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Diverse visioni del tempo

Francesco Sabatini

“Al sollecito fornaio/ che, seduto sullo staio, / ripulisce e raggranella / il bel fior della favella, / già s'intende che non basta / di tener le mani in pasta, / perché il pubblico ammirato / di vederlo infarinato, / gli s'affolli sul cammino / quando torna dal mulino: / ma desidera sul sodo,/ che si mangi un pane ammodo, / di quel pane a cui la sporta / apron tutti i ricorrenti, / che ogni stomaco conforta, / ed è buono a tutti i denti.” 
(“Della Accademia della Crusca”, Giuseppe Giusti, 1863).

Da quattro secoli separa il buono (la farina) dalle impurità (la crusca) dell'italiano. Fondata fra il 1570 e il 1580 da un gruppo di cinque letterati fiorentini, per trattare convivialmente temi di letteratura e di lingua in riunioni dette scherzosamente “cruscate” (da cui l'origine del nome) e dotata di un vero e proprio programma organico pochi anni più tardi dal grande filologo e teorico della lingua Leonardo Salviati, l'Accademia della Crusca ha sede a Firenze presso la villa medicea di Castello ed è oggi guidata da Francesco Sabatini, professore di storia della lingua italiana all'Università degli Studi di Roma Tre e autore di un vocabolario, insieme a Vittorio Coletti, edito da Rizzoli. Abruzzese di nascita, il Prof. Sabatini è il primo Presidente dell'Accademia non residente nel capoluogo toscano, culla della lingua italiana, che ha dato i natali a Dante Alighieri, fondatore della teoria del volgare “illustre”, che abbandonava i dialetti locali per una lingua letteraria nazionale italiana...

di Simonetta Suzzi

 

 

Come influisce il tempo sull'evoluzione di una lingua? Pensa che la nostra lingua si stia impoverendo e che ne stiamo un po' perdendo l'identità?

 

Una lingua nel corso del tempo cambia, si arricchisce, perde dei pezzi, ne trova altri da idiomi diversi. L'evoluzione di per sé non è né una perdita né un guadagno, è semplicemente un cambiamento. Con la rapidità delle trasformazioni sociali e culturali, effettivamente potremmo rischiare di perdere per strada più “bagaglio” di quanto ne acquistiamo. Sicuramente dobbiamo essere molto veloci nell'adattarci a nuove situazioni, senza perdere però quello che abbiamo, quello che è consolidato.

 

E per quanto riguarda i dialetti? Stanno scomparendo?

 

Il processo va sicuramente verso questa direzione. La trasformazione dell'assetto linguistico di una società si può misurare bene proprio nel confronto tra una lingua nazionale, di cultura - che poi era essa stessa un antico dialetto che si è arricchito, trasformato e ampliato - e i dialetti dei singoli luoghi, che via via sono stati usati sempre meno perché c'era bisogno di una lingua più ricca e più “potente”. Anche in questo passaggio dal dialetto alla lingua nazionale può succedere che si perdano, come dicevo prima, dei pezzi senza sostituirli. Si dovrebbe cercare di non perdere “borse e valigie” per strada, che fuori di metafora vuol dire non abbandonare certi concetti o significati importanti, che devono entrare nelle forme della nuova lingua. Questi passaggi, comunque, sono parte integrante della realtà evolutiva dell'uomo. Fermare questo processo significherebbe morire. L'importante è cercare di compensare con acquisti quello che si perde o di trasformare un valore da una forma a un'altra.

 

Lei è autore di un vocabolario della lingua italiana. Un vocabolario registra la lingua nel tempo, nel suo passato, presente e futuro?

 

Quando abbiamo redatto il vocabolario, insieme al mio collega Vittorio Coletti, ci siamo proprio posti questo problema: in che misura un vocabolario dell'uso dell'italiano oggi deve registrare anche gli usi antichi e magari prevedere quelli futuri? È una ricerca molto difficile, perché nella lingua allo stato presente, nel momento in cui noi ne stiamo parlando e la usiamo, c'è ancora un deposito di lingua antica, oltre a quella attuale e futura contemporaneamente. Allora, chi redige un vocabolario quanto spazio può dare alle forme antiche e come può rincorrere le novità del giorno? Certamente, una certa quantità di vocaboli antichi che non usiamo tutti i giorni sono però depositati nelle opere che leggiamo: parole come aere, ad esempio, sono presenti nella poesia del '900 e quindi non possiamo ignorarle. Per quanto riguarda invece i vocaboli nuovi, che appaiono sui giornali o in televisione, siamo più selettivi, poiché bisogna sempre vedere se dopo qualche anno quelle stesse parole restano e vengono utilizzate o se invece sono state solo apparizioni di un momento. Bisogna quindi essere cauti nell'introdurre a piene mani i neologismi. Ogni tre o quattro anni un aggiornamento ci permette di vedere se un determinato vocabolo era destinato a vivere nel futuro o meno. Quindi, chi redige un vocabolario deve assolutamente volgere uno sguardo al passato, specialmente per l'italiano, che è una lingua che ha conservato molta parte dell'uso antico più di altre, con in più un occhio al presente e al futuro, ma senza farsi abbagliare da parole inedite che sembrano dare nuova vita al linguaggio e sono magari soltanto fuochi di paglia.

