|
home >> l'Orologio >> archivio >> Sommario >> intervista |
|
Diverse
visioni del tempo
Franco Cologni Idee, parole e sensazioni dell'uomo che ha reinventato l'orologeria Richemont.
"Tutti
hanno fretta. Ma se uno contasse le ore e i minuti, visto che parliamo
tanto di orologi, sicuramente apprezzerebbe di più la vita, perché
questa sarebbe più lenta e di conseguenza più gustosa. Chi ha fretta
si trova ad aver bruciato la propria esistenza senza essere riuscito
ad avere neanche la memoria, e quindi non ha il tempo di pensare al
futuro. Io sono contro la fretta, eppure sono uno che va veloce..." di Paolo Gobbi
Impossibile non conoscere Franco Cologni, almeno per un appassionato di orologeria. Ma se dovesse raccontarsi, in due minuti, ad una persona assolutamente al di fuori da questo mondo, direbbe...
Se dovessi identificarmi in qualcuno, per andare lontano citerei il nome di Ulisse. Non l'Ulisse dell'Iliade ma l'Ulisse dell'Odissea, perché secondo me ha due qualità: quella del curioso e non un curioso per spirito di avventura ma per spirito di conoscenza; e quella del viaggiatore, che comunque ha il concetto del "ritorno a casa" e quindi di fedeltà. In ultimo, la cosa che più mi piace di Ulisse, è che non ha mai voluto presentarsi come eroe ma come un guerriero, che è sempre rimasto al suo posto, e quando presso i Ciclopi doveva dire il suo nome, si è presentato come "Nessuno".
In tanti anni, il suo potere è stato impostato sul pugno di ferro del comandante senza ripensamenti oppure sul guanto di velluto del filosofo che non si impone ma insegna?
Nonostante il modo di porgermi, che può essere caratteriale, il mio atteggiamento non è mai stato quello del comandante con il guanto di velluto o con il pugno di ferro. Non è stato mai quello dell'impositivo, ma quello del persuasivo. Il ruolo del comandante viene fuori quando, presa una decisione, questa deve essere realizzata.
Che cosa le ha dato maggiore soddisfazione nella sua lunga carriera lavorativa?
Io sono stato per la prima parte della mia carriera un imprenditore, poi sono diventato un manager-imprenditore. Quello che a me interessa è creare del valore aggiunto di qualità e nella qualità. Creare del valore aggiunto significa partire da zero e creare una marca o una impresa, oppure prendere una marca o una impresa e svilupparla, ossia portare della sostanza e non soltanto della forma.
Nel 2000 sono avvenute molte acquisizioni di nomi importanti nel mondo dell'orologeria, ma non solo, dove Richemont ha fatto sicuramente l'operazione più rilevante con l'acquisto dei marchi ex LMH (IWC, Jaeger-LeCoultre, A. Lange & Söhne). Considerato che il tempo di rientro economico di dette operazioni viene generalmente valutato in un periodo di cinque anni, e che è proprio di questi giorni la notizia che diverse acquisizioni nel mondo della moda non hanno dato i risultati sperati, portando anche a delle importanti perdite, ci saprebbe dire come sta andando oggi ed in prospettiva futura l'acquisizione delle manifatture IWC, Jaeger-LeCoultre e A. Lange & Söhne?
Io direi che dell'acquisizione della IWC, JLC e Lange, che peraltro è costata parecchio, non ci si possa pentire per diversi motivi: il primo è che con questi tre nomi siamo diventati dei maestri orologiai; in secondo luogo abbiamo creato una margherita di marche eccellenti, che non solo si rivolgono all'alta orologeria preziosa ma anche all'alta orologeria tecnica. Questo ci ha permesso uno sviluppo non solo a livello produttivo, ma anche distributivo. Senza di esse non saremmo il primo gruppo del lusso nell'orologeria. Oggi lo siamo!
Ed i dati quantitativi?
