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Diverse visioni del tempo

ANTONELLO DOSE & MARCO PRESTA

L'ironia è alla base di tutto

Sono in molti la mattina, negli spostamenti in macchina o al lavoro, a farsi accompagnare dall’esilarante comicità di Antonello Dose e Marco Presta, conduttori de “Il ruggito del coniglio” su Radio Rai e da poco anche in video con la seconda edizione di “Dove osano le quaglie”. Nelle loro divertenti trasmissioni passano in rassegna gli avvenimenti della settimana, giostrandosi con spirito ironico e intelligente tra il commento delle notizie sui giornali e le telefonate del pubblico. Questo mese, proprio con loro, abbiamo voluto cambiare un po’ volto ai nostri incontri sul tema del tempo, con questa sorta di intervista doppia semi-seria (nessun riferimento a quella del programma “Le iene”!), durante la quale Dose e Presta, con lo stesso animo arguto e un po’ “dissacratorio” che li contraddistingue, ci hanno parlato del loro rapporto con il tempo e con gli orologi in particolare, dando vita ad un duetto divertente, che fa emergere il grande feeling che li unisce, sin dai tempi della scuola.

di Simonetta Suzzi e Maurizio Favot

 

 

Da molti anni siete alla radio con una trasmissione, “Il ruggito del coniglio”, divenuta ormai “di culto”. Come è cominciata?

 

Presta - “Il ruggito del coniglio” ha nove anni di vita. E’ nato nell’Ottobre del 1995 e da allora è andato in onda tutti i giorni, tranne nelle pause estive naturalmente. Prima lavoravamo come autori in televisione con Enrico Vaime. Cercavano dei giovani per fare un varietà su Radio Uno, che si chiamava “Effetti collaterali”, e Vaime fece il nostro nome. Così abbiamo cominciato a lavorare per Radio Rai. Dopo due anni è nato “Il ruggito del coniglio”. Il nostro rapporto con la radio dura da undici anni.

 

Un luogo comune parla della TV e della radio come di luoghi dove si rincorrono i secondi. Anche voi nella vostra trasmissione dovete sottostare a questa legge, oppure riuscite a rimanerne incolumi?

 

Presta - I tempi sono importanti in radio, decidono il ritmo del programma. Un programma radiofonico è basato sul parlato, sulla musica e il tempo è fondamentale. In televisione i tempi li puoi gestire diversamente, ma in radio è tutto basato sul ritmo, specialmente in un programma di satira. Noi siamo sempre in corsa con l’orologio, abbiamo un display in studio ed è un continuo tenerlo d’occhio, specialmente se il programma precedente si è dilungato troppo o se tu ti sei dilungato troppo. Insomma, siamo sempre incalzati dal tempo, che certe volte ti aiuta, perché ti dà una guida, altre volte diventa tiranno, perché ti incalza e ti costringe a delle accelerazioni o a dei tagli. Abbiamo una linea molto rigida, un’alternanza di tempi fra il parlato e la musica. In televisione puoi sforare con i tempi, in radio no.

 

Dove guardate l’ora? Sull’orologio, sul cellulare, sul cruscotto, non la guardate…

 

Dose - Io da alcuni anni non indosso orologi. Innanzitutto perché, come dice Marco, viviamo nella diretta circondati da orologi e segnali orari. Basta che sposti lo sguardo e trovi un display che ti dice l’ora esatta al secondo. Ma soprattutto non li indosso perché a me succede che gli orologi si fermano sempre. Anzi vi sarei grato, visto che voi siete degli esperti, se poteste dirmi il perché. La Chiesa non riconosce questo strano fenomeno (ride), ma a me gli orologi meccanici si fermano sempre. Addirittura, per un periodo andavano in senso antiorario. Io comunque li adoro, ne ho una ventina a casa. Sono quasi un collezionista di orologi fermi. Generalmente, uso l’orologio del cellulare. Perciò ho smesso di portarli. Solo un pazzo indosserebbe un orologio fermo,per avere l’ora esatta al millesimo di secondo solo due volte al giorno: o becchi quella o sei rovinato!

 

Presta - Potresti concentrare tutti gli appuntamenti in quei due momenti… Io gli orologi li rompo. Non lo so perché. Forse perché sono maldestro. Il problema è che essendo insofferente – questo succede anche quando si scarica la batteria – li abbandono e per me sono come morti. Io, infatti, giro con gli orologi da bambino, farei un affronto ad indossare un Rolex. E’ un rapporto particolare il mio con gli orologi, sono come dei flirt, durano sei mesi e poi tutto finisce. Comunque non è un problema, visto che siamo talmente circondati da segnali orari ovunque: in macchina, sul cellulare, a casa. Non sapere l’ora non è possibile. L’orologio però mi amareggia quando comincia ad andare indietro. Quello che si ferma mi sta bene, ma quelli che vanno indietro, che devi ogni due o tre giorni mettere a posto, no!