 

L'italiano è una lingua ricca, piena di sfumature. Lei pensa che nel tempo anche la nostra lingua arriverà a un'essenzialità più funzionale, sull' esempio dell'inglese?

 

È un errore considerare l'inglese una lingua tecnica senza sfumature. È un idioma ricchissimo come tutti gli altri. Noi che non usiamo l'inglese come lingua quotidiana e viva, lo conosciamo come lingua dell'informatica, dell'economia e del commercio. Ci sembra essenziale, ma in realtà è pieno di sfaccettature. Inoltre, una lingua deve svolgere tutte le funzioni: deve sfumare un concetto, un'impressione, descrivere un tramonto e parlare al tempo stesso di come funziona il telefono o il computer. Se si limitasse a una funzione sola, perderebbe peso. Se usassimo l'italiano solo per scherzare, lo ridurremmo a un dialetto; se lo usassimo solo per descrivere meccanismi o pagare il conto in banca, sarebbe una lingua morta per dire a una persona “ti amo” o “ti odio”...

 

Che cosa sta per succedere nell'Unione Europea per quel che riguarda le lingue degli Stati membri?

 

Le profezie linguistiche non si possono fare perché l'evoluzione dei fatti linguistici dipende dalla somma di tutte le altre trasformazioni della società, che sono tantissime. Qualcosa certamente accadrà, ma che cosa? L'ipotesi di una lingua comune per tutti è fantasmagorica perché prima che un gruppo di popoli si adegui a una sola lingua passano secoli. Cosa accadrà fra cento anni sulla faccia della Terra non possiamo saperlo. Certo è che un cambiamento negli assetti linguistici ci sarà per forza, proprio come c'è stato in Italia dopo l'unità politica.

 

In quali termini?

 

La cosa più utile da augurarsi è che gli individui imparino più lingue, che abbiano più dimensioni linguistiche. Questa è la soluzione per permetterci di comunicare senza nazionalismi accesi e anche senza utopie di una lingua per tutti. Ogni lingua ha un suo spessore, è fatta di tanti toni e filoni particolari. Pensiamo a tutti i modi di dire che usiamo tutti i giorni e che ci permettono di essere efficaci nella comunicazione. Passando a una lingua imparata sui libri, attraverso corsi o soggiorni studio in altri Paesi, il rusultato sarebbe pur sempre di una lingua più tecnica, più fredda e più povera. Quindi è bene non cadere nell'errore di pensare che in vent'anni possiamo imparare tutti un'altra lingua per essere tutti uguali. Non ci si riesce nemmeno a volerlo.


Cosa ne pensa dell'uso della lingua dei media e soprattutto della televisione?

 

Riflette questo stato di moto ondoso, di agitazione della lingua, per cui da una parte vogliamo essere aperti e flessibili ai cambiamenti e dall'altra ci preoccupiamo che questo non ci faccia perdere il filo conduttore della tradizione antica e solida dell'italiano, che ci permette di capirci. Infatti, se parlassimo un misto di dialetti, sarebbe più difficile comunicare in modo intenso e preciso. I media riflettono un po' tutto questo, ma dovrebbero essere un po' più vagliati, sedimentati o precisati, proprio perché gli usi linguistici dei media fanno da specchio e da guida al comportamento di milioni di persone. Non possono solo rispecchiare questo stato di agitazione, devono anche indicare una meta, un modello, un punto di riferimento.

 

La diffusione imperante del mezzo televisivo pensa che porti ad una perdita del piacere della lettura?