Se devo parlare di dati quantitativi, anche se è consuetudine della Richemont non fornirne, le posso dire che le marche orologiaie hanno superato bene gli anni di crisi. Inoltre, se è vero che il futuro sarà meno difficile e meno cupo dei due anni precedenti, sono sicuro che riceveremo molte, molte, molte soddisfazioni. Per il traguardo del 2005, a meno di improvvise congiunture negative, posso già affermare che si è trattato di un investimento strategico sensato e quindi buono.
C'è una cosa che non rifarebbe nella sua carriera lavorativa?
Io non farei mai più l'adviser, ovvero il consulente. Quando si fa il consulente per un gruppo si ha una doppia interpretazione: o quella del "padrino" (che è un termine mafioso che non gradisco) o quella del "cosigliori", e uso due termini che, alla maniera di Mario Puzo, danno un'interpretazione politica di questo ruolo. Inoltre il consulente non è né carne né pesce e se consiglia bene il successo è degli altri, se consiglia male la colpa è sua. Infine il consulente deve giocare il ruolo o del Machiavelli o del Lorenzo de' Medici e invece io preferisco fare il capitano di ventura, il Bartolomeo Colleoni.
Quanto la sua "italianità" ha influito nelle sue scelte lavorative, e quanto la stessa viene riconosciuta, se viene riconosciuta, come elemento positivo all'estero?
Il problema dell'italianità all'estero è soggettivo. Noi Italiani all'estero siamo conosciuti, anche nel passato più recente, come camerieri e muratori. Poi siamo diventati delle stelle del cinema, ma sono due interpretazioni nelle quali non mi riconosco. A me è servita l'italianità perché dove ho lavorato, ed ho lavorato prevalentemente all'estero, ho impostato il mio lavoro su quello che dice la Costituzione Italiana, ossia che la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro e quindi sulla professionalità. Evidentemente in questo momento l'italianità è trendy e se avessi quaranta anni forse sarei più sugli scudi rispetto a quanto lo sono oggi, che ne ho settanta. Riferendoci alla domanda precedente, la mia maggiore soddisfazione è stata quella di "avviare qualcosa", di fare il mazziere nel gioco del poker e di dare le carte giuste ai giocatori giusti che se sanno giocare possono vincere la partita. Perché io non penso all'istante ma alla durata e quindi occorre creare, realizzare, avviare e poi lasciare la mano.
Pensa che riusciranno ad utilizzarle bene?
Mi auguro, normalmente ho cercato di avere dei giocatori in grado di farlo.
Dietro la maschera del Manager si nasconde un uomo di cultura, amante del bello e delle arti grafiche. Quanto ha contato la sua formazione nella sua vita lavorativa?
Per me è stata fondamentale. Quando negli anni '70 sono entrato, con delle responsabilità lavorative, nel mondo del lusso, questo era "feste e fasti". Io ho iniziato ad inserire anche la componente culturale, in senso generalista, sfruttando i miei studi, la specializzazione universitaria e l'esperienza giornalistica e libraria. Ho imparato che nel lusso, oggi, se si vuole avere durata e perennità bisogna seguire l'insegnamento della "Splendor Veritatis", l'enciclica di Papa Giovanni XXIII: "il bello è vero e la verità è bella". Questa secondo me è la chiave del lusso.
...Lusso che è cambiato tantissimo dagli anni '70 ad oggi.
Infatti questa è la realtà di oggi. Il cliente come Diogene : cerca e sceglie con la lanterna dello stile e della qualità.
Quali insegnamenti possiamo trarre dalla crisi del 2003?
"Adagio con giudizio" disse il Viceré di Spagna al suo cocchiere quando attraversava Milano in subbuglio per la peste. Noi dal 2003 avremmo dovuto imparare questo, ad avere pazienza, perché questa crisi non è un ciclo finito, ma è un ciclo perverso che continua. Nella Bibbia si ricorda un periodo di sette anni di vacche grasse e un periodo di sette anni di vacche magre: le vacche grasse le abbiamo avute dal '93 al 2000 ed ora siamo nel periodo di quelle magre.
