV, che invece una volta faceva anche delle belle cose, c'era una qualità di scelta migliore. Nel cinema negli anni '50/'60/'70 si facevano anche delle grandi schifezze, dei film di terza o quarta categoria e la gente li andava a vedere. Quel tipo di pubblico adesso non va più al cinema, ma vede la televisione, con le soap opera e le telenovelas brasiliane. I reality show, poi, sono un discorso a parte, perché li vedono tutti. Perciò io non mi scandalizzo più di tanto, perché non siamo i soli al mondo a realizzare questo tipo di trasmissioni e quindi questo vuol dire che c'è qualcosa che non va nella nostra società. Esiste comunque anche della buona televisione. 
Una volta invece il piccolo schermo aveva una vocazione didattica, doveva insegnare la storia, l'italiano; si facevano i grandi romanzi sceneggiati, con tutta la grande letteratura italiana e mondiale. Mi vengono in mente “La cittadella” o “Il mulino del Po”. C'era questo tipo di vocazione, mentre adesso è diverso. Ma non c'è niente di male?

 

Qual è il suo rapporto personale con il tempo?

 

Io sono una gran pigra e proprio perché lo so mi do degli obiettivi sempre molto ambiziosi: voglio fare tutto, correre da tutte la parti, riuscire a vedere tutto. Però poi, per fortuna, riesco a ritagliarmi dei momenti di vero godimento del tempo. L'idea di non fare niente, di guardare fuori dalla finestra, oppure di prendere un libro e cominciare a leggere e ogni tanto schiacciare un pisolino per poi risvegliarsi e leggere ancora, passeggiare senza meta col cane... Secondo me è una cosa che fa bene. 
Siamo un po' troppo sommersi da orari, scadenze, telefonini, e ci dimentichiamo di vivere la vita. E la vita è anche fatta di quel minimo di noia, quando si può, quando c'è tempo, quando non dobbiamo ammazzarci di lavoro... Perlomeno per chi ha il privilegio di non dover mettere insieme il pranzo con la cena, perché se uno fa fatica a vivere è difficile che si annoi.

 

E che rapporto ha con il passare del tempo?

 

Cerco di essere più obiettiva possibile, dicendomi che è una cosa naturale. Certamente mi secca invecchiare, come credo alla maggior parte della gente. Però non fingo, non blandisco me stessa con luoghi comuni come “ogni età ha il suo fascino”. Sono bugie che ci raccontiamo per non “suicidarci”. Cerco di prendere dal passare del tempo le cose buone, come il non dover accettare per forza di fare tutti i lavori che capitano, perché magari posso permettermi di rilassarmi un po', di soddisfare di più le mie esigenze e quindi di vivere un po' meglio.

 

E che rapporto ha con la modernità, con le tecnologie, Internet...

 

Pessimo, talmente pessimo che mi sento molto in colpa. Perciò ho deciso che questa tourné, che andrà avanti fino ad Aprile, sarà dedicata allo studio e alla scoperta del computer, di Internet e di tutto quello che ne consegue. Per fortuna sarò aiutata dal mio collega (Enzo Curcurù, n.d.r.), il giovane attore che recita con me nello spettacolo “Terra di latte e miele”, che, invece, come tutti i giovani è bravissimo, è nato già con il mouse in mano. Sarà il mio Virgilio in questo viaggio...