 

Certo. Ogni invenzione tecnologica ci porta dei vantaggi, ma se usata male ci può far perdere altri pregi. La televisione serve a informarci rapidamente, anche se comunque ci propone sempre una realtà mediata. La TV è un grandissimo strumento di comunicazione, ma non dobbiamo perdere di vista anche altri canali che ci permettono di capire e di informarci. La lettura serve a meditare un po' di più, a riflettere sulle cose, a precisare le nostre idee. Lo spazio della lettura è molto ridotto, ma attenzione a non distruggerlo del tutto perché altrimenti torneremmo molto indietro. La scuola e gli stessi mezzi di comunicazione dovrebbero fare una sorta di campagna di autolimitazione, seguendo un progetto educativo, civico e sociale positivo. Sarebbe importante che proprio dallo schermo si consigliasse di seguire meno ogni tanto la televisione e leggere di più, perché i libri fanno riflettere. Perché non dire questo a volte in televisione?

 

Lei è Presidente dell'Accademia della Crusca. Quali sono le vostre iniziative più importanti?

 

L'Accademia in passato, quando non c'era l'unità politica e culturale in Italia, aveva una funzione di guida all'uso, dettava il modello per usare l'italiano, prevalentemente scritto. Dopo l'unità d'Italia questa funzione è venuta meno e l'Accademia ha assunto e sviluppato nuovi progetti quali la ricerca scientifica, gli studi storici, le ricostruzioni del passato e l'osservazione sull'uso presente della lingua, per diffondere meglio una conoscenza dei valori, dei processi e dei problemi che impone l'uso della nostra lingua. Questo è quello che facciamo attraverso ricerche, pubblicazioni, volumi e riviste scientifiche. Semestralmente pubblichiamo, ad esempio, una rivista di larga diffusione, “La Crusca per voi”, attraverso la quale diffondiamo questo genere di informazioni e poniamo quesiti sulla lingua italiana. La stessa funzione ha il sito dell'Accademia, www.accademiadellacrusca.it, nel quale si trovano notizie su tutto quello che facciamo e sui fatti linguistici in generale. 
È stata costituita inoltre un'associazione “Amici dell'Accademia della Crusca”, alla quale possono iscriversi anche singoli cittadini per partecipare alla vita dell'Accademia, per ricevere le riviste e ottenere riduzioni sull'acquisto di libri e pubblicazioni. Tutta questa parte di attività è orientata proprio a diffondere nel largo pubblico una coscienza dei fatti, degli usi e dei bisogni linguistici attuali, sia della scuola, delle nuove generazioni che dei nuovi cittadini che affluiscono dai Paesi stranieri in Italia.

 

Quindi c'è un interesse anche dei giovani per i fatti linguistici?

 

“La Crusca per voi” ha ora 3.500 abbonati e fra loro molti sono giovani studenti, neolaureati, poi ci sono anche le scuole e cittadini di ogni età. L'interesse per la lingua sicuramente c'è, ma deve essere comunque alimentato. Io, come Presidente dell'Accademia della Crusca, conduco una rubrica su Radio 24 de Il Sole 24 Ore, nella quale ogni martedi sera intrattengo gli spettatori che vogliono dialogare con l'Accademia su problemi di lingua.

 

Venendo al filo conduttore di questi nostri incontri, qual è il suo rapporto personale con il tempo?

 

Chiunque abbia un lavoro vorrebbe sempre poter duplicare o triplicare il tempo. Ma ovviamente non è possibile. Chi ama lavorare è sempre alla rincorsa del tempo, ma questo è un problema vecchissimo. A questo proposito mi viene da citare un verso di Dante del IV canto del Purgatorio: “Vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede”. Chi lavora avverte di più questo scorrere del tempo, perché ha delle scadenze stabilite. Le scadenze fanno vivere in ansia. Tutto questo porta a ridurre le ore di sonno: io ormai dormo in media cinque ore a notte. Mi divido tra Roma e Firenze, dove ha sede l'Accademia, e mi trovo spesso a dover lavorare in treno per ritagliarmi più tempo. 
Un altro elemento che consuma il tempo, che lo fa fruttare ma lo consuma al tempo stesso, sono i moderni mezzi di comunicazione tecnologici. La posta elettronica, ad esempio, ci fa lavorare maledettamente. È vero che ci fa scrivere rapidamente lettere o documenti, ma ci porta a decuplicare il lavoro. Il tempo e la vita sono due nemici. Io cerco di ricavare piacere e soddisfazioni da certi aspetti e momenti del mio lavoro, che si svolge insieme ad altre persone che hanno gli stessi miei interessi. Il lavoro diventa a un certo punto un piacere che sostituisce purtroppo un andare al cinema o in vacanza. Certo, le vacanze le faccio lo stesso, ma portandomi sempre dietro il lavoro.