 

Insomma, un  rapporto odio/amore con gli orologi…

 

Dose - Una volta chiedere “Che ora è?” era un modo per attaccare bottone. Ora è impossibile, ti prendono per scemo. Devo dire, però, che rimpiango i tempi quando potevo ancora indossare questi oggetti meravigliosi. C’era quasi un feticismo nel primo orologio da sub, per esempio, che potevi utilizzare anche a 100 metri sott’acqua (ma quando ci vai a 100 metri sott’acqua! Se sei un subacqueo, forse). Però era bello pensare che potevi farlo. Oppure ricordo tutto il periodo della moda degli Swatch, in cui più l’orologio era strano e più era bello. Ogni anno mi capita che viaggiando mi compro un orologio, che dura una settimana e poi va a finire nel mucchio. Spesso c’è qualche parente che se ne impossessa; lo fa ripartire e mi si ripresenta con questo orologio aggiustato che va a durare altre due settimane e non di più.

 

Presta - Io regalo spesso orologi. E’ sempre un regalo sicuro, perché, anche se di media qualità, è sempre gradito. Come i libri. Noi apparteniamo ad una generazione in cui l’orologio era un oggetto prezioso anche dal punto di vista affettivo. Alla Prima Comunione i nonni ti regalavano l’orologio; era un regalo che ti faceva una persona che ti voleva bene, come la penna d’oro, che oggi non si usa più. Però era un oggetto importante da un punto di vista sentimentale, per cui regalare un orologio significava fare un dono di valore, una cosa durevole, perché eri diventato grande. Era un regalo importante per la vita delle persone, non uno status symbol. Ti dicevano: l’orologio si porta a sinistra. Ma perché, poi, l’orologio si porta a sinistra? Forse perché con la destra fai più cose e quindi si può rompere…

 

Dose – Ecco allora la spiegazione del fatto che a me si fermano sempre. Io li porto sempre sulla destra e addirittura con il quadrante nella parte interna del polso! Quelli che mi piacciono di più sono gli orologi complicati, con le fasi lunari, i fusi orari. Adesso ci sono anche gli orologi cellulari in Giappone, quelli che tu parli con il polso come in “Star trek”. Io impazzisco. Sono stato un grande “rompitore” e “apritore” di orologi di famiglia. Ne ho distrutti tanti e ancora me lo rinfacciano. Toglievo tutte le parti, i rubini, e mi piaceva da matti perché venivano fuori tante trottoline meravigliose. E poi li buttavo. Rimaneva però il piacere di vedere come era fatto dentro. A casa ho un orologio bellissimo, che ci hanno mandato degli artigiani di Firenze che lavorano il legno, a forma di coniglio, che muove gli occhi e come pendolo ha un enorme carota. E ogni mattina questo coniglio mi ricorda che devo andare in trasmissione.

 

Qual è la vostra concezione del tempo?

 

Dose - Una cosa che ho imparato in questa corsa sfrenata, in cui facciamo tutti tesoro di questi meravigliosi oggetti, innanzitutto è la diversa concezione dell’uso del tempo e della puntualità nelle varie parti della Terra. Questo è infatti un problema che abbiamo solo in Europa e in Nord America. Nel resto del mondo non glie ne importa niente. Provate a darvi un appuntamento a Bangkok, ti ridono in faccia. In Oriente, ad esempio, non dici ci vediamo all’ora tot, ma ci vediamo domani, che significa dall’alba al tramonto, in un momento imprecisato. E tu effettivamente domani quella persona la incontri e va tutto bene. Però, per noi che siamo abituati a avere tutto organizzato è una pazzia. E allora mi domando com’è che la stragrande maggioranza degli umani, dei bipedi, può avere una concezione differente del tempo? Semplicemente cercando di combattere un po’ quella sensazione di ansia per la fretta. Questa continua deformazione professionale che abbiamo noi per il lavoro della diretta o anche per le differite, quando tutto deve avvenire in quei minuti esatti, in realtà può essere controllata se riesci a frenare questa ansietà di arrivare puntuale, se riesci a fare in modo che le cose girino al tuo ritmo invece di essere tu a inseguire sempre i ritmi degli altri.

 

Professionisti della parola ancor prima che dell'immagine, quanto nelle vostre trasmissioni è preparazione, e quanto è invece mestiere, ovvero improvvisazione sul momento?

