home >> l'Orologio >> archivio >> Sommario >> intervista


Diverse visioni del tempo

Giuseppe Piccioni

"Tempi paralleli e concentrici in "La vita che vorrei" di Giuseppe Piccioni, attualmente in programmazione nelle sale cinematografiche italiane."

Chi segue da tempo Giuseppe Piccioni sa che una delle costanti del suo cinema è l'attenzione per gli attori, ma il nuovo film porta avanti questa attenzione fino a farne il punto di partenza. "La vita che vorrei" è prima di tutto una magnifica rappresentazione del mestiere di chi recita (ma anche, volendo allargarsi, dell'abitudine di tanti a vivere interpretando un personaggio, anche al di fuori dell'ambiente dello spettacolo): i protagonisti sono il già celebre Stefano (Luigi Lo Cascio) e l'ancora sconosciuta Laura (Sandra Ceccarelli), che si incontrano a un provino e si trovano a vivere una storia d'amore che si sviluppa con il contrappunto di quella che sono chiamati a interpretare sullo schermo. 
Scritto da Piccioni insieme a Linda Ferri e Gualtiero Rosella, "La vita che vorrei" entra ed esce dalla realtà fittizia dello schermo a quella vissuta dai protagonisti nella loro quotidianità, sfuggendo alle trappole intellettualistiche del metacinema: non si parla di cinema, in questo film ambientato sui set, ma si parla della vita, e di una continuità interiore che unifica i due tempi paralleli in cui la vicenda si svolge.

di Alberto Farina

 

 

Partiamo da quello che si direbbe il tema centrale de "La vita che vorrei", ossia la fragilità dell'attore - che vive del giudizio e in gran parte delle scelte degli altri. È davvero questo il germe del film?

 

Sì, è partito da questa idea... Da una serie di curiosità che avevo espresso in due documentari su Margherita Buy e Sandra Ceccarelli. Due ritratti, sul lavoro dell'attrice e sui loro diversi approcci a questo mestiere. A ciò si è aggiunto - per far risaltare il tema - il gioco del film in costume e soprattutto un codice di linguaggio completamente diverso da quello della vita quotidiana.

 

"La vita che vorrei" infatti racconta due vite parallele - addirittura due tempi paralleli: quello ottocentesco del film in costume e quello odierno vissuto dai protagonisti. Cosa hai fatto per distinguerli stilisticamente? È importante, perché poi accade in due o tre occasioni che si passi da un tempo all'altro senza frattura, senza interrompere la continuità emotiva del personaggio...

 

Sulla carta era l'aspetto più rischioso, e abbiamo cercato di affrontarlo prima in sceneggiatura e poi nella messa in scena. La distinzione fra i due tempi diventa quasi convenzionale nel corso del film, fino ad arrivare a una specie di fusione. Bisognava muoversi attraverso un alternarsi di situazioni unite da un continuum temporale - soprattutto nel tempo interiore, che è la cosa più importante. La storia del film in costume non doveva mai essere interessante per ragioni illustrative, ma solo per quanto riguarda il tempo unico della loro storia d'amore. In questo ci aiuta molto la suggestione dei costumi. In particolare, poco prima del finale, Stefano e Laura si incontrano: sono in abito di scena e per un attimo non sappiamo se stanno parlando di sè oppure se stanno parlando secondo i personaggi. 



A questa sorta di dolce confusione contribuisce la scelta di dare lo stesso titolo, "La vita che vorrei", al film in costume dentro il film. Qui sembra però che abbiate consapevolmente cercato di evitare le facili simmetrie fra la storia reale e quella ottocentesca...

 

Con gli sceneggiatori abbiamo deciso di usare lo stesso titolo perché volevamo creare da subito un'idea di unità: far capire che attraverso due codici diversi stavamo raccontando la stessa cosa, ossia le dinamiche di una storia d'amore. Volevamo conservare gli slittamenti, evitando in effetti le simmetrie forzate, le corrispondenze troppo rigide. Mi sembrava che mettere al film in costume un titolo diverso avrebbe evidenziato una separazione, un po' come in "Effetto notte" di Truffaut. Il titolo "La vita che vorrei" allude a una specie di distanza che c'è fra la vita reale e quella che si esprime. Noi siamo assediati dalla fatica di vivere il presente, un'aspirazione che è sempre un po' avanti a noi ma non è mai veramente a portata di mano. C'è la sensazione di un tempo ripetuto, che prolunga una tensione, uno stato di immobilismo dei due personaggi nelle loro dinamiche... E che poi magari si sblocca e accelera improvvisamente per motivi dovuti al caso - come nella caduta di Stefano che insegue la carrozza, un evento che avvicina emotivamente i due personaggi.