Il problema è stato solo macro-economico, oppure c'è stato qualcosa anche nel mondo dell'orologeria?
Quando c'è un momento di crisi, se non c'è pazienza, si cerca una soluzione nell'opportunismo. Opportunismo nel marketing, nella comunicazione... Questo può portare alla fine di un prodotto, di una marca o anche di un settore.
Anche di un settore?
Si, ci possono essere molti morti, tantissimi feriti e pochi sopravvissuti. Nell'alta orologeria questo fortunatamente non si è verificato. Nella bassa e nella media sì.
Che cosa ne pensa della politica degli sconti extra-large, dal 20% al 60%, praticata da tanti negozianti in questi ultimi tempi?
Questo è un elemento opportunista del 2003. Ma se errare è umano, perseverare è diabolico. Si crea un'abitudine perversa nel cliente, il quale alla fine darà un valore scontato al prodotto e questo è assolutamente improprio riferito ad un modello di alta orologeria.
C'è una maniera per tornare indietro, una sorta di medicina?
E la soluzione chirurgica?
E' quella di dire "io distribuisco me stesso". Questa "chirurgia" non viene interpretata dalle marche di orologeria del gruppo Richemont, le quali hanno la vocazione di creare, sviluppare e produrre bene, ma di dare a dei professionisti il prodotto da vendere. L'alta orologeria trova nei dettaglianti un ruolo fondamentale, sono stati loro a crearla assieme alle marche. Quindi io non sono per le imposizioni, per l'atto chirurgico che avrebbe poi delle conseguenze pesanti. Penso che la persuasione sia l'elemento fondamentale per rendere reversibile questa situazione, la quale potrebbe diventare realtà solo se ci sarà una stabilizzazione del mercato e degli interlocutori del mercato: meno confusione nelle marche, meno confusione nei prodotti, meno confusione nei dettaglianti. Sarebbe necessario un discorso di pulizia non etica, ma professionale.
Il parallelo è un problema o un ammortizzatore? Perché è innegabile che alcune case e alcuni distributori lo abbiano usato come ammortizzatore economico.
Lo
sconto, il parallelo, la sub-distribuzione sono fatti che si sono
verificati, che continueranno a verificarsi se non ci sarà un autodafé
di tutti gli interlocutori, ricercando una regola molto semplice:
quella che l'offerta sia in diretta relazione alla domanda, anzi,
che la domanda sia superiore all'offerta. Questa è l'unica possibilità
di risolvere il problema. Tutti devono autoregolarsi ed assumere la
virtù della pazienza, che per le Case vuol dire ridurre la gamma dei
prodotti in un segmento ben preciso rispettoso dell'identità della
marca stessa. Per i dettaglianti significa non prendere tutte le marche
che gli vengono proposte, creando una situazione di confusione del
mercato, dalla quale scaturisce il problema della subdistribuzione,
del parallelo e dello sconto.
Cologni fa ancora paura ai suoi concorrenti?
Io sinceramente non penso di aver mai fatto paura a nessuno.
Ne è sicuro?
Certo.
Io penso di aver sempre ottenuto il rispetto da tutti, in quanto ho
sempre rispettato tutti i miei interlocutori. Questo anche nel corso
di battaglie "storiche", come quella tra Basilea e Ginevra (BaselWorld
e SIHH, n.d.r.), oppure tra Rolex e Cartier, io non mi sono mai messo
nei panni del guerriero che vuole vincere. Penso infatti che nel mondo
in cui operiamo, se tutti sono bravi, il risultato alla fine è in
generale positivo. Meglio essere in tanti e bravi, piuttosto che essere
un solista, che poi lascia il tempo che trova. È un problema di cultura,
in quanto quella orologiaia è una cultura aperta e l'acquirente è
libero di scegliere l'oggetto che vuole, da qualsiasi produttore provenga. |