 

Dose - Noi facciamo un binario e poi si va a braccio. La diretta è improvvisazione: non sappiamo chi telefonerà, può succedere di tutto. Questo vale per la radio, mentre per la televisione è il contrario, devi prevedere tutto. Se improvvisi magari viene bene, ma se poi non lo inquadrano…

 

Presta – In radio, l’improvvisazione è il 70% del programma.

 

Il vostro pubblico in studio durante la trasmissione televisiva “Dove osano le quaglie” è in pigiama. Ricerca di familiarità oppure speranza che finisca il prima possibile per andarsene a letto?

 

Dose - E’ in pigiama perché è l’ora di dormire. E’ una televisione dotata di buona creanza, poiché bisognerebbe fare le trasmissioni ad un orario più consono e noi, invece, andiamo in onda alle undici e mezzo di sera. Teniamo presente questo fatto e mettiamo comodo anche il pubblico, in pigiama. Sperando che non si addormenti! Ecco, un altro dramma è la sveglia del mattino. Adesso ne ho tre perché con la diretta non puoi rischiare che per troppo sonno non la senti e non ti alzi. Ne ho una vicina al letto, una un po’ più lontana e una lontanissima, in modo che mi devo proprio alzare. Questa poi è la più fastidiosa, una giapponese con un suono che sembra il sibilo di una zanzara tigre. Quello della sveglia è un grande problema del Paese, penso che sia il momento più brutto della giornata un po’ per tutti. Quando poi la sveglia ti suona il sabato o la domenica e tu invece potresti dormire…

 

Presta – Sì. E’ veramente un momento orribile.

 

Per quanto riguarda l’interazione fra  musica e parlato nel programma, siete voi che decidete i brani oppure seguite una linea che vi viene imposta?

 

Presta - Da tre anni c’è una cosa che si chiama selector: è una play list che stabilisce i brani che i vari programmi mandano in onda. Viene chiamata linea editoriale ed è decisa dalla rete, che decide la qualità e la quantità.

 

Dose - Negli anni precedenti eravamo noi a decidere la linea come autori del programma. Era una scelta a gusto nostro, mettevamo canzoni che ci piacevano o ci divertivano. Adesso devono andare determinati brani, che non puoi fare a meno di mettere. Comunque la musica è molto importante, una pausa necessaria, perché dopo il parlato un po’ di canzoni non guastano. Nei programmi con pubblico è un po’ più complicato, per questione di tempo, perché devi cercare di far quadrare tutto: magari ti trovi a rimontare la scaletta in diretta e a fare dei gesti, incomprensibili per il pubblico, fra te il regista, perché devi ricostruire tutto in quei tempi e decidere cosa tagliare e cosa no. In genere non puoi rinunciare alle canzoni; sono l’ultima cosa che puoi togliere.

 

Facendo un percorso a ritroso, come si diventa autori televisivi?

 

Presta – Un po’ casualmente, come sempre si dice “Ho partecipato per gioco”. Ci siamo arrivati seguendo strade un po’ tortuose. Tutti e due avevamo cominciato in maniera diversa, ma cercando di fare gli attori. In seguito abbiamo cominciato a scrivere e a fare delle cose su delle piccole emittenti televisive , poi l’incontro con Vaime e infine la radio.

 

Avete lavorato sempre insieme?

 

Presta - Quasi sempre. Noi siamo amici dall’infanzia. Come attori, però, abbiamo seguito strade diverse: io facevo l’Accademia e Antonello faceva teatro sperimentale. Poi, da quando abbiamo cominciato a fare gli autori, siamo sempre stati insieme.

 

Dose - Io ho questa sensazione del treno in corsa, penso sempre “proviamo a prendere questa occasione al volo”. Ogni volta che inizio una cosa nuova sono terrorizzato e forse è anche giusto. Mi terrorizzava la radio e adesso dopo 12 anni mi sembra quasi normale tutte le mattine stare davanti a un microfono. Adesso lo stesso problema ce l’ho con la televisione, ma sta diventando normale pure quella. Insomma, il mio motto è quello di saltare sui treni in corsa cercando però di non finirci, sotto a un treno!

 

Esisterà mai un Dose senza Presta o viceversa?

 

Presta - Chi lo sa può anche essere. Probabilmente sì.

 

Dose - Sicuramente sì, anche perché non ci sopportiamo più (ride). Noi siamo una coppia di artisti (se così si può dire), siamo amici da un paio di reincarnazioni. Siamo quasi un caso clinico! Quindi può succedere di tutto nella patologia dello spettacolo contemporaneo...