 

Parli di una realtà spesso inattingibile, di una vita più desiderata che effettivamente vissuta. Si ha la sensazione che per Laura e soprattutto per Stefano appoggiarsi alla struttura narrativa del film in cui stanno recitando dia una parvenza (o forse solo un'illusione) di controllo... Quell'ordine che nella vita reale non sanno trovare...

 

Sì, è come se attraverso il film in costume fossero all'altezza dei loro personaggi ma forse anche di se stessi... Come se le emozioni, le contraddizioni, le sgradevolezze trovassero un senso più profondo. Laura, il personaggio di Sandra nella realtà, può fare pensare a una "Traviata", ma la sua vita è dispersiva. Nel personaggio di Eleonora trova espressi gli stessi problemi, ma con maggiore forza e necessità. Lo stesso vale per Stefano, che probabilmente vive un tempo di non-vita. È vero che il film racconta di due attori: ma il cinema è costantemente accanto a ciascuno di noi nella vita quotidiana. Si racconta quindi anche la storia di una persona che non è contenta della parte che sta recitando perché non la vive fino in fondo - non riesce a trovare un luogo dove il desiderio e la passione, la vita sono veramente vita. È in anticamera, come in attesa.

 

Fra i due personaggi c'è una contrapposizione dichiarata sul rapporto fra vita e recitazione: per Stefano recitare non ha niente a che fare con la sincerità o con il sentimento, ma è pura illusione. Laura invece confessa di non riuscire a fare cose che non ha vissuto nella vita reale - tanto che si sospetta anche che il suo innamoramento per Stefano sia strumentale, un modo per vivere un'emozione da usare per il personaggio di Eleonora. Tutti e due, però, hanno bisogno di vivere un ruolo, forse anche nella vita reale perché, come dice Diego (Paolo Sassanelli), se un attore non ha un ruolo non è nessuno. Vale anche per chi fa altri mestieri?

 

Nella scena finale Stefano e Laura parlano di lavoro e lei dice di stare cercando "qualcuno con cui provare". In realtà potrebbe nascondere un'altra esigenza, di "provare" a vivere. Lui infatti risponde: "Sì, per provare". Questa suggestione l'ho scoperta solo a cose fatte...
A volte capita che un film ti regali qualcosa che a tavolino non avevi previsto e che aggiunge qualcosa che nella scena non c'era. È vero, c'è una distanza nel tempo della vita vissuta: noi stiamo in un personaggio e non lo esploriamo, non lo mettiamo in gioco fino in fondo. Anche perché i nostri tempi sono così separati: abbiamo il tempo delle vacanze, del piacere, del divertimento e dall'altra parte il tempo del dovere, del lavoro. Questo determina una corsa continua nei confronti del tempo da vivere.

 

Come hai lavorato con gli attori? Si nota, come accade spesso nel tuo cinema, un'attenzione alla recitazione qui potenziata dal fatto che la recitazione stessa è uno dei temi centrali. Avete dovuto provare a lungo?

 

Spesso mi fanno complimenti per come dirigo gli attori e mi chiedono come faccio. Io credo solo che gli attori abbiano bisogno di tempo: il tempo è necessario per preparare un film, per capire che tipo di luce avrà, per provare i costumi. Io dedico molto tempo agli attori: proviamo moltissimo insieme, cercando di non metterli mai a disagio. Si comincia a dirigere molto prima del set, già in fase di preparazione. Sul set semmai si tende ad affinare e magari si cerca di cogliere qualche intuizione che non può non venire sul campo.


Credi che per attori di estrazione teatrale le prove siano necessarie a trovare l'intensità giusta? Ci tieni a girare il film in sequenza, ossia seguendo la progressione narrativa e non solo le esigenze organizzative della produzione?

 

Le esigenze produttive sono sicuramente una costrizione e, potendo, sceglierei di girare in sequenza. Però io amo del cinema questa mescolanza spuria di industria (di piani di lavorazione, di biglietti staccati al cinema, di titoli di coda) con l'aspetto creativo, per cui la cosa non mi preoccupa. A proposito delle prove, c'è un equilibrio molto delicato fra l'esigenza di provare e quella di non arrivare all'espressione massima. Provare non è un'attività fine a se stessa, ma serve a elaborare intorno alla scena... A discutere, a trovare il tratto essenziale senza arrivare a una definizione. In modo da conservare per il set l'idea che quella cosa venga fatta davvero, per la prima volta. Margherita Buy dice che ha difficoltà a provare perché nel film devi fingere, ma si tratta di una finzione definitiva. Invece provare significa fingere di fingere e questo, dice, le provoca un certo disagio.

 

Oltre a "Effetto notte", un altro film che ha alcune affinità con questo è "La donna del tenente francese". Anche lì si raccontava una storia d'amore su due diversi piani di realtà: quella di un uomo e una donna vissuti in un tempo passato, e quella moderna dei due attori che ne interpretavano le parti in un film. Si trattava di un espediente vagamente intellettualistico per non sacrificare il doppio finale del romanzo di Fowles cui il film era ispirato. L'hai tenuto presente nella preparazione, se non altro per differenziartene?

 

Ho cercato di non rivedere né l'uno né l'altro. "Effetto notte" l'ho visto anche troppe volte, "La donna del tenente francese" credo di averlo visto un paio di volte in passato. È difficile pensare che non siano entrati nel mio film, in qualche modo, nonostante le differenze... Anche se mi sembra che "La donna del tenente francese" si svolga prevalentemente nell'Ottocento e solo sporadicamente si trasferisca in epoca moderna. Non ho voluto rivederlo per non entrare in uno stato di preoccupazione su cosa era già stato fatto, cosa avrei rischiato di rifare e quindi su come distinguermi. Avrei rischiato di distrarmi. Quanto a "Effetto notte", l'unico particolare che credo di riconoscere è la battuta sul fatto che quello dell'attore è il solo mestiere in cui ci si danno molti baci. Rispetto all'attore, alla sua esposizione, all'intimità che raggiunge attraverso la presenza fisica e anche emotiva, probabilmente qualche punto di contatto c'è. 

 

In "La vita che vorrei" sembra anche di cogliere una sorta di nostalgia per un certo cinema industriale, o se vogliamo di genere: le scene del poliziesco interpretato da Stefano, i molti manifesti dei drammoni di Matarazzo...


Sicuramente, è qualcosa che mi riporta a uno stato di spettatore pre-consapevole, più acritico. Questi grandi melodrammi, da Matarazzo a Douglas Sirk... Addirittura nel mio primo film, "Il grande Blek", c'è una famiglia che cena davanti al televisore guardando "Margherita Gautier" di Cukor - la scena finale in cui Greta Garbo muore, con Robert Taylor. Ho cercato di riproporre quella sequenza, senza ricalcare ma conservando quel tipo di inattualità. Credo che "La vita che vorrei" sia trasgressivamente anacronistico: ripropone modelli e codici del cinema di un tempo, ma mi sembra che riesca a essere attuale, contemporaneo. Spesso quando i film hanno un forte riferimento all'attualità sono destinati a diventare datati molto presto. 

 

Come è il tuo rapporto personale con il tempo?

 

È molto migliorato crescendo, invecchiando. Io il tempo lo sprecavo, avevo una sensazione di ritardo rispetto alle cose che avrei dovuto fare, soprattutto a causa di una serie di prescrizioni che mi davo sulla mia preparazione personale: "entro questi tre mesi devo leggere tutto Dostojevskij"... E poi magari ci mettevo di più. Ho ancora quella sensazione di non essere compiuto, di aver bisogno di più tempo. Il tempo che sento più vissuto, senza misurare quello che mi separa da ciò che avrei voluto essere o fare, è quello in cui lavoro: nel cinema ci sono spesso momenti di pausa legati a fattori diversi - crisi creativa, insicurezza, problemi oggettivi dal punto di vista produttivo (per non parlare di quei periodi di limbo in cui non si ha lavoro, che diventano addirittura una sorta di cattività). Nel lavoro invece c'è una sorta di divertimento dell'essere con gli altri. In "La vita che vorrei" non ho descritto molto teneramente il mondo del cinema. Però ci sono momenti sul set in cui si avverte quel tempo magico in cui tutti sono lì a lavorare per un progetto comune. In quei momenti sai che quello è il tuo tempo e il tuo posto e che quelle sono le persone di cui hai bisogno: un tempo di